Immaginiamo per un momento l’apocalisse. Non un asteroide, non un blackout di whatsapp, ma qualcosa di infinitamente più devastante per l’equilibrio degli italiani: un venerdì mattina in cui nessuna donna nel nostro Paese si sveglia per fare alcunché. Nessun caffè preparato, nessuna email d’ufficio inviata, nessun bucato steso, nessuna nonna che fa da baby-sitter gratis, nessun pranzo pronto.
Un silenzio operoso che si trasforma in un fragoroso vuoto. Se le italiane decidessero di incrociare le braccia anche solo per ventiquattr’ore, il PIL crollerebbe, l’intero sistema scolastico e sanitario collasserebbe, e la metà maschile della popolazione probabilmente morirebbe di inedia o di confusione davanti alla lavatrice.
Eppure, mentre mezzo mondo fa tremare i governi a colpi di scioperi esistenziali (vedi Madagascar, Sri Lanka, Bangladesh, Iran), in Italia ci limitiamo per lo più ad agitare i rami di mimosa l’8 marzo o a commentare sdegnati sui social. La domanda sorge quindi spontanea, intrisa di una certa ironica rassegnazione: a quando un vero, totale, paralizzante sciopero delle donne in Italia?
Lezioni di rivolta (per chi la rivolta la fa sul serio)
Se guardiamo all’estero, scopriamo che altrove lo sciopero delle donne non è una stanca ricorrenza con aperitivo annesso, ma un’arma di distruzione di massa del patriarcato.
Tutto è cominciato negli Stati Uniti il 26 agosto 1970, quando Betty Friedan, attivista che si fece portavoce del malessere delle donne americane negli anni Cinquanta, propose alle donne di interrompere qualsiasi lavoro — retribuito e non. Lo slogan divenne leggenda: “Don’t iron while the strike is hot!” (non stirare finché lo sciopero è caldo). Quel giorno, segretarie, cameriere e casalinghe sfilarono gridando “Non siamo bambole Barbie”dimostrando che il lavoro invisibile di cura non è un “gesto d’amore”, ma la condizione di funzionamento dell’intero sistema economico.
Lo sciopero in Islanda
Ma il vero capolavoro di sadismo rivoluzionario si è consumato in Islanda il 24 ottobre 1975, con il celebre Kvennafrídagurinn (il giorno libero delle donne), che ora viene raccontato in un bellissimo documentario, Un giorno senza donne, diretto dalla regista statunitense Pamela Hogan, a cui la musicista Björk presta la voce, per i titoli di coda. Quel giorno il 90% delle islandesi si rifiutò di lavorare, cucinare e badare ai figli. Le conseguenze? Scuole e negozi chiusi, voli cancellati per assenza di hostess, e banche dove i direttori dovettero mettersi allo sportello.
Ma la vera tragedia si consumò nelle case: i padri, nel panico, dovettero portarsi i figli in ufficio, esaurendo in poche ore le scorte di salsicce e matite colorate dei supermercati per tenere buoni i bambini. Quello che per gli uomini fu descritto come un “battesimo del fuoco”, per il Paese fu la svolta: l’anno dopo l’Islanda approvò una storica legge sulla parità salariale (cosa che, da noi, esiste sulla carta ma non ancora nella realtà).
In Italia, se un padre si trovasse nella stessa situazione, probabilmente non andrebbe al supermercato a comprare salsicce: telefonerebbe disperato alla propria madre. E qui sta il paradosso italiano: il lavoro di cura è così capillarmente esternalizzato a livello familiare (dalle madri alle nonne, dalle zie alle cognate) che uno sciopero domestico verrebbe immediatamente vanificato da un’altra donna della famiglia disposta a salvare la cena.
La Svizzera sciopera (e noi?)
Prendiamo la Svizzera, storicamente non proprio famosa per il suo spirito anarchico o rivoluzionario. Eppure, il 14 giugno 1991, stufe di una parità costituzionale che esisteva solo sulla carta, oltre mezzo milione di donne svizzere (su 6,6 milioni di abitanti!) ha incrociato le braccia al grido di “Se le donne vogliono, tutto si ferma”. Quel blocco storico ha scosso talmente le istituzioni da propiziare, negli anni successivi, riforme cruciali come la depenalizzazione dell’aborto e l’assicurazione di maternità.
In Svizzera, le attiviste del collettivo “Io l’8 ogni giorno” hanno persino inventato un sistema online per emettere fatture simboliche del proprio lavoro invisibile, quantificando quanto mariti, partner e Stato dovrebbero pagarle per lavare, stirare e accudire.
A quando le fatture per il lavoro di cura?
Prova a immaginare la scena in una tipica famiglia italiana: una moglie che presenta al marito una fattura di 800 euro per i ragù e le camicie stirate del mese. Si sentirebbe rispondere, con gli occhi lucidi di commozione: «Ma tesoro, il ragù della mamma non ha prezzo! L’ingrediente segreto è l’amore!». Ed ecco liquidato, con un bacio e una metafora culinaria, un debito economico colossale.
E non è che in Svizzera le cose vadano benissimo: le svizzere guadagnano ancora il 16,2% in meno degli uomini, subiscono un divario pensionistico del 38% e hanno un congedo di maternità di sole 16 settimane. Inoltre, non hanno un numero unico antiviolenza statale (come il nostro 1522), non hanno il codice rosa nei pronto soccorso, né una legge sullo stalking. Eppure, nonostante abbiano meno tutele formali di noi, si mobilitano in massa per difendere i propri diritti.
Noi in Italia, invece, vantiamo leggi formali bellissime, ma poi registriamo dati drammatici, con ben 97 femminicidi registrati nel 2025 (e quest’anno già 45 fino al momento in cui scriviamo) e continuiamo ad accettare passivamente che il welfare statale sia interamente sostituito dal lavoro gratuito delle donne.
L’ottimizzazione dello sciopero all’italiana: la pizza dell’8 marzo
In Italia l’8 marzo è diventato una giornata di sciopero transnazionale dal 2017, grazie alla spinta globale del movimento argentino Ni Una Menos. Ma siamo onesti: per una larghissima fetta della popolazione femminile, lo “sciopero” dell’8 marzo si è ridotto a un rito quasi folkloristico. È il giorno in cui si rifiuta di cucinare la cena non per protesta politica, ma per andare in pizzeria con le amiche a mangiare la pizza “Mimosa”, mentre i mariti a casa si autogestiscono ordinando cibo d’asporto (e lasciando comunque i piatti nel lavandino per il giorno dopo).
Siamo un Paese straordinario: riusciamo a trasformare persino uno strumento di lotta radicale ed esistenziale in un’occasione di svago consumistico o, peggio, nell’ennesimo sciopero dei trasporti del venerdì, utile soprattutto a fare il weekend lungo a chi lavora negli uffici pubblici.
Il miraggio del blocco totale
Finché continueremo a considerare il lavoro di cura come una missione biologica e non come un pilastro economico non retribuito, non ci sarà mai un vero sciopero delle donne in Italia. Per fare lo sciopero “caldo” bisogna avere il coraggio di far raffreddare i ferri da stiro, lasciare la polvere sui mobili, costringere partner e figli a gestire il caos e soprattutto dire di no alla nonna che si offre di preparare le lasagne per salvare la situazione.
Forse il giorno in cui le italiane decideranno di spegnere i telefoni, incrociare le braccia e far crollare la sacra istituzione della “cena pronta sul tavolo” sarà il giorno in cui questo Paese capirà finalmente il valore di chi, in silenzio, lo tiene in piedi ogni giorno. Fino ad allora, buona mimosa a tutte. E non dimenticate di lavare i piatti prima di uscire.