Piccola storia di un decennio vincente.
Il 1° dicembre del 1970, con la legge 898, siamo autorizzate a divorziare.
Il 30 dicembre 1971, con la legge 1044, possiamo portare i nostri figli piccoli in un asilo nido pubblico.

Il 6 dicembre dello stesso anno la legge 1204 garantisce tutela alle lavoratrici madri: vietato licenziare quelle che restano incinte, obbligatori 5 mesi di assenza retribuita per svezzare il bambino/a.
Nel 1974 la legge che ci consente di divorziare viene riconfermata e L’Unità titola in rosso: GRANDE VITTORIA DELLA LIBERTÀ.

Nel 1975, il 19 maggio, si riforma il diritto di famiglia con la legge 151: sono sanciti la parità tra i coniugi (ah, ma va?!), l’obbligo reciproco alla fedeltà, l’assistenza morale e materiale, la comunione dei beni, l’abolizione della dote, la patria potestà anche per le madri, l’abrogazione della separazione per colpa, la conservazione, per noi donne, del nostro cognome, se lo desideriamo. Bello, vero?

Ma il decennio non finisce qui: nel 1977, con Tina Anselmi ministro del Lavoro, viene approvata la legge 903 che – udite, udite! – “stabilisce la parità di trattamento fra uomini e donne in materia di lavoro”: 50 anni dopo siamo ancora pagate il 30% meno dei colleghi maschi, ma tant’è… Per fortuna, all’epoca, non ce lo potevano immaginare.

La legge 194 e la conquista più grande: poter scegliere la maternità

Così la marcia trionfale di un femminismo di lotta e di sogno può toccare l’apice del successo: il 22 maggio del 1978 è approvata la legge 194 “sulla tutela sociale della maternità e sulla interruzione volontaria di gravidanza”.

Era dal giorno in cui avevo incontrato sulla mia strada il dottor Pincus e avevo scoperto la pillola anticoncezionale che non mi sentivo così leggera e vincente. Pensavo a quante mie compagne di femminismo avevano dovuto battere soldi in giro e partire per Londra a sgravare quel feto che non poteva diventare un figlio, una figlia.

Quanta solitudine! Che triste commercio, e quanti rischi, per chi non trovava i soldi! Ma soprattutto quanti sensi di colpa.

Quando la maternità smette di essere un destino obbligato

È ancora durissimo oggi mettere in discussione la maternità come vocazione. Come istinto. Come compito storico. Come stato di grazia. Metà del Paese era schierata contro di noi. Il decennio delle meraviglie si era aperto nel segno della libertà di amare e non amare più, dato che l’amore non è eterno. Si chiudeva nel segno della libertà di diventare madri solo quando e se ci sentivamo in grado di assolvere questo compito così difficile e – lui sì – eterno. C’era chi applaudiva le nostre manifestazioni e chi ci trattava da assassine, laide infanticide, svergognate egoiste e senza cuore. Il Movimento “per la vita”, che persiste nei secoli, chiamava bambino anche l’ovulo fecondato e preparava cimiterini per i feti, cercando di appesantire il fardello di sensi di colpa che gravava sulle nostre spalle.

manifestazione di donne in favore dell'aborto, anni Settanta
Donne in piazza per difendere il diritto all’aborto. Foto Ipa

Diventare madri non è un destino: la responsabilità di scegliere

Nel maggio del 1978 io avevo appena scoperto di essere di nuovo incinta, il bambino sarebbe nato 8 mesi dopo. Pochi mesi prima avevo subito un aborto spontaneo che mi aveva gettata in uno stato di profonda malinconia.

Non l’avevo scelto, di diventare madre, mi era capitato, ma avevo deciso di tenerlo, il frutto di quella mancanza di precauzioni.

Ero all’inizio del quarto mese di gravidanza, quando l’ho perso. Ero consapevole della responsabilità che comporta dare la vita, mettere al mondo una persona piccola che per anni e anni avrà bisogno di te e poi dovrà emanciparsi da te. E a te sembrerà una terribile ingiustizia, mentre sarà un naturale e felice sviluppo dell’essere umano che hai scagliato in questo mondo. Se le madri hanno lavorato bene, i figli e le figlie si staccano da loro senza soffrire e vanno avanti da soli, da sole.

Essere madri richiede una forza, un altruismo, un equilibrio che non sono alla portata di tutte. Non tutte le donne sono attrezzate mentalmente e fisicamente per coprire un ruolo così difficile, così delicato, così oblativo. E così fondamentale.

Una volta, se nascevi femmina, non c’erano alternative. Una volta eravamo vacche al servizio della riproduzione. Punto. Se restavi incinta, erano cavoli tuoi. Avevi un marito? Bene. Venivi festeggiata (brevemente) e poi messa al lavoro. Le gravidanze si susseguivano spesso a un ritmo indecente. Poi, a un certo punto, stremata, smettevi di fabbricare figli e vivevi quel poco che ti restava da vivere in un cono d’ombra. Non avevi un marito? Nel cono d’ombra ci finivi subito, a 20 anni, a 16… Venivi segnata dal marchio del disonore, tuo figlio era un bastardo, tua figlia era una bastarda. E tu una puttana.

“L’utero è mio”: quando le donne hanno rivendicato il diritto di scegliere

Con la seconda metà del secolo scorso l’edificio della sottomissione femminile ha incominciato a tremare. Il controllo delle nascite diventa ammissibile: gli anticoncezionali, la pillola del dottor Pincus (che Dio lo benedica), la “marcia indietro” (pratica in cui il mio ragazzo era maestro: consisteva nel ritirare il pene un attimo prima dell’eiaculazione), il metodo Ogino Knaus (non troppo sicuro, dato che i miei genitori lo usavano per non farmi nascere e invece sono qua)…

Tutte queste diavolerie incominciarono a mettere in discussione l’obbligatorietà del servizio materno. Le donne senza figli non erano donne incomplete ma donne libere. Eravamo stanche di sacrificarci per il bene della specie. Volevamo lavorare, fare carriera, studiare, coltivare le nostre passioni. C’era chi sognava di ninnare un bebè e chi preferiva restarsene scapola o investire sul rapporto di coppia senza terzi incomodi. E non è che le aspiranti scapole fossero donne peggiori delle aspiranti mammine. La mistica della maternità ci aveva costrette a restare a casa troppo a lungo. Era venuto il momento di uscire. Abbiamo gridato nelle piazze, sintonizzate su una rabbia piena di gioia: «Decido io, non Dio», «L’utero è mio e lo gestisco io», «Né Stato né Chiesa, la scelta va difesa», «Tremate, tremate, le streghe son tornate». Variazione: «Tremate, tremate, siamo sempre più arrabbiate».

La legge 194: il diritto di volere un figlio, oppure no

La 194 diventò subito la nostra legge. Frutto di un decennio di grida in piazza e di lacrime nel segreto dei piccoli gruppi di autocoscienza. Sanciva il nostro diritto a essere persone libere di volere un figlio o non volerlo. Come tutte le leggi fortemente volute dalle donne, tentarono di abrogarla con un referendum. Era il 1981, il 17 maggio: i formidabili anni ’70 erano finiti, ma questa nuova vittoria li suggellò come meritavano. La legge fu confermata, la Democrazia cristiana nelle sue frange più succubi del Vaticano perse clamorosamente. L’Unità si concesse un titolo grande in stampatello rosso fuoco: “SCHIACCIANTE VITTORIA”. E subito sotto: “Valanga di no sul referenudm clericale. L’Italia non vuole tornare indietro”.

Partirono i rutilanti e sciocchi anni ’80. Il mio bambino aveva 2 anni e mezzo. Lo amavo con tutta me stessa, dimenticandomi, per la prima volta, di me. Pensai, lo ricordo perfettamente: grazie alla legge 194 ci saranno meno bambini infelici, perché quelli che nasceranno saranno bambini desiderati. Non messi al mondo per obbligo. Non frutti amari di un destino femminile mai messo in discussione. Mi sarei trovata, nei 45 anni seguenti, a difenderla, quella legge, da ogni sorta di attacco politico o svuotamento di senso. Non ho ancora smesso: anche oggi il diritto di interrompere una gravidanza non voluta è sotto il fuoco nemico. Si chiamano obiettori di coscienza, i nemici, ma questa storia ve la racconterò un’ altra volta…