Alzheimer, in arrivo il vaccino?

19 09 2016 di Mariella Boerci
Credits: Peter Granser

Ogni anno oltre 250 mila italiani si ammalano di Alzheimer. Nuovi studi stanno però rivoluzionando le nostre conoscenze sulla malattia, nella prevenzione e nella cura

Il 21 settembre è la Giornata mondiale dell’Alzheimer

Un nuovo caso ogni 3,2 secondi. In un tempo che è meno di un respiro, 269.000 persone all’anno in Italia scivolano nella demenza. Perdendo per sempre il senso del sé e della propria vita. I malati in Italia sono 1 milione e 240.000.  Lo rileva l’ultimo Rapporto Mondiale Alzheimer: fotografa la più diffusa e crudele patologia neurodegenerativa che, a un certo punto dell’esistenza, ruba il cervello delle persone privandole dei ricordi, dei sentimenti e, soprattutto, dell’autonomia.

In tutto il mondo i malati di Alzheimer sono 47 milioni, un numero destinato a crescere a ritmi sempre più incalzanti, in parallelo all’allungamento della vita media, fino ad arrivare a 130 milioni nel 2050.

Alzheimer, la patologia più misteriosa

Dietro le cifre ci sono storie, nomi, facce. C’è il dramma, diverso per ciascuno eppure uguale per tutti. Lo delinea, con i tratti di un’immagine che lascia senza fiato, Vincenzo Di Mattia in Quando, amore, non mi riconoscerai (Piemme), dedicato alla moglie che si è persa nelle nebbie della malattia: «Il rossetto nel frigo, l’arancia tra la biancheria, lo spazzolino nelle posate, le calze sul piatto, il Vangelo tra il rifiuti… D’improvviso, il caos». Un corto circuito senza ritorno, che si manifesta con difficoltà a ricordare gli eventi recenti e i nomi degli oggetti, disorientamento spaziale, aggressività.

Per quanto l’Alzheimer sia la patologia della quale forse si parla e si scrive di più, continua a restare un mistero irraggiungibile. In particolare dal punto di vista terapeutico: «Siamo fermi al 2000» ammette Elio Scarpini, responsabile dell’Unità malattie neurodegenerative dell’Ospedale Maggiore Policlinico, Università di Milano. Al momento esistono terapie che controllano i sintomi,  ma non cure che riescono a bloccare l’avanzata dell’Alzheimer: il tasso di fallimento nelle sperimentazioni di nuovi farmaci (413 studi clinici in tutto il mondo) è stato del 99,6% negli ultimi 10 anni.  

La scoperta rivoluzionaria

La ricerca sull'Alzheimer non si è mai fermata, anzi: ha preso direzioni e filoni diversi, nell’ostinato tentativo di comporre un puzzle difficile da completare. Ora, finalmente, è arrivata da Toronto la prima buona notizia: un’équipe congiunta di ricercatori americani e australiani ha messo a punto un vaccino in grado di fermare la progressione della malattia e quindi il declino cognitivo e della memoria.

I risultati dello studio, presentati a giugno alla Conferenza Internazionale dell’Associazione Alzheimer a Toronto e pubblicati con grande rilievo dalla prestigiosa rivista Nature, mostrano per la prima volta una regressione dell’atrofia cerebrale fra il 33 e il 38% in 133 soggetti, su un campione di 891, trattati per 15 mesi con il nuovo vaccino. Un farmaco che “insegna” al sistema immunitario a riconoscere le placche di beta amiloide (la proteina che si accumula nel cervello ed è la causa primaria della malattia) e a distruggerle.

«La scoperta più interessante realizzata negli ultimi 25 anni di studi sull’Alzheimer» l’ha definita Stephen Salloway, direttore dell’Unità di neurologia e del programma di ricerca sull’invecchiamento dell’università americana di Rhode Island.

Anche Elio Scarpini, che pure frena su entusiasmi troppo facili, riconosce che i dati sono «molto incoraggianti ma, data l’esiguità del campione e la bassa percentuale, il 15%, degli effetti positivi riscontrati», aspetta che nuovi studi sciolgano alcuni nodi. Si tratta, per esempio, di «capire perché il farmaco ha funzionato solo somministrato in monoterapia e non abbinato ad altre cure. Occorre poi valutarne gli effetti nel tempo e, soprattutto, chiarire perché in fase avanzata della malattia la risposta è quasi inesistente». Tanta prudenza è comprensibile: dal 1998 a oggi sono oltre 120 i medicinali che, alla prova dei fatti, hanno fallito contro l’Alzheimer.

La sperimentazione del vaccino in Italia

Nel resto del mondo sono già in corso su larga scala gli studi di fase 2 e 3 del farmaco messo a punto a Toronto. In Italia, dove si attende ancora la valutazione dei comitati etici, la sperimentazione dovrebbe partire entro l’autunno, coinvolgendo 5 istituti e 2.700 pazienti affetti da forme lievi di Alzheimer. Le aspettative sono altissime nel mondo scientifico.

«Sia pure con le dovute cautele, ho l’impressione che ci stiamo avvicinando a una soluzione concreta» si sbilancia Marco Trabucchi, presidente dell’Associazione italiana di psicogeriatria. E se i risultati delle nuove sperimentazioni saranno positivi, il vaccino potrebbe essere adottato già dal 2020 nelle fasi precoci della malattia, quando il nuovo farmaco risulta efficace.

È la ragione per cui è importante diagnosticare l’Alzheimer il più precocemente possibile, in assenza dei sintomi: l’accumulo di beta amiloide nel cervello inizia infatti decenni prima della loro comparsa. Gli esami possibili sono 2: l’analisi del liquor (un fluido che si trova nel midollo spinale, attorno al cervello e nel sistema nervoso) tramite prelievo con puntura lombare e la nuova tomografia a emissione di positroni (Pet amiloide).

Alzheimer: l’importanza della prevenzione

Resta la domanda di fondo: è possibile difendersi dall’Alzheimer? Certo che lo è. Scarpini sottolinea il ruolo che alcune patologie vascolari hanno  in questa malattia: «Parlo di ipertesione, di compromissioni cardio e cerebrovascolari e di diabete, che aumentano il rischio. Anche le abitudini sbagliate giocano un ruolo non secondario nell’insorgenza dell’Alzheimer e questo dovrebbe indurre ogni persona a intraprendere al più presto un progetto di vita salutare: alimentazione corretta, astensione dal fumo, attività fisica regolare e relazioni sociali soddisfacenti sono fattori che proteggono dall’Alzheimer».

Arte e musica per lenire i sintomi dell'Alzheimer

Uno dei cardini su cui si fonda l’intervento contro il morbo di Alzheimer è costituito dalle terapie non farmacologiche (TNF). Migliorano la qualità della vita del malato, ne rallentano il declino cognitivo, aumentano la sua autostima e la capacità di relazionarsi con gli altri. Korian, leader in Europa nella gestione di Residenze per la terza e quarta età (www.korian.it), è stato tra i primi centri a utilizzare queste terapie, abbinate a un regime alimentare mirato. Quali sono?
- La Doll Therapy che, tramite l’utilizzo di una bambola da accudire, favorisce l’attivazione della memoria.
- La musicoterapia, in grado di rievocare emozioni e ricordi.
- L’arteterapia, che stimola la creatività con materiali artistici.
- La Terapia del treno: un viaggio simulato in treno, capace di placare l’ansia da fuga tipica di questi pazienti.

C'è una città a misura di malato

Il castello dei Visconti, palazzi e case colorate, 32.000 abitanti cullati dai Navigli, Milano a pochi chilometri di distanza. Benvenuti ad Abbiategrasso, il primo Comune italiano “dementia friendly”: attento cioè ai bisogni delle persone che soffrono di Alzheimer e altri disturbi cognitivi. «Abbiamo scelto questo paese perché può contare su tante associazioni di volontariato e su un istituto di ricerca come la Fondazione Golgi Cenci» spiega Francesca Arosio, psicologa della Federazione Alzheimer Italia, che ha ideato il progetto (www.alzheimer.it). «Abbiamo proposto un questionario ai malati e alle loro famiglie, per individuare
i problemi. Per queste persone è complicato andare a fare la spesa, incontrare un amico: temono di perdersi, di non ricordare più chi sono. Abbiamo poi organizzato un corso di formazione per commercianti, vigili e bibliotecari, che hanno imparato ad aiutare i malati. E lanceremo attività per il tempo libero per i pazienti e i loro parenti: uscire dall’isolamento è un grande aiuto». (Flora Casalinuovo)

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