Niente donne sulla Tour Eiffel. No, non è uno scherzo e accade, appunto, in un angolo remoto del pianeta. Accade a Parigi, la “laica” Parigi. Per la precisione è successo appena pochi giorni fa, quando una delegazione di alti dignitari di una organizzazione indù hanno chiesto – e ottenuto – di poter visitare il monumento simbolo di Parigi, senza la presenza di donne. E sono stati accontentati. Immediata la protesta, con uno sciopero andato in scena nelle scorse ore da parte dei dipendenti, che ha costretto alla chiusura della torre, ma soprattutto alle scuse da parte della società che la gestisce. Ma come è possibile che tutto accada ancora oggi e in una città multiculturale come Parigi?

I fatti: la visita alla Tour Eiffel senza donne

Tutto è cominciato quando una delegazione dell’organizzazione religiosa indù BAPS (Bochasanwasi Akshar Purushottam Swaminarayan Sanstha) ha chiesto alla direzione della società che gestisce la Tour Eiffel, la SETE, di poter effettuare una visita al celebre simbolo della Ville Lumière. Fin qui nulla di straordinario, anche perché la domanda è arrivata dopo 13 giorni di festeggiamenti da parte della comunità indù per l’apertura del più grande tempio dell’Europa continentale dedicato a questa fede religiosa, alle porte di Parigi. Quando i carri della sfilata indù sono giunti alla Tour Eiffel, ecco la richiesta di potervi salire ma – hanno chiarito i leader indù – senza dover incontrare donne.

Le dipendenti donne sono state allontanate

Il problema è stato che la direzione della SETE ha accettato, senza batter ciglio, facendo allontanare tutte le dipendenti donne e lasciando solo gli uomini a ricevere la delegazione. «Alle dipendenti della Tour Eiffel e delle aziende fornitrici è stato ordinato di rendersi invisibili – si legge in un comunicato dei sindacati, riportato dal quotidiano francese Le ParisienA qualcuna è stato chiesto di lasciare la propria postazione di lavoro e di ritirarsi in alcuni locali, facendosi sostituire da colleghi uomini. A tutte le donne è stato ordinato di non attraversare determinate zone durante la presenza della delegazione indù».

Lo sciopero e la chiusura della torre

La decisione, però, non è passata inosservata tanto che lo stesso sindacato ha deciso per uno sciopero, andato in scena lunedì, che ha lasciato ai piedi della Tour Eiffel centinaia di turisti. Ufficialmente, infatti, l’ente gestore ha parlato di «per ragioni operative», ma successivamente è emerso che i lavoratori si erano riuniti in assemblea, decidendo poi di incrociare le braccia proprio in seguito alla volontà di «nascondere le donne», assecondata dalla direzione in occasione della visita indù.

Il dietro-front e le scuse della direzione

Col passare delle ore, però, il caso ha assunto proporzioni sempre maggiori, costringendo la direzione a un dietro-front, spiegato in una nota ufficiale: «I rappresentanti della delegazione avevano chiesto che la visita del loro rappresentante spirituale fosse organizzata limitando le sue interazioni con le donne. Tali condizioni non avrebbero dovuto essere accettate. Non sono conformi né ai valori della società, né ai principi di parità tra donne e uomini e di neutralità che devono prevalere nell’organizzazione delle visite al monumento. Nessuna considerazione protocollare, culturale o religiosa può giustificare una deroga al principio di parità tra uomini e donne».

Le conquiste civili non sono per sempre

Ma come è possibile che tutto ciò accada a Parigi, nel 2026? «È possibile perché il passato non è mai semplicemente passato. Le conquiste civili di una società non cancellano automaticamente visioni del mondo, norme culturali e religiose che hanno radici molto profonde e che possono riaffiorare anche nei contesti che consideriamo più moderni e avanzati», osserva la sociologa Virginia Vandini, presidente dell’Associazione Valore del Femminile. «Forse dovremmo evitare di liquidare episodi come questo in semplici “scandali” o rigurgiti di trascorsi ormai superati. Ci ricordano, piuttosto, che la libertà e l’uguaglianza sono conquiste che devono essere continuamente praticate e difese».

La polemica non è solo politica

Anche la politica è stata coinvolta nelle polemiche, con il sindaco socialista di Parigi, Emmanuel Grégoire, che ha ribadito come «la parità tra donne e uomini non si fermerà mai ai piedi dei nostri monumenti storici, né in alcun punto di questa città. Deve valere ovunque, per tutte e per tutti, il malcontento dei lavoratori è legittimo». Secondo l’ex premier Michel Barnier, oggi deputato, «in Francia non sono pratiche provenienti dall’estero a dettare alle donne come vestirsi o come comportarsi nello spazio pubblico. Le donne non si nascondono, non si cancellano». Ma il problema è anche più ampio.

Valori religiosi vs valori civili

«Credo che la questione non possa essere ricondotta soltanto al rapporto tra uomini e donne, né tantomeno alla contrapposizione tra una religione “giusta” e una “sbagliata”. È una questione più ampia: riguarda il confine tra libertà religiosa e principi dello spazio civile – osserva Vandini – La religione è un’istituzione che possiede regole, simboli e principi propri. Ma quando entra nello spazio pubblico, deve necessariamente confrontarsi con regole condivise che valgono per tutti. In questo senso, pur trattandosi di questioni molto diverse, mi viene in mente anche il dibattito sul crocifisso nelle aule scolastiche: il tema non è semplicemente se una religione debba essere presente o assente, ma come possano convivere identità religiose, libertà individuali e principi civili comuni».

La convivenza tra più libertà

I problemi possono nascere quando, tra i principi, si affronta il nodo dell’uguaglianza tra uomini e donne. «Quello che trovo significativo nella vicenda della Torre Eiffel è proprio l’idea della donna esclusa dalla scena. In altre parole è una visione che non contempla la presenza femminile come pienamente legittima nello stesso spazio dell’uomo. Ed è questo che una società democratica non dovrebbe accettare come condizione per garantire la libertà religiosa – sottolinea la sociologa ed esperta di tematiche femminili – La libertà religiosa va tutelata, ma non può diventare il diritto di modificare le regole di uno spazio pubblico sulla base di una discriminazione».

Cresce la tensione sociale

La tensione politica e religiosa, dunque, rischia di diventare anche sociale, «soprattutto se episodi di questo tipo diventassero il terreno per una contrapposizione identitaria. Il rischio è che si creino due posizioni apparentemente inconciliabili: da una parte chi interpreta ogni espressione religiosa come una minaccia ai valori occidentali, dall’altra chi considera ogni limite posto dalla società civile come un attacco alla propria identità religiosa. Sono entrambe semplificazioni pericolose. La sfida vera è molto più complessa: costruire una convivenza nella quale ciascuno possa esprimere la propria identità senza pretendere che l’altro debba scomparire. Una società democratica deve essere abbastanza forte da accogliere la differenza, ma anche abbastanza chiara nel definire quei principi che non possono essere negoziati», ribadisce Vandini.

La libertà delle donne, oggi

Il tutto senza dimenticare che «la libertà non è soltanto una norma che una società concede dall’esterno. È anche una forza che una persona deve poter riconoscere e coltivare dentro di sé. Penso alla storia di Sonabai Rajawar, una donna indiana che, dopo anni di isolamento, trasformò lo spazio della propria reclusione in un luogo di creazione artistica. La sua vicenda mi colpisce perché mostra come una condizione di limite possa, attraverso la libertà interiore, trasformarsi in espressione e persino in bellezza».

La libertà interiore ed esteriore

È una prospettiva che può sembrare lontana dalla Torre Eiffel, ma credo abbia qualcosa da dirci – riflette ancora la sociologa – L’emancipazione non consiste soltanto nell’eliminare le barriere esterne: significa anche costruire dentro le persone la possibilità di non accettare come naturale ciò che le limita o le esclude. Per questo non possiamo considerare l’emancipazione una conquista definitivamente acquisita. Va continuamente praticata, difesa e trasmessa. Anche nelle città più moderne del mondo. Anche a Parigi».