Spiare la ex con una App è reato. È quanto stabilito in modo inequivocabile da una sentenza della Corte di Cassazione, che è intervenuta sul caso di una donna separata che era spiata dall’ex, con una app sul cellulare di lei e persino con un localizzatore nascosto nella sua auto. Condannato in primo grado, in Appello il verdetto era stato ribaltato in suo favore. Ora, però, si è visto annullare l’ultima assoluzione. Non solo: gli Ermellini hanno duramente criticato quella che la difesa dell’uomo aveva ritenuto una “querela strategica”.

La sentenza di condanna: spiare la ex con una App è reato

Il caso arriva da Salerno dove l’uomo, già accusato di atti persecutori, ossia stalking, e violenze nei confronti della ex moglie, era stato poi assolto nel secondo grado di giudizio. Ma contro la sentenza la donna aveva presentato ricorso in Cassazione, in particolare contro quelle che i giudici d’Appello avevano definito come sue «denunce strumentali». Di fatto era passata l’idea che quanto raccontato dalla donna – episodi di violenza fisica e verbale, anche davanti alla figlia e compreso un tentativo di soffocamento con un cuscino ai danni della ex moglie, fossero finalizzate a ottenerne la meglio in tribunale nella causa di separazione.

Dalle violenze fisiche allo spionaggio

Ma la donna in un caso era persino stata costretta a chiamare il 112 per fermare l’ex marito. Tra i fatti contestati c’era stata anche la scoperta di una app sul proprio smartphone, per controllarne i movimenti, oltre a un geolocalizzatore installato a bordo della sua auto per conoscere in ogni momento i suoi spostamenti. Eppure a nulla erano valse le sue denunce in Appello, che non avevano neppure tenuto in debita considerazione gli arresti domiciliari disposti dall’autorità giudiziaria in seguito ad alcune indagini.

Querele tardive: cosa c’è di vero

Tra i motivi che avevano spinto i giudici di secondo grado a ribaltare il verdetto iniziale, assolvendo l’uomo, c’era il presunto “ritardo” con cui la donna aveva presentato denuncia (17 giorni dopo l’udienza di separazione davanti al Presidente del Tribunale). La seconda istanza, poi, era arrivata a 25 giorni. «Quando la legge pone come condizione per procedere la presentazione di una querela di parte, c’è sempre un termine che decorre dalla conoscenza del fatto – osserva l’avvocata Claudia Rabellino Becce, che però ricorda: normalmente sono 3 mesi; per reati di stalking e revenge porn 6 mesi, per violenza sessuale 1 anno».

Una valutazione discutibile

Ma «nel caso specifico la censura del giudice non riguardava questi termini, che sicuramente erano stati rispettati altrimenti la pronuncia sarebbe stata di improcedibilità, quanto piuttosto il timing ritenuto “sospetto”». Quindi, pur rispettando le scadenze, si è ritenuto che la donna abbia presentato la denuncia con un tempismo studiare ad arte, legato alla presentazione al procedimento di separazione. «È una valutazione del tutto soggettiva influenzata da pregiudizi e stereotipi: è questa l’anomalia. È come dire alla donna: non solo devi rispettare i termini processuali, ma entro questi termini devi anche evitare timing “sospetti”. Ovviamente è al di fuori di qualsiasi previsione normativa», chiarisce Rabellino Becce, che invece punta l’attenzione sulla questione centrale: «La posizione degli Ermellini è chiara e condivisibile: richiama un principio fondamentale e cioè che le denunce non possono essere svalutate sulla base di stereotipi o letture soggettive delle dinamiche relazionali».

Cosa ha stabilito la Cassazione

La Cassazione, infatti, ha accolto il ricorso della donna, rinviando il caso alla Corte d’Appello di Salerno per un nuovo processo e criticando duramente i giudici di secondo grado per aver definito “strumentali” le querele della donna. «Definire “strumentale” una querela presentata da una donna in un contesto di separazione rischia, infatti, di introdurre un pregiudizio molto pericoloso: quello secondo cui la donna userebbe il sistema giudiziario come arma nel conflitto familiare».

Quando si minimizzano le violenze

Rabellino Becce insiste e chiarisce ancora di più il problema: «Si tratta di uno schema interpretativo che, purtroppo, ancora oggi emerge in alcune decisioni e che può portare a minimizzare comportamenti gravissimi (controllo, violenza psicologica, economica o fisica) incidendo sul diritto di difesa. Il giudice, invece, deve attenersi ai fatti e alle prove, senza lasciarsi condizionare da letture culturalmente orientate o da sospetti aprioristici sulla credibilità delle donne».

La App per controllare gli ex è illegale

Quanto all’installazione di app di controllo o altre strumentazioni, va ricordato che esistono delle limitazioni. «Installare app-spia, software di controllo, localizzatori GPS o altri strumenti di monitoraggio senza il consenso della persona interessata è illecito e può integrare diversi reati, a seconda delle modalità concrete di realizzazione. Ad esempio, si va dall’accesso abusivo a sistema informatico all’interferenza illecita nella vita privata, al trattamento illecito di dati personali», conferma l’avvocata.

Il partner non ha diritto di controllo

Controllare è un reato se lo si fa a insaputa della vittima, dunque, tranne se si tratta di genitori che ricorrono a strumenti come il parental control. «Non esiste un “diritto di controllo” sul coniuge, partner o ex partner. La relazione affettiva non elimina il diritto alla riservatezza, alla libertà personale e alla protezione dei propri dati», sottolinea Rabellino Becce. Esistono, inoltre, situazioni nelle quali il controllo tra adulti sconfina nella “persecuzione”, per cui si può configurare l’ipotesi di reato di atti persecutori (stalking): accade quando si genera ansia, paura o si porta a modificare le abitudini di vita, per esempio costringendo la vittima a farsi accompagnare per paura di essere spiata o avvicinata.