Subdola nel manifestarsi e difficile da stanare: è la violenza economica che colpisce tante donne ed è spesso prodromo di quella fisica. Ne è convinta Anna Maria Tarantola, oggi vicepresidente della Fondazione Giulia Cecchettin, economista che si è impegnata a favore della parità di genere per tutta la sua lunga e prestigiosa carriera: dai 42 anni in Banca d’Italia (di cui è stata Vice Direttore Generale) alla Presidenza della Rai (dove ha anche introdotto la policy di genere).
Violenza economica: l’intervista ad Anna Maria Tarantola
Quando si verifica la violenza economica?
«Quando l’uomo impedisce alla donna di essere indipendente a livello finanziario. In letteratura se ne indicano almeno tre tipi. Il primo è il controllo economico: l’autore della violenza limita o impedisce l’utilizzo delle risorse finanziarie da parte della vittima, per esempio le nega l’uso del conto corrente, la obbliga a chiedere l’autorizzazione per le spese, monitora tutti i suoi acquisti. Poi c’è lo sfruttamento economico: il violento si appropria delle risorse economiche della donna, le ruba denaro e beni. Infine il sabotaggio economico: il violento impedisce alla vittima di cercare o mantenere un lavoro o un percorso di studi. Tali esempi mostrano come questa sopraffazione viaggi spesso sotto traccia e sia complesso individuarla».
C’è consapevolezza della sua gravità?
«Purtroppo no. Secondo una ricerca condotta da Bain & Company con Casa delle Donne Maltrattate e Differenza Donna nel maggio 2025, l’80% del campione ritiene che la violenza sessuale ed economica siano un problema sottovalutato dalla società, ma solo il 25% considera quella economica e quella psicologica – le meno conosciute – estremamente gravi. Non solo. I giovani tra i 18 e i 30 anni ne percepiscono meno la gravità rispetto agli over 60».
Violenza economica, interventi pratici
Questo tipo di violenza è legato a un problema che va oltre i confini della famiglia. Come intervenire?
«Il primo passo è aumentare l’occupazione femminile: essere autonome economicamente aiuta le donne a non cadere in situazioni di violenza. Avere un lavoro con una giusta remunerazione, disponibilità di denaro, conoscenza e accesso agli strumenti finanziari sono, secondo l’Onu, fondamentali strumenti di prevenzione e contrasto alla violenza di genere. Purtroppo in Italia su questi fronti c’è ancora molto da fare».
Qual è la situazione rispetto all’accesso al credito?
«Ancora oggi molte banche concedono con maggiore difficoltà un prestito a quante desiderano avviare un’attività. Varie imprenditrici mi hanno spiegato che sono applicati tassi di interesse maggiori e talora viene persino chiesta la garanzia da parte del marito. Eppure le donne si dimostrano buone imprenditrici e vanno sostenute».
Il ruolo delle aziende e la formazione
Quale ruolo possono avere le aziende?
«Possono agire su vari fronti: attivare opportune policy, remunerare le donne come gli uomini, dare loro le stesse opportunità di carriera, prevedere sanzioni disciplinari per i dipendenti violenti e misure di supporto per le donne oggetto di vio- lenza. È significativo che un numero crescente, anche se ancora modesto, di aziende abbiano richiesto e ottenuto la Certificazione della Parità di Genere UNI PdR 125:2022. Le imprese, poi, possono formare i loro dipendenti a es- sere “sentinelle sociali”, come Fabio Roia, Presidente del Tribunale di Milano, definisce coloro che sono capaci di cogliere la situazione di disagio delle donne soggette a violenza e di aiutarle a trovare soluzioni. La formazione è fondamentale, perché c’è una relazione tra il grado di conoscenza dei vari tipi di violenza, la sensibilità sul tema e la reazione positiva a non commetterla».
Anche tra le donne deve crescere la consapevolezza.
«Sì, spesso tollerano situazioni di violenza economica perché non si rendono conto della sopraffazione che subiscono o hanno paura delle conseguenze. Occorre realizzare campagne informative e programmi di alfabetizzazione economica e finanziaria fin dalle elementari e vanno quindi preparati bene gli insegnanti».
Prevenzione: non solo lavorare
Avere un lavoro è cruciale, ma non basta.
«Prevenire la violenza, proteggere le donne che la subiscono e punire gli uomini che la commettono sono tre obiettivi fondamentali e vanno perseguiti insieme, attivando un concreto piano di azione che coinvolga le istituzioni, il mondo della comunicazione, le aziende, le banche, le associazioni e anche i singoli cittadini. La collaborazione e il dialogo sono fondamentali. Le donne, dal canto loro, devono trovare il coraggio di segnalare le discriminazioni subite e di proporsi. Quando sono diventata Vice Direttore generale di Banca d’Italia, molti uomini vennero a presentarsi sottolineando le loro competenze e il desiderio di un avanzamento di carriera. Di donne non se ne presentò nessuna. Ma io sapevo che ce n’erano tante in gamba. Allora ho chiamato una delle migliori che conoscevo e abbiamo preso un caffè nel mio ufficio con lei e altre: da lì è nata l’idea di creare l’Associazione delle donne dirigenti in Banca d’Italia. Ancora oggi, però, le donne sono spesso restie a mostrare il loro valore».
Trovare il coraggio di rompere il silenzio
Lei quel coraggio lo ha avuto?
«Sì, ma non è stato facile. Lavoravo nella sede di Milano di Banca D’Italia quando si è liberato il posto di Capo della direzione di vigilanza. Ero da anni in quel settore, mi dicevano che ero brava e pensavo di essere almeno tra le persone esaminate sulla base del merito. Invece vengo a sapere che non ero neppure stata presa in considerazione. Dopo due notti insonni sono andata dal direttore e gli ho detto: “Sono qua”. Lui mi ha chiesto: “Ma perché, sei interessata?”. Dal suo punto di vista io, donna, avevo già una buona posizione e una famiglia, non potevo avere altre aspirazioni. Così ebbi il posto… Ci tengo però a fare una precisazione».
Quale?
«Mi sono sempre impegnata molto nello studio e sul lavoro. E ho avuto il coraggio di propormi quando si sono presentate occasioni di carriera. Ma non dico: “Io ce l’ho fatta, possono farlo anche le altre donne”. Mio marito mi ha dato un costante sostegno dal punto di vista psicologico e i miei genitori mi hanno aiutata molto con le mie figlie. Tante si trovano invece in condizioni di grande fragilità. È fondamentale che vengano loro garantiti supporti e strutture, come per esempio i nidi. Le donne non vanno lasciate sole».
Fatti, non parole
La violenza economica è favorita dalle discriminazioni subite dalle donne nel mondo del lavoro. Tre aziende su quattro fanno pinkwashing. Sono in crescita, ma ancora poche, le aziende che hanno ottenuto la Certificazione per la parità di genere, strumento che comporta la misurabilità e il controllo periodico dei risultati. Anzi, una ricerca di LLH, società del Gruppo Adecco, nel 75% dei casi mostra un’incoerenza tra la comunicazione esterna e le attività portate avanti internamente per le pari opportunità. Il problema è molto sentito dalle donne (81%), mentre alcuni colleghi (22%) pensano che neppure esista.