Uber ha deciso di inaugurare le corse per sole donne: a guidare i taxi privati saranno solo conducenti donne, che potranno trasportare solo passeggere donne. Il servizio, fortemente richiesto da tempo, per ora parte negli Stati Uniti, ma si prevede di renderlo disponibile a breve anche in Italia, così come esistono progetti analoghi in altri 40 Paesi nel mondo. Una conquista, certo: ma non si tratta anche di una sconfitta, che costringe ancora una volta le donne a organizzarsi per tutelarsi ed evitare aggressioni, molestie o violenze?

Arriva l’Uber per sole donne

Il nuovo servizio è pensato appositamente per donne, sia conducenti che passeggere: le autiste, infatti, da tempo chiedevano di poter limitare la propria attività alla sola utenza femminile, per evitare rischi per la propria sicurezza. Che, tradotto, significa scongiurare il rischio di caricare a bordo delle proprie vetture malintenzionati, passeggeri che poi le aggredivano o molestavano. D’altro canto le stime della stessa Uber indicano che negli Stati Uniti si sono registrati oltre 2.700 casi di violenza sessuale ai danni del personale femminile della compagnia di trasporti privati, riferiti al solo biennio 2021-2022.

Troppe aggressioni alle autiste di Uber

Come riferisce Forbes, le donne autiste rappresentano circa il 20%, che guadagna il 7% in meno rispetto ai colleghi uomini. Sono sempre i numeri forniti dalla App di ride-sharing a indicare, invece, che nel 2025 ammontano già a oltre le 2.300 le cause legali per violenza sessuale e molestie contro la stessa Uber. Nella maggior parte dei casi le vittime sono donne, comprese le passeggere. Per questo il via libera alle “corse rosa” è stato accolto con entusiasmo anche dalle utenti, che così sperano di poter usufruire del prezioso servizio di trasporto (specie nelle ore serali) senza incappare in conducenti che potrebbero molestarle o arrivare a forme di violenza.

Come e dove funzionerà l’Uber per sole donne

Il servizio, invocato da tempo, sarà disponibile per ora solo negli Stati Uniti. Come annunciato dalla compagnia il programma pilota partirà in via sperimentale in grandi metropoli come Los Angeles, San Francisco e Detroit, fin dalle prossime settimane. Servizi analoghi, però, esistono anche in altri 40 Paesi nel mondo. Al momento, invece, in Italia non esiste ancora nulla di simile, se si escludono sporadiche iniziative private, quasi sempre frutto di progetti ideati da donne. «Sicuramente il tema della sicurezza è molto sentito, specie dalle donne, perché ha a che fare con il sentimento della paura», conferma la sociologa Francesca Romana Lenzi, docente presso l’Università degli studi di Roma Foro Italico ed esperta di questioni di genere.

L’importanza di sentirsi sicuri

«La percezione della sicurezza è fondamentale: lo abbiamo visto, per esempio, in occasione della pandemia quando aveva a che fare con la salute. Ma per le donne assume ancora più importanza quando riguarda i contesti urbani e la possibilità di potersi muovere. È però un concetto complesso che ha anche a fare con la percezione di insicurezza, che dipende molto anche dal contesto sociale. In generale tendiamo a ritenere che un quartiere più periferico sia più pericoloso, anche se i dati sulla criminalità magari indicano un maggior numero di furti in quelli più altolocati», spiega Lenzi. È chiaro, però, che se si tratta di aggressioni il quadro può cambiare e la questione di genere emerge in tutta la sua drammaticità.

Donne più a rischio in strada

In Italia 1 donna su 2 dichiarava di avere paura a uscire da sola di sera, secondo i dati del rapporto Istat sul Benessere Equo e Sostenibile (Bes) fin dal 2022. La situazione oggi non è cambiata, anzi la sensazione è che in alcuni casi potrebbe anche essere peggiorata. Per questo iniziative come quella di Uber USA sono viste come positive: «La situazione è complessa, nell’immaginario sociale le donne sono considerate più fragili e vulnerabili, anche perché rimane ancora l’idea che l’uomo si possa permettere forme di molestia o invadenza nello spazio femminile. Per questo credo che il nuovo servizio messo a disposizione delle donne possa essere utile e abbia una valenza positiva», spiega la sociologa.

Una vittoria o una sconfitta?

Se da un lato il nuovo servizio rappresenta dunque un’opportunità in più per le donne, dall’altro testimonia che esiste ancora molto da fare nell’offerta di garanzie di sicurezza pari per entrambi i generi. «Indubbiamente esistono dei fattori di vulnerabilità differenti. Si potrebbe pensare a una sconfitta per quanto riguarda la parità di genere, intesa come pari opportunità per entrambi i generi. Ma io preferisco pensare che si tratti di qualcosa di positivo, per diversi motivi. Intanto se ne sta parlando e questo è importante: significa mantenere alta l’attenzione sugli aspetti che riguardano i rischi di violenza nei confronti delle donne», osserva Lenzi.

Una forma di solidarietà femminile

Oltre alla sensibilizzazione sul tema della violenza di genere, però, secondo Lenzi il progetto di Uber ha anche un’altra valenza positiva: «Testimonia una forma di solidarietà femminile molto potente. Si tratta di un servizio pubblico, seppure reso da un privato, ma pur sempre destinato a tutti e tutte. La garanzia di un servizio reso dalle donne e ad altre donne. In Italia abbiamo qualcosa di analogo, per esempio con diverse psicologhe che si occupano di violenza e che sono donne: è vero che dovrebbero esserci anche uomini a prestare queste forme di sostegno, ma preferisco vedere la positività del fatto che comunque c’è attenzione alle necessità delle donne».

Cosa manca ancora

Il nuovo progetto, dunque, apre le porte a iniziative analoghe, anche nel nostro Paese, dove pure rimane molto da fare. «È chiaro che il percorso è lungo, soprattutto perché ci si muove ancora in un contesto di discriminazione e disuguaglianza. Sono molti gli ambienti insicuri specie per le donne e non si dovrebbe mai smettere di ricordare che non sono le donne che devono cambiare, ma gli uomini, quelli che nella maggior parte dei casi rendono appunto insicuri gli ambienti. Ma seppure in una condizione non rosea, è pur sempre un piccolo passo il fatto che ci sia un riscontro mediatico, perché solo così la gente si accorge dei problemi ancora da risolvere».