«Sono brutta, sbagliata, non sono come tutte le mie amiche. Mi vergogno». Le parole di Anna, 16 anni, sorriso triste e sguardo basso, potrebbero sembrare un classico sfogo da adolescente che si ribella a un corpo che cambia, a delle regole che le vanno strette, a dei genitori che non sono mai come si vorrebbero. Ma in realtà nascondono un cambiamento importante, la nascita di un sentimento nuovo, crudele, «orrendo» come lo definiscono gli stessi ragazzi che lo provano e che spesso non sanno come affrontarlo: la vergogna.

Questa sofferenza la conosce bene Gustavo Pietropolli Charmet, 82 anni, psichiatra dell’adolescenza, autore del libro Il motore del mondo (edito da Solferino) e fondatore dell’Istituto Il Minotauro, che dà sostegno a ragazzi e famiglie in difficoltà. «In questi ultimi anni, il modo di sentire, gioire e soffrire dei giovani è cambiato. La colpa di un tempo oggi si chiama vergogna e la paura del castigo si è trasformata nel timore di non essere all’altezza» dice il professore. Che, dopo anni spesi ad ascoltare e curare gli adolescenti, ha maturato una convinzione: la maggior parte dei ragazzi che arrivano a tentare il suicidio oggi (e sono sempre di più, visto che è la terza causa di morte tra i giovani tra i 15 ai 19 anni), non lo fanno spinti dalla depressione ma da un senso di profonda inadeguatezza, dalla convinzione di non essere capaci di amare e farsi amare, di capire gli altri e farsi capire, di piacere e piacersi. Una mortificazione implacabile e intollerabile, soprattutto a quell’età in cui si vorrebbero tutti gli occhi puntati addosso, tutti i like solo per sé.

Quale cambiamento stanno vivendo i ragazzi? «Fino a qualche decennio fa gli adolescenti entravano in crisi perché non riuscivano a trovare una soluzione ai sentimenti di colpa che li assalivano. Ora, invece, non è più così perché l’autorità, prima fra tutti la famiglia, è entrata in crisi. Mi spiego meglio: il padre “classico”, quello dei castighi, a cui eravamo abituati, è stato sostituito da un altro tipo di padre: meno severo anche perché più debole. Che non dà regole, perché lui per primo non ci crede. Insomma, un padre “sponsor”, che vuole che il figlio abbia successo, a scuola come nella vita, che sia popolare, che piaccia».

Una trasformazione che sembra positiva. «In parte lo è perché aiuta a creare relazioni meno impositive tra genitori e figli, una sorta di alleanza educativa, di democrazia degli affetti. Ma questa trasformazione nasconde anche risvolti bui, subdoli, dolorosi per i ragazzi. Che sempre più spesso si devono confrontare con modelli di bellezza e di successo irrealizzabili e inarrivabili. E se da un lato non temono più la punizione, dall’altro però si vergognano di non essere all’altezza di quei modelli e delle aspettative dei propri genitori. E per questo si sentono sbagliati».

E come reagiscono? «Scomparendo. Negli ultimi anni la maggior parte dei ragazzi che ho curato ha elaborato un unico rimedio per il dolore provocato dalla vergogna: diventare invisibile. E lo fa sostanzialmente in tre modi. Smettendo di mangiare, cancellando quindi il corpo. Chiudendosi in camera, ovvero ritirandosi socialmente: è il fenomeno Hikikomori. Ma c’è una terza strada: ricorrere a continui interventi di chirurgia estetica per cercare a ogni costo di piacere».

Tre reazioni molto forti. Che stanno a significare quanto profondo sia il loro dolore. «Quella della vergogna, rispetto per esempio a quella del senso di colpa, è una sofferenza estremamente intensa, profonda, intima, lacerante perché è un attacco al sé, è una perdita del valore personale».

E noi genitori che ruolo abbiamo e cosa possiamo fare per aiutare i giovani? «Gli adolescenti, ammutoliti e intristiti dalla vergogna, sono figli difficili perché fanno fatica a raccontare l’incubo di questa prigionia in un corpo per loro inaccettabile. Anche perché in casa di vergogna e insuccessi non si parla volentieri. I genitori però possono contribuire a mitigare questa sofferenza badando di più all’autostima piuttosto che all’ammirazione. Valorizzando, cioè, la bellezza autentica del proprio figlio, le sue capacità e le sue competenze. In pratica bisognerebbe essere capaci di dirgli: “Diventerai famoso, avrai successo e riuscirai a strappare molti consensi perché sei bravo”. E non perché sei bello. Una sottile ma importantissima differenza che li farà sentire meno sbagliati».

Può spiegare meglio? «Per superare il dispiacere che si prova quando si riceve una punizione e ci si sente in colpa, di solito basta poco: per esempio stare più attenti, essere più obbedienti in modo da non commettere più quello sbaglio, non infrangere più quella regola. Diverso, invece, è quando ci si sente brutti, goffi, impresentabili, non all’altezza. Quando cioè non si piace agli altri. In questo caso si ha la sensazione di non poter far niente per cambiare la situazione, per superare l’umiliazione di non essere considerati, per diventare popolari. Ci si sente impotenti, con le mani legate e quindi sempre più sbagliati».

IL LIBRO

Gustavo Pietropolli Charmet nella sua lunga carriera di psichiatra e terapeuta ha assistito a grandi trasformazioni da una prospettiva privilegiata, ponendosi sempre al fianco dei giovani in difficoltà. E da quella posizione ha potuto vedere come sono cambiati alcuni sentimenti. Proprio questi nuovi sentimenti, raccontati in modo chiaro e semplice, sono il cuore del suo ultimo libro, Il motore del mondo (Solferino, 17 euro). Una lettura utile e stimolante per tutti i genitori.

I ragazzi che provano vergogna soffrono di una tristezza speciale, difficile da sconfiggere, perché hanno perso valore. E questo li rende indifesi e “nudi” anche di fronte alle più piccole delusioni