Jasmine Trinca: «Con Fortunata ho ritrovato l’anima borgatara»

29 05 2017 di Elisabetta Colangelo
Credits: Paolo Ciriello

Nel nuovo film di Sergio Castellitto, che le è valso un premio come miglior attrice a Cannes, Jasmine Trinca interpreta una ragazza madre della periferia romana in cerca di riscatto. «So cosa vuol dire lottare per il quotidiano»

La giuria della sezione Un certain regard, presieduta da Uma Thurman, ha appena premiato a Cannes Jasmine Trinca come migliore attrice per il suo ruolo in Fortunata di Sergio Castellitto. Noi l'avevamo intervistata poco tempo prima del Festival e, prima di incontrarla, erano bastati un paio di messaggi su WhatsApp per rompere il ghiaccio: alla fine l'appuntamento è fissato in un caffè di Testaccio, quartiere della Roma popolare. Trentasei anni, una figlia di 8, Elsa, avuta dall’ex compagno Antonio, l’attrice qui ci è nata e ci vive.

«Vengo da una famiglia proletaria, i miei sono commercianti “testaccini” storici, vendevano pesce al mercato» racconta. «Mia nonna Rosa era ancora al banco, fino a qualche anno fa. Fortunata è una donna separata che vive sola con la figlia nella periferia di Roma» dice Jasmine. «È una che lotta per il quotidiano, fa la parrucchiera a domicilio e sogna di avere un negozio tutto suo. Finché incontra l’amore. In questo senso, il film è anche un po’ una fiaba».

Ti sei riconosciuta in Fortunata?

Più che altro vi ho rivisto le donne della mia famiglia. Mia madre, soprattutto, che come lei mi ha cresciuta da sola, arrabattandosi tra mille lavori. Quell’immagine di donna che si sforza di trovare una propria strada è stata molto importante per me, e credo sia un esempio da trasmettere ai nostri figli. Fortunata, nel film, pensa che attraverso il suo lavoro potrà migliorare e riscattarsi. E io lo trovo bellissimo.

Credits: Paolo Ciriello
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Credits: Paolo Ciriello
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Credits: Paolo Ciriello
Credits: Paolo Ciriello
Foto

È il secondo film che fai con Sergio Castellitto, dopo Nessuno si salva da solo. Lavorate bene insieme?

Molto, siamo diventati quasi una famiglia. Sergio e Margaret hanno una immagine pubblica da intellettuali, invece sono persone molto radicate nella vita reale. Lei è una donna che delega pochissimo, si occupa dei suoi ragazzi, lavora, è una cuoca straordinaria. Lui è figlio di proletari come me, nato e cresciuto in periferia, a Centocelle. Dopo il provino in cui ci siamo conosciuti, tra noi c’è stato soprattutto un incontro umano. Non avrei mai immaginato di poter raggiungere un feeling così forte con entrambi.

Hai accettato subito la parte?

Certo, per me è stata una grande occasione. Fortunata è una storia che Margaret aveva in testa da tanto tempo. L’abbiamo girata a Tor Pignattara, con gente presa dalla strada, anche mia nonna Rosa ha avuto un piccolo ruolo. Quando lavora, Sergio ti mette addosso un’energia incredibile, è una persona molto curiosa, con un atteggiamento entusiasta, quasi fanciullesco.

Ti è dispiaciuto essere imbruttita? Ricordi Penélope Cruz in Non ti muovere.

Sono stata involgarita, più che altro. Ho fatto un lavoro di trasformazione fisica pazzesco, ci sono scene in cui non riesco a guardarmi per l’imbarazzo, vedo una donna che non sono io. Pacchiana, abbronzata, sempre in minigonna. Ero costretta a correre su zeppe impossibili, mi sono persino slogata una caviglia.

E poi ci sono le scene di nudo, e il sesso con Stefano Accorsi.

Sesso ce n’era parecchio anche nell’altro film, è una delle cifre di Castellitto (ride, ndr). Ma non è stato un problema, sono una persona che ha molto pudore dei propri sentimenti e pochissimo del corpo. In scena trovo più difficile mostrare le mie emozioni, come il pianto. Essere tristi è più complicato che mettersi a nudo.

Accorsi che tipo è?

Semplice, genuino, disponibile, ha tutte le qualità degli emiliani, per i quali ho una specie di venerazione. Una volta a Bologna un tassista mi ha offerto la corsa spiegandomi che lo avevo emozionato ne La meglio gioventù. Loro sono così.

E Alessandro Borghi, che interpreta il tuo amico più stretto?

Lo adoro, ha un potenziale pazzesco. E poi è un uomo bellissimo. Sul set abbiamo creato un legame molto somigliante a quello tra i due personaggi che recitiamo.

Nel film tua figlia è seguita da uno psicologo: tu sei mai stata in analisi?

Altroché, per anni! E penso che se avessi avuto la possibilità di fare terapia da bambina, oggi sarei un’adulta meno tormentata, con più certezze. Il sostegno psicologico dovrebbe essere garantito a tutti per legge.

Fortunata vive una storia d’amore che la trasforma. Tu sei innamorata ora?

No, sono single, ma in pace con me stessa. È un periodo di transizione che non mi dispiace: sono stata per tanti anni con il padre di mia figlia (sono ancora in ottimi rapporti, tanto che lui ci raggiunge al tavolo con la bambina, ndr). E anche prima di Antonio ho avuto legami molto intensi. Stare un po’ da sola non può farmi male.

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