Potrebbe essere una messinscena la morte di Noemi Impellizzeri, 34 anni, che lascia tre bambini, trovata impiccata a Riposto, nel Catanese, mentre la casa bruciava nel cuore della notte. L’autore potrebbe essere l’uomo indagato, appena iscritto nel registro dalla Procura, come riferisce La Sicilia. Tony Proietto, questo il suo nome, ha dichiarato ai giornalisti di non essere il suo compagno, di avere moglie e figli e che Noemi era solo un’amica che lui aiutava.
Un altro possibile finto suicidio
Un finto suicidio, che richiama alla nostra memoria i casi di Nicoletta Rotaru, Ramona Rinaldi e Vera Schiopu (i cui procedimento sono ancora in corso) e Valentina Salamone: depistaggi domestici che puntano a sfruttare la fretta degli accertamenti iniziali per cristallizzare una menzogna. Come anche quello di Speranza Ponti, fatto passare come un suicidio e invece conclusosi con l’ergastolo per Massimiliano Farci, il compagno.
Tanti omicidi e femminicidi restano invece sommersi, come spiegò il generale Tullio Del Sette in un’audizione in Commissione Femminicidio nel 2017, a cui seguì l’attivazione di una task force dedicata, con oltre 200 referenti specializzati e strumenti operativi specifici, di cui molti tecnologici.
Morti ambigue difficili da mappare
Queste morti “equivoche” rimangono difficili da mappare statisticamente, rendendo le vittime due volte invisibili: private della vita e della verità storica, che pretende di esser riscritta da chi non si limita a uccidere ma attribuisce alla donna morta una fragilità psichica mai esistita. Una sfida molto complessa per la giustizia, che spesso cede alla spiegazione più comoda quando mancano i riscontri.
La morte di Noemi Impellizzeri
L’ipotesi dello staging, la messa in scena, è molto probabile nel caso di Noemi Impellizzeri perché i Vigili del Fuoco, penetrati nell’abitazione, hanno domato fiamme che presentavano un’inquietante precisione: il rogo era stato appiccato all’ingresso e nel vano precedente il salotto, mentre il corpo era in camera da letto. Sotto la lente dei Carabinieri di Giarre è finita immediatamente la condotta del compagno della vittima.
La versione del compagno
L’uomo, invece di allertare il 112 dopo il presunto ritrovamento, si sarebbe diretto al bar del fratello di Noemi, perdendo tempo prezioso in una deviazione procedurale che stride con l’urgenza di un soccorso. Esiste, inoltre, un baratro tra le versioni: l’uomo evoca fumose “intenzioni suicide”, mentre i familiari descrivono Noemi come una donna solare, priva di qualsiasi ombra depressiva, rigettando con sdegno l’ipotesi del gesto estremo. Se l’autopsia confermasse che Noemi era già spirata prima che il primo fiammifero venisse acceso, il fuoco non sarebbe più un incidente, ma lo strumento di una distorsione della realtà.
Il depistaggio nel femminicidio di Nicoletta Rotaru a Abano Terme
Il caso di Nicoletta Rotaru rappresenta il successo giudiziario più netto contro la messinscena del suicidio. Trovata morta il 3 agosto 2023, il caso di Abano Terme sembrava destinato all’archiviazione come suicidio. Il corpo era in bagno, con una cintura di pelle al collo e la fibbia all’altezza della nuca. Un anno dopo, la verità è emersa da un file audio sul suo cellulare.
Nicoletta registrava le violenze per difendersi. L’ultima registrazione cattura la sua fine: «Erik, ti prego smettila». Erik Zorzi, esperto di bricolage, aveva ucciso la donna e poi smontato e rimontato con cura il pannello della porta del bagno per simulare che fosse chiusa dall’interno. Un infermiere notò che il pannello cadde con una pressione minima: era stato riattaccato in fretta. Nonostante 8 interventi dei Carabinieri in due anni per liti violente, il segnale di rischio era stato ignorato fino a quel file audio.
La condanna all’ergastolo
Quel file audio diventa la prova regina. La difesa tenta di contestare l’autenticità della registrazione audio in cui si sente la vittima implorare pietà prima di essere strangolata, ma i periti della Procura certificano l’assoluta assenza di manipolazioni o montaggi.
La Corte d’Assise di Padova, accogliendo in toto le richieste del Pubblico Ministero Maria D’Arpa, condanna all’ergastolo l’ex marito Erik Zorzi . Oltre al “fine pena mai”, la giuria popolare dispone la decadenza perpetua dalla potestà genitoriale, l’interdizione dai pubblici uffici e il risarcimento dei danni.
L’indagine sui soccorsi e sui primi rilievi
Un aspetto cruciale di questo processo riguarda l’operato di chi intervenne per primo. Nicoletta fu trovata in bagno con una cintura al collo e la porta sbarrata dall’interno. Nonostante un infermiere avesse subito notato che il pannello in legno della porta cedeva con troppa facilità (segno di un rimontaggio frettoloso effettuato dall’esterno), il medico legale catalogò frettolosamente il decesso come gesto estremo. Per questo motivo, il giudice ordinò la trasmissione degli atti alla Procura per valutare l’operato dei Carabinieri di Abano e Montegrotto Terme, colpevoli di aver inizialmente assecondato la tesi del suicidio senza approfondire i pregressi di violenza domestica.
Il caso Ramona Rinaldi a Veniano (Como)
È ancora in corso davanti alla Corte d’Assise il processo contro il trentaquattrenne Daniele Re per la morte della compagna Ramona Rinaldi, trovata nella sua casa a Veniano, il provincia di Como, il 21 febbraio 2025. Aveva una figlia di sei anni. Daniele Re parla di suicidio, ma la sua narrazione crolla sotto il peso di prove inconfutabili. L’autopsia rivela brutali calci agli stinchi sferrati poco prima della morte.
Ma è la voglia di vivere di Ramona a incastrarlo: la donna poche ore prima di morire, aveva pre-ordinato la spesa online per il giorno successivo e pianificato appuntamenti dall’estetista per tutta l’estate. Chi vuole morire non programma il domani.
Il processo in corso
Per dimostrare che non si è trattato di un suicidio, l’accusa porta in aula elementi indiziari ritenuti schiaccianti. Oltre ai rilievi con il Luminol che hanno svelato tracce di sangue nella lavatrice (usata per lavare il pigiama della vittima), la Procura mostra le ricerche web fatte da Re un mese prima del delitto.
L’uomo cercava su internet paesi senza estradizione (“Nepal”, “Pakistan”, “Giamaica”, “posti in cui non ti troveranno mai”) e aveva persino acquistato due biglietti aerei per sé e per il padre. Ad arricchire il quadro probatorio sono state le testimonianze del 118 sulla temperatura del cadavere (incompatibile con un suicidio avvenuto poco prima della chiamata)
La difesa intanto ottiene dai giudici la disposizione di una perizia psichiatrica formale, una mossa frequente nei processi per femminicidio per cercare di scardinare la piena imputabilità.
Il caso di Vera Schiopu a Ramacca (Catania)
Nel desolato contesto di un casolare isolato a Ramacca (Catania), la morte di Vera Schiopu non ha ancora ottenuto una verità definitiva. Il fidanzato avrebbe cercato di simulare un’impiccagione, ma le escoriazioni sul corpo di Vera sono del tutto incompatibili con la fisica della corda. Le indagini svelano poi una macabra regia di complicità: l’uomo si sarebbe avvalso di un amico per pulire la scena e tentare di “confezionare” il suicidio perfetto.
Nelle campagne di Ramacca, però, la Procura di Caltagirone agisce con estrema rapidità ordinando il fermo del fidanzato romeno (ritenuto l’esecutore materiale) e dell’amico connazionale. Questo caso si distingue perché la simulazione dell’impiccagione nel casolare semidiroccato parrebbe pianificata ed eseguita a quattro mani per rendere più credibile il depistaggio e proteggere l’assassino. Le escoriazioni sul corpo della venticinquenne moldava e le palesi incongruenze fisiche rilevate sul soffitto del casolare fanno però crollare l’alibi del fidanzato fin dalle prime ore.
Il processo in corso
Il procedimento penale è ora in una fase cruciale e si sta attivamente celebrando davanti alla Corte d’Assise di Catania, con l’indagine che si è allargata fino a coinvolgere un terzo imputato. Nell’autunno del 2024 sono stati rinviati a giudizio il fidanzato Gheorghe Ciprian Apetrei e l’amico Costel Balan. La vera svolta (emersa a inizio 2026) è che l’accusa ha ottenuto il rinvio a giudizio anche per un terzo uomo, Petru Balan (fratello di Costel), anch’egli residente nel casolare e ritenuto coinvolto nel delitto.
La Procura sostiene che Vera sia stata strangolata e poi appesa alla trave, portando come prova regina l’autopsia secondo cui la vittima era “troppo ubriaca per potersi suicidare” (con un tasso alcolemico incompatibile con la coordinazione fisica per compiere il gesto). Al contrario, la difesa punta su una perizia di parte a sostegno del suicidio, evidenziando che sulla corda sono state isolate solo tracce biologiche di Vera e non dei sospettati.
Il fidanzato Apetrei, tuttora detenuto in carcere, ha parlato in aula professando la propria innocenza («Volevamo dei figli, non l’avrei mai uccisa»). L’amico Costel Balan è invece a piede libero poiché i tabulati telefonici e i video delle telecamere hanno confermato un preciso alibi per le ore del decesso
Il femminicidio di Valentina Salamone
Mentre questo caso non ha ancora completato il suo iter giudiziario, un altro, etichettato inizialmente come suicidio, è giunto a una sentenza definitiva: il femminicidio di Valentina Salamone, una delle pagine processuali più note della cronaca siciliana. Il caso della morte della diciannovenne Valentina Salamone ad Adrano, trovata impiccata nel 2010, archiviata inizialmente come suicidio, è invece stato riaperto.
Il processo si è concluso nel 2022 con una sentenza definitiva all’ergastolo per Nicola Mancuso, l’uomo con cui aveva una relazione. In questo caso, la tenacia della magistratura e delle parti civili ha dimostrato di poter ribaltare le conclusioni affrettate anche a distanza di anni.