Appena ho messo piede sul litorale di Marina di Massa, l’aria sapeva di sale e di un’elettricità palpabile. Quella tipica delle grandi occasioni, e dei giovani che vogliono cambiare tutto. Davanti a me, la Torre Fiat, un’imponente ex colonia degli anni ’30 che dal 4 all’8 maggio si è trasformata nell’arena della IX edizione dei Campionati Nazionali di Debate (debateitalia.it). Donna Moderna è stata partner editoriale dell’evento, perché crediamo profondamente in quello che lì chiamano “sport della mente”: una sfida rigorosa che insegna a esporre le proprie ragioni con rispetto, valutando quelle altrui senza prevaricazioni.
La rete WeDebate è nata un decennio fa da un gruppo di 6 istituti lombardi, come mi ha raccontato Giovanna Colombo, coordinatrice e anima instancabile del progetto. Oggi conta circa 350 scuole ed è cresciuta perché il Debate «dà agli studenti una sicurezza profonda, ma anche un codice etico che applicano poi in ogni momento della vita, trasformandosi in un vero volano di cittadinanza attiva». Per me, che ho 24 anni, trovarmi lì è stato un bellissimo déjà-vu: solo pochi anni fa ero io a sedermi nei banchi di scuola, a sentire il cuore battere forte mentre il mio prof di filosofia mi insegnava a smontare i pregiudizi con la forza del ragionamento e dell’empatia. Vedere il mio liceo tra le 32 squadre finaliste, arrivate da ogni regione d’Italia, è stata una magica coincidenza.
Come funziona il Debate?
Osservando i round eliminatori dalle sedie in fondo alle aule, ho visto funzionare una macchina perfetta di logica e tempi serrati. Ci sono due squadre, una Pro (in bianco) e una Contro (in nero), la cui posizione viene sorteggiata all’ultimo istante, allenando la flessibilità mentale dei ragazzi. Ogni squadra schiera tre speaker per interventi da 8 minuti ciascuno. Che fermento! Ho visto dita scorrere veloci su fogli pieni di appunti, ragazzi parlarsi all’orecchio per aggiustare la strategia in corsa e mani scattare verso l’alto per proporre i POI, le brevi confutazioni che mettono alla prova la tenuta psicologica di chi parla. E poi c’è quel suono – “Tin!” – che avvisa dello scadere del tempo e rimescola ogni volta la tensione. I giudici, tre per i round e sette per la finale, valutano contenuto, stile e strategia. «Ti ascoltano in modo critico, e questo ti fa sentire valorizzata. Nella vita quotidiana spesso non si riceve questo tipo di attenzione» dice Caterina Vallero, 18 anni, del Liceo Carlo Botta di Ivrea (To).

Il clima si fa ancora più incandescente durante i round “impromptu”, dove l’argomento viene comunicato ai ragazzi solo un’ora prima della gara: è da preparare senza Internet e senza i coach, solo appunti, idee e un vocabolario. I temi di quest’anno hanno toccato i nervi scoperti dell’attualità: Intelligenza Artificiale, parità di genere, migranti, social. L’esperienza è ardua specie quando si devono difendere tesi lontane dai propri valori. «È bruttissimo, senti proprio le parole che escono di bocca e tu che non sei d’accordo, però impari a trovare argomentazioni dove sembra che non possano esistere» continua Caterina. Flavio, Carlotta e Alessandra del Liceo Empedocle di Agrigento hanno dovuto preparare una difesa per idee che non condividevano, come l’idealizzazione del sacrificio materno. Per loro è stata «un’esperienza formativa unica per imparare a leggere la nostra società».

Oltre i dibattiti, i legami con i coetanei da tutta Italia
La bellezza esplode anche quando si posano i taccuini. Come nella serata “DegustItalia”, in cui ogni squadra porta i piatti tipici della propria regione. Fabio Spoggi, finalista del liceo Ulivi di Parma, mi ha raccontato che «dopo un’ora a dirsi peste e corna, uscire e chiedersi “Come dici questa cosa nel tuo dialetto?” è il legame unico che portiamo a casa». Me lo ha confermato anche la squadra del Liceo Marzoli di Palazzolo sull’Oglio (Bs), che ha dibattuto in inglese: «Durante la sfida siamo nemici, appena usciamo siamo amici». Io stessa, osservandoli in silenzio da un angolino subito dopo un acceso dibattito, ho visto quanto sia profondo il loro coinvolgimento: si mettono in gioco, vivono una forte pressione, rivedono tutti i loro principi e, con grande maturità, sanno trasformare in pochi minuti la rivalità di una sfida in un reciproco riconoscimento.
Anche i docenti vivono questa avventura con trasporto. Li ho osservati, agitati e orgogliosi, durante le sfide. Penso che la loro vocazione didattica si unisca a un’altra ancora più profonda. Mattia Rizzardi insegna storia e filosofia al Liceo Andrea Maffei di Riva del Garda (Tn) e vede nel Debate una medicina contro l’isolamento digitale: «La relazione, in un mondo online spesso vuoto, è un dono prezioso». Giulia Bertagnolio, docente di inglese al Liceo Cavour di Torino, mi spiega che il suo club di dibattito è prima di tutto un «safe space dove ogni idea viene ascoltata».

Debate 2026: la finale in lingua italiana sulla parità di genere
Il momento più intenso del nostro impegno come Donna Moderna è stato la finalissima, su un tema che abbiamo definito insieme a WeDebate: meglio investire risorse pubbliche per ridurre il gender pay gap o per promuovere il linguaggio inclusivo? Sentire quei ragazzi dibattere per più di un’ora con un sincero coinvolgimento emotivo nella causa, mi ha tolto le parole. E pure una lacrima. Da una parte, il Liceo Ulivi di Parma (Pro) ha citato Virginia Woolf per sostenere che senza indipendenza economica non può esserci libertà; dall’altra l’Istituto Alfano di Termoli (Contro) ha ribattuto che essere chiamata “ingegnera” non è un capriccio ma un timbro di autorevolezza necessario per cambiare la mentalità patriarcale. È stato un testa a testa vibrante, risolto con un verdetto soffertissimo di 4 a 3 per l’Ulivi di Parma. Salti, lacrime, abbracci. Nessuna tensione agonistica. Solo la sensazione, per tutti, di aver preso parte a qualcosa di faticoso ma intimamente edificante.

Lascio Marina di Massa con un’immagine nel cuore. È quella di Caterina che, con occhi brillanti e risoluti, mi consegna la chiave di tutto: «Sono felice quando dibatto qui perché, finalmente, vengo ascoltata per davvero». In un mondo che rischia di ignorare i giovani, il Debate restituisce loro la forza di ogni parola. Infondendo fiducia in se stessi e in un futuro che può, e deve, essere diverso. Migliore di così.