CINEMA: ZALONE, ANCHE IO SOGNAVO IL POSTO FISSO
Checco Zalone durante il photocall per la presentazione di ''Quo Vado?'', Roma, 29 dicembre 2015. Il film di Gennaro Nunziante sbarcherà in quasi 1.300 sale dall'1 gennaio con Medusa. ANSA/FABIO CAMPANA

Checco Zalone racconta il nostro tempo

Vedere un film di Checco Zalone e Gennaro Nunziante è come ripercorrere in un'ora e mezza tutte le migliaia di parole sentite negli ultimi mesi e anni di telegiornali, talk show e riviste che raccontano i conflitti di una società che si sta formando sulle sfide del futuro e ritrovarle in chiave comica.

Sono andato a vedere il nuovo film di Checco Zalone e Gennaro Nunziante, il regista che lo dirige e con lui scrive - Quo vado? - il primo giorno di uscita, cioè a Capodanno, assieme alle famiglie numerose e chiassose, ai bambini che rosicchiavano pop-corn ancora storditi dalle troppe ore passate in casa a giocare a giochi stupidi sugli smartphone. C'era ancora odore di pasta al forno che veniva dalle case, misto a quello dell'olio consumato dei pop-corn.

Ci sono andato perché pensavo che ridere fosse un modo buono per iniziare l'anno, ma anche perché volevo vederlo assieme alla gente, con la sala gremita che ride tutta assieme.

Quo vado? è la storia di un tardo-ragazzo pugliese (Zalone) che, pur di non perdere il posto nell'ufficio provinciale caccia e pesca, chiuso per il taglio dei costi della pubblica amministrazione, decide di accettare qualunque trasferimento in un altro ufficio pubblico, nel cuore della Calabria o persino in Norvegia.

Il suo non è un posto di lavoro qualunque. È un posto fisso, e per giunta pubblico: il mito assoluto nell'immaginario italiano, specialmente meridionale.

In Norvegia, Checco conosce una ragazza di cui si innamora, ma soprattutto uno degli stili di vita più ammirati al mondo.

Già da questa piccola presentazione della storia, si capisce come questo film entri con violenza nella più viva attualità del dibattito politico e sociale dei nostri giorni.

La crisi, la precarietà, la fuga dei cervelli, il confronto costante - e sempre perdente - con i modelli sociali nordeuropei, e poi la gestione mafiosa della cosa pubblica. In mezzo c'è spazio per raccontare anche il maschilismo, i nuovi modelli familiari, il dibattito sui diritti civili.

Vedere un film di Checco Zalone e Gennaro Nunziante è come ripercorrere in un'ora e mezza tutte le migliaia di parole sentite negli ultimi mesi e anni di telegiornali, talk show e riviste che raccontano i conflitti di una società che si sta formando sulle sfide del futuro e ritrovarle in chiave comica.

Ma qual è la novità rispetto agli altri dibattiti su questi temi? A parte la comicità, che già di per sé è un potentissimo strumento di analisi della realtà, poco praticato forse perché considerato di serie B, c'è anche il fatto che il personaggio di Checco Zalone incarni - lui stesso - tutti i vizi e le virtù della gente comune. A differenza degli altri, che la guardano con snobbismi o paternalismi, può permettersi di criticarli fino in fondo, con ferocia.

Zalone è come quei professori un po' ruspanti di provincia, con la voce roca, che ti dicono di non fumare fino a spezzarti le sigarette, con la consapevolezza dei fumatori che cercano di smettere e che conoscono bene il vizio. Lo fanno volendoti bene.

È un po' come se Zalone e Nunziante guardino l'Italia non dal Nord Europa, ma dall'Africa e, anzi, in modo forse un po' ingenuo, ma non troppo, è da lì che ci suggeriscono di ripartire: da un mondo di bisogni primari e valori umani che valgono di più di un mondo freddo di economia e regole.

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