No, vi prego, non ditemi chi è Elena Ferrante

14 03 2016 di Annalisa Monfreda

Ci sono anch’io nel fan club di Elena Ferrante, la misteriosa autrice della quadrilogia L’Amica geniale. E sono tra le più fortunate: ho ancora gli ultimi due volumi da leggere. Come ho fatto a centellinarli? Pura strategia. Ho iniziato a ottobre, al riparo dalle maratone di lettura estive. E ho adottato la tecnica di intervallare ciascun libro con altri due o tre romanzi di tutt’altro genere, dal noir allo storico.

Certo, vivo continuamente sul chi-va-là, come quelli che vedono le partite di calcio in differita. Se casualmente mi imbatto in un altro membro del fan club, dichiaro subito il punto a cui sono arrivata e imploro che non gli scappi nessun particolare dei capitoli successivi. Ora, però, un appello a tutti coloro che stanno perdendo il sonno per svelare la vera identità di Elena Ferrante. Inseguendo presunti dettagli autobiografici disseminati nella storia. Vi prego, non fatelo. Desistete.

Se per mettere a tacere la coscienza, vi siete raccontati che l’anonimato è una mossa di marketing e che lei non desideri altro che essere scoperta, pensateci un attimo: non è così. Sono vent’anni che Elena Ferrante sforna piccoli gioielli letterari, prima di nicchia, adesso amati dal grande pubblico. Ed è sempre stata un’autrice senza volto. Anche se ai tempi de I giorni dell’abbandono, nessuno ci badava.

In un’epoca di personal branding selvaggio, in cui lottiamo per associare il nostro nome alle cose che facciamo, la scelta di Elena Ferrante risulta provocatoriamente controcorrente. A me piace immaginare che sia dettata dal bisogno di preservare la stanza della creatività. C’è chi riesce a entrare e uscire da quella stanza a piacimento, gestendo con nonchalance le quotazioni del proprio successo, un giorno alle stelle, il giorno dopo nel fango. E c’è chi, invece, sente la necessità di proteggere quella stanza da ogni corrente d’aria cattiva, da ogni scossa che la metterebbe a soqquadro.

L’anonimato di Elena Ferrante è un’ammissione di debolezza e insieme il segnale di una grande forza. Ed è di una tale bellezza che sarebbe davvero un peccato violarlo.

Riproduzione riservata