La tua vita in un libro: la quarta prova di Erika

27 11 2017

Le concorrenti del talent “La tua vita in un libro” affrontano la quarta prova: utilizzare il lessico familiare. Ecco la prova di Erika

QUARTA PROVA: IL LESSICO FAMILIARE

Ci chiamava le One Step Back perché dovevamo sempre stare un passo indietro, mostrarci, ballare, animare la gente che stava giù dal palcoscenico, ma senza mai dimenticare che la vera star era lui, vestito da donna, con le gambe muscolose e il suo proverbiale bel sedere.

Il piccolo universo del Pride Village viveva di nomignoli, appellativi, e a me piaceva anche per quel modo di riconoscersi solo tra gli appartenenti ad un mondo. Assediati nei camerini ci preparavamo per uno spettacolo e già lì iniziava il “lavoro” delle cinque One Step Back: aiutare nella trasformazione estetica che portava un uomo distinto a sembrare una donna molto appariscente.

Ogni tanto perdevo la pazienza, tra richieste di trucchi, gin lemon e altri vezzi tipici di una drag queen. «Will datti una calmata» dissi alla nostra star che non la smetteva di fare richieste assurde. Beppe mi chiamava Grace e io lo soprannominavo Will, in onore del nostro telefilm preferito che sembrava proprio parlare di noi e della nostra strana convivenza. Al di là della parete, nel frattempo, un’altra drag mi chiamava in cerca di aiuto. Era seminudo e a noi ragazze piaceva per i suoi immensi occhi azzurri. La parola d’ordine però, lo sapevamo bene, era “guardare, ma non toccare”.

«Ehi, sei qui per me!» cominciò a stuzzicarmi Beppe e lo faceva perché adorava quando, per difendermi, allungavo le dita delle mani e pronunciavo, cattiva, il mio Tza tza, che riservavo solo a lui. Era il mio modo per graffiare e per dire che ero pronta all’attacco, senza tanti giri di parole.

Le One Step Back risero: la scena effettivamente doveva essere bizzarra con Will ancora in fase di transizione, vestito metà da uomo, ma avvolto in un boa, e con me, a mani tese, a emettere strani suoni.

Il commento dell'editor

Grazie a una scelta sapiente delle parole, Erika trasmette al lettore l’appartenenza a un mondo complesso e specifico, che osserva abitudini e abita spazi fortemente connotati.

Funziona L’uso di parole di diverso tipo (espressioni che accompagnano scambi consolidati, soprannomi, termini specifici appartenenti a una determinata sottocultura) contribuisce a ricostruire un intero mondo.

Non funziona Purtroppo è poco chiaro lo “Tza tza” finale: il lettore rimane con la curiosità di capire meglio.  

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