L’Italia del giugno 1946 si risveglia tra le macerie della guerra, mossa dall’urgenza di ricostruire la sua intelaiatura civile. Il 2 giugno quasi 13 milioni di donne votano per la prima volta nella storia nazionale, inaugurando una nuova stagione di sovranità popolare. Da quella consultazione, oltre alla vittoria della Repubblica al referendum, esce un’Assemblea Costituente di 556 membri: in un’aula storicamente maschile si insediano 21 donne. Sono le Madri Costituenti, incaricate di scrivere la Carta, fondatrici della nascente Repubblica: 9 democristiane, 9 comuniste, 2 socialiste, una del Partito dell’Uomo Qualunque, unite da un patto implicito che scavalca le bandiere. Vengono dalla fame, dal confino, dalla clandestinità; portano in aula la tenacia di chi ha saputo farsi carico di responsabilità umane e politiche fino ad allora inimmaginabili.

Cronaca di vestiti: come la stampa ignorò le donne che fondavano la Repubblica

Il 25 giugno 1946, giorno della prima seduta, la stampa però le osserva con la lente del cronista mondano. Come racconta Serena Dandini in Paura non abbiamo (Einaudi), saggio che ripercorre le vite e le battaglie di quelle 21 donne, l’esito è un’imbarazzante «cronaca di vestiti». Risorgimento liberale descrive Bianca Bianchi, filosofa capace di doppiare le preferenze di Sandro Pertini, come un «angelo dai capelli lucenti» in abito vinaccia, mentre di Teresa Mattei si scrive: «Vestita in blu a pallini bianchi e con un bianco collarino. Ha molti bei riccioli bruni… Non vien voglia di dire: beata lei?». Dandini chiosa con secchezza: «Fatico a considerarla così beata. In un’Italia che pretendeva silenzio e sottomissione, la loro stessa esistenza era un atto di insubordinazione politica».

Bianca Bianchi

Dietro quei colletti bianchi c’era infatti una tempra forgiata dalla dittatura. Incarcerando e confinando le rappresentanti più vive dell’opposizione, il fascismo aveva creato quella che Dandini definisce «una vera e propria università dell’antifascismo, dove tra i mattoni delle celle si leggevano i libri proibiti e si disegnava il profilo dello Stato futuro».

Dal rossetto alle bombe: le storie straordinarie che l’Italia ha dimenticato

L’ingresso di questa metà del Paese nel tempio del potere non è una concessione, ma una radicale ridefinizione dello spazio pubblico. Nadia Gallico Spano ricorda il commesso che la ferma sulla soglia: «Pss, ma dove va lei?». Alla sua risposta fiera segue un «Anche lei!» intriso di desolazione. È la stessa supponenza dei colleghi che durante i discorsi delle onorevoli si rifugiano alla buvette, liquidandoli come “chiacchiericcio”. Quel presunto chiacchiericcio pone in realtà le fondamenta della nostra libertà.

Nadia Gallico Spano

Teresa Mattei, per tutti “la ragazza di Montecitorio” per i suoi 25 anni, clamorosi tra tanti deputati maturi, incarna un futuro che non intende chiedere il permesso. Porta sul corpo i segni della tortura nazista – denti spaccati e un rene leso dal calcio di un fucile – e nell’anima la tragedia del fratello Gianfranco, suicida in via Tasso per non tradire i compagni.

Teresa Mattei

Nel romanzo di Sara Rattaro, Il vestito di mia madre (Piemme), Teresa rivendica la propria storia con una battuta: «L’unica volta che ho usato il rossetto in vita mia è stato per mettere una bomba». Si tratta, spiega Dandini, di «figure straordinarie, spesso dimenticate, che hanno combattuto e versato sangue, guidato lotte operaie, fondato giornali e movimenti politici per ottenere diritti a lungo negati», capaci di scardinare l’impianto maschile dello Stato portando nell’aula la concretezza dei bisogni quotidiani.

«Isterismi pudibondi»: le battaglie di Lina Merlin, Nilde Iotti e Teresa Noce

Mentre i Padri si accapigliano sui massimi sistemi e i confini della Nazione, le 21 Madri introducono nel dibattito la concretezza dei corpi: il lavoro, la scuola, la tutela dei figli, la salute, costringendo lo Stato a farsi carico della dignità dell’esistenza.

Lina Merlin

Una pragmatica traduzione dei bisogni che si esprime nella battaglia di Lina Merlin contro lo sfruttamento della prostituzione di Stato. Accusata di “isterismi pudibondi” dai colleghi, replica in aula: «È questa nostra società che costruisce, sulla miseria e sul dolore altrui, le valvole di sfogo di una morale filistea». Per piegare le resistenze, minaccia il segretario socialista Pietro Nenni di svelare i nomi dei dirigenti del partito proprietari degli immobili delle case chiuse, ottenendo una rassegnata risposta: «Mio Dio, Lina, e come faccio ad avvisarli tutti?».

Nilde Iotti

Con la stessa determinazione si muove Nilde Iotti, che colpisce l’istituto familiare definendolo “antidemocratico”. La sua tesi scardina le convenzioni del tempo: «L’emancipazione della donna passa prima di tutto dal lavoro, visto che solo così la donna acquista quell’indipendenza, base di una vera e compiuta personalità, che le consente di vedere nel matrimonio non più un espediente talora forzato per risolvere una situazione economica difficile, ma una libera scelta». Grazie a lei, dall’articolo 29 scompare l’aggettivo “indissolubile”, ponendo la premessa per il futuro diritto al divorzio.

Teresa Noce

Il superamento delle barriere consente a Teresa Noce, autodidatta torinese, di fare asse con la democristiana Maria Federici: insieme firmano nel 1950 la legge sulla tutela delle lavoratrici madri, che Noce rivendica come «la prima legge democratica e popolare della Repubblica italiana».

Maria Federici

Maternità, magistratura, diritti: le battaglie istituzionali delle Madri Costituenti

L’efficacia delle elette si estende a meriti politici di ampio respiro istituzionale. Angela Gotelli, nella Prima Sottocommissione per i diritti e doveri dei cittadini, combatte insieme a Nilde Iotti e Maria Federici per aprire la magistratura alle donne: una battaglia temporaneamente persa, ma senza arretrare di un passo.

Angela Gotelli

Elettra Pollastrini, reduce dalla prigionia nel carcere tedesco di Aichach, porta in Assemblea la sua opposizione radicale al totalitarismo, battendosi per la tutela della maternità, dell’infanzia e dei diritti dei figli nati fuori dal matrimonio.

Elettra Pollastrini

Accanto a loro, Adele Bei converte la maternità da destino biologico a valore sociale protetto, avendo ben chiaro il ricordo dei 18 anni di carcere per aver risposto ai giudici del Tribunale speciale fascista che tentavano di far leva sul senso di colpa materno: «Appunto perché sono madre, sento il dovere di lavorare per l’avvenire di altre creature». Ciascuna trasforma un dolore personale in un cardine dell’architettura dello Stato.

Adele Bei

Il monumento più grande: perché la Costituzione è anche opera loro

«Generalmente si sottolinea ciò che la Costituzione ha dato alle donne» rivendica Nadia Gallico Spano. «Ma non si sottolinea mai ciò che la battaglia delle donne ha dato alla Repubblica, alla Costituzione». Il lascito di questa stagione riecheggia in sette pilastri della Carta: l’uguaglianza dell’articolo 3, la parità coniugale del 29, i diritti dei figli nati fuori dal matrimonio nel 30, la tutela della maternità nel 31, la parità salariale del 37, sino al suffragio e all’accesso agli uffici pubblici dei successivi articoli 48 e 51. E se l’accesso in magistratura rimane un muro insormontabile fino al 1963, su ogni altra norma le deputate tengono la linea, rendendo la Costituzione un progetto vivo di società giusta. Riscoprire questa affettuosa genealogia, suggerisce Serena Dandini, serve proprio a contrastare le leggi dell’oblio che ancora si riflettono nei libri di storia e nella toponomastica delle nostre città, dove le strade dedicate alle donne non superano il 5%. «E se anche siamo d’accordo con Teresa Mattei, che affermava: “Le lapidi sono importanti, i monumenti sono importanti, ma il più grande monumento, il maggiore, il più straordinario che si è costruito in Italia, alla Libertà, alla Giustizia, alla Resistenza, all’Antifascismo, al Pacifismo, è la nostra Costituzione”, non sarebbe male se, per risvegliare la memoria assopita, potessimo passeggiare tra viali e vie che ricordano anche l’altra metà del cielo, che è stata a lungo oscurata».

80 anni dopo: i libri per capire cosa ci hanno lasciato le Madri Costituenti

L’80° anniversario del voto alle donne e dell’avvio dei lavori della Costituente vede fiorire riflessioni necessarie che uniscono il 1946 al nostro domani.

Paura non abbiamo di Serena Dandini (Einaudi) è un viaggio tra le biografie delle 21 Madri per rimettere in circolo quella “passione sociale” che oggi rischia di sbiadire.

Marianna Aprile in La promessa (Rizzoli) indaga su una “rivoluzione incompleta”, misurando la distanza che separa l’emozione del primo voto dalle fatiche quotidiane di una parità ancora zoppa.

Al cuore profondo dei lavori dell’Assemblea ci porta Sara Rattaro con Il vestito di mia madre (Piemme), capace di trasformare in romanzo la giovinezza ribelle di Teresa Mattei: fu lei a inventare l’8 marzo italiano, preferendo la mimosa, fiore selvatico, gratuito e tenace che i partigiani regalavano alle staffette, alle costose violette francesi caldeggiate dai dirigenti maschi.

In Cittadine a metà (Feltrinelli) Francesco Clementi e Anna Finocchiaro mettono in guardia dalle nuove, insidiose discriminazioni invisibili generate dall’era digitale.

C’è ancora domani di Paola Cortellesi, Giulia Calenda e Furio Andreotti (Feltrinelli) restituisce, con la sceneggiatura e i materiali del film cult del 2023, la straordinaria forza popolare di quel 2 giugno attraverso gli occhi di chi scelse di non abbassare la testa davanti al patriarcato domestico.

Infine, il rigore documentario di Mario Avagliano e Marco Palmieri in Voto alle donne! (Einaudi) ci consegna, attraverso lettere e diari inediti, la verità di una conquista che non fu un dono della storia, ma il punto d’arrivo di una mobilitazione secolare, consapevole e coraggiosa.

Milano 1946: le foto inedite e l’evento che riportano in vita il 2 giugno

All’Università degli Studi di Milano si celebrano il 2 giugno, Festa della Repubblica, e gli 80 anni del primo voto delle italiane. Tra le tante iniziative dell’Università Statale e del Comune di Milano in onore del 2 giugno del 1946, c’è il libro Milano 1946. Donne, Referendum, Costituzione: raccoglie foto inedite dagli archivi milanesi sul voto femminile, il passaggio dalla Monarchia alla Repubblica, i Padri e le Madri Costituenti, la rinascita democratica di Milano. Il libro, pubblicato in open access sul sito della Milano University Press, verrà distribuito in biblioteche, musei e fondazioni milanesi. E il 9 giugno, alle 18,30, in Sala di rappresentanza del Senato accademico, in via Festa del Perdono, ci sarà un “racconto recitato” in cui si fonderanno le immagini del libro e le voci della Milano di 80 anni fa: dialogheranno con il pubblico l’attrice Federica Fracassi e la giornalista Sara Chiappori.