La tua vita in un libro: le prime quattro prove di Giusy

  • 30 11 2017

Giusy è una delle cinque scrittrici selezionate per passare alla seconda fase del talent "La tua vita in un libro". Ecco le sue prime quattro prove. 

PRIMA PROVA: SCRIVERE UNA BREVE BIOGRAFIA

Vivo in due mondi paralleli io. Quello della veglia e quello del sonno. Del primo so troppo e niente. Del secondo sono un’esperta esploratrice.

Mi rivedo ancora, rannicchiata nella luce incolore di quella giornata come tante, in cui tutto per me è cambiato. Le dita strette in una morsa intorno alle ginocchia piegate e tremanti contro il mio corpo. Depressione. Ecco, l’ho detto. Pronunciato, urlato.

La posta in gioco era davvero troppo alta: lei voleva la mia vita. I miei 30 anni. Il suo specchio, distorto e impertinente, ha iniziato a inseguirmi, rifiutandosi di riflettere la mia vera immagine, in cambio di frammenti distorti di me stessa.

Esplorare il passato attraverso la terapia delle parole e dell’affetto ha significato ricostruire brandelli di un’esistenza ridotta in cenere. Rialzarsi per non sbattere ancora la faccia contro il freddo e il caldo degli sbalzi d’umore.

Non ho più voluto abbandonarmi a quel senso di vuoto. E ho ricominciato ogni giorno a riportarmi alla vita. La mia vita.

SECONDA PROVA: MOSTRARE, NON RACCONTARE

Seduta sul balcone di casa, con le gambe a penzoloni, mi godevo il calore del sole di aprile, che asciugava i fili dei miei capelli corvini. I movimenti di mio padre, sicuri e decisi, mi rapivano e mi distraevano dal ronzio del vento. Il giorno delle Palme era arrivato e lui stava intrecciando dei canestrini di foglie di palma con le sue mani. I polpastrelli erano rigati e consunti dalla polvere del cemento e dei mattoni, che si era insinuata nelle righe della sua pelle bruciata dal sole. Quel suo colore bruno, in contrasto con la luminosità delle foglie, faceva risaltare lo stelo, liscio e sinuoso. La palma ondeggiava tra le sue dita, si lasciava piegare e modellare dalla sua maestria. Dove aveva imparato a farlo? Me lo avrebbe mai insegnato?

Con la schiena appoggiata allo schienale, sentivo il calore del sole che aveva lambito la sedia entrare in contatto con la mia pelle, riscaldandola. Il silenzio e le sue mani avevano sostituito lo sguardo severo e la voce tuonante dei giorni addietro. Avrei voluto che il tempo si fermasse.

Voltandomi verso le persiane, una folata di vento fece per chiuderle. Per un momento la nostra immagine si impresse nel vetro. La mia solitudine sembrò scomparire. Vicinanza, affetto, stupore e curiosità avevano sostituito la paura di quell’uomo con la voglia di vivere per sempre in un momento come quello. La semplicità dei gesti, il calore del sole e l’odore della nostra pelle nella brezza del vento, mi fece sentire viva come mai prima di allora.

TERZA PROVA: INDIVIDUARE LA PROPRIA VOCE

Il mormorio dell’orologio sulla brulla parete di fronte mi rende nervosa. Dovrei smetterla di tormentare la collanina con le mani. La faccio scorrere sul mento, mentre tengo le labbra serrate. I miei grandi occhi a mandorla, neri e curiosi, roteano qua e là a esaminare la stanza. Laura prende appunti sulla sua scheda medica. Lo fa sempre quando affrontiamo argomenti importanti. Chissà cosa scrive. Mi sorride e cerca il mio sguardo schivo, in attesa che io prosegua. Ecco, ha intuito i miei pensieri! Il rossore sarà ormai evidente. Anche le mie occhiaie lo sono. Nascoste da un velo di fondotinta. Ho le mie consuete tre ore di sonno alle spalle. Tossisco, sistemandomi alla meglio sulla grande poltrona che sembra inghiottire il mio fisico esile. E se mi viene da sbadigliare? Ma è mai possibile che io non riesca a fare a meno di crucciarmi per qualsiasi cosa? Mi inumidisco le labbra. Temo che non mi vengano le parole. Perché è con le parole che oggi conto di colmare un deserto sterile che tenta di rifiorire da anni.

Da sempre sono alla ricerca di risposte. Volevo essere io la risposta a tutto. Dentro il cuore, una costante paura del vuoto. Un funambolo improvvisato, in equilibrio su una fune troppo lunga. Ritorno oggi al significato originario di me stessa attraverso le parole. Chi l’avrebbe mai detto? Rinnovata e riscoperta. Riacquisto vigore e mi getto la zavorra alle spalle. Parlo a Laura della mia vita. Accettando le mie emozioni più disparate. Affezionandomi alle mie paure.

QUARTA PROVA: IL LESSICO FAMILIARE

Un colpetto secco sul bordo del “catu”. Zia Annina lo puliva così il pettine, sul secchiello di plastica azzurro, prima di riaccostarlo ai lunghi fili d’argento e di neve della nonna. Capelli forti e lunghissimi, come le radici del suo animo. Il rito si compiva ogni domenica. «Appoggiate i piedi alla “vrascera”, così state calde», ci diceva la nonna. I piccoli piedi giocosi delle mie sorelle si alternavano ai miei, poggiati sul bordo in legno intorno al braciere. Era quello il momento in cui il cerimoniale entrava nel vivo. E lei dava inizio al racconto del giorno. Le sue parole fluivano lente e chiare, mentre i capelli prendevano forma in un intreccio rigoglioso, come una corona d’aglio composta con maestria. A scandire insieme la trama del racconto. «Mi raccomando, non pensate solo ai “quatrareddri”». Ci ammoniva poi, sorridendo. I “fidanzatini”, a suo dire, non bastavano a diventare donna. «Io, senza scuola e con un marito sempre in guerra, ho imparato a coltivare la terra e so fare anche “la conta alla femminile», ci diceva orgogliosa. «So contare a memoria». E si pregiava, ridendo, di poter tenere testa a chiunque, pur senza uomini e senza calcolatrice.

Il ricordo di quelle domeniche d’inverno all’imbrunire, oggi è parte delle storie della buonanotte a mia figlia. Le racconto di mani increspate dal tempo, poggiate sul grembo. Un perenne abito nero. Di rughe in rilievo, come i solchi sulle foglie d’acero in autunno. E di un profumo, di cenere e noce moscata, di amido e di spighe di grano. Della nonna. Sorrideva con gli occhi lei.

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