Cyber bullismo adolescente

Che cosa fare in caso di bullismo

Si va dalle offese a episodi di bullismo - incluso il cyber bullismo - vero e proprio. In Italia sono tanti i ragazzi che ne sono vittime. Abbiamo parlato con l'esperto

Nel 2015 in Italia un ragazzo su due tra gli 11 e i 17 anni ha subìto qualche episodio offensivo e violento da parte di coetanei. Due su dieci sono stati vittime di vero bullismo: offese con brutti soprannomi, parolacce o insulti, derisione per l’aspetto fisico e il modo di parlare, diffamazione, esclusione dal gruppo per le proprie opinioni, aggressioni con spintoni, botte, calci e pugni. Sei ragazzi su cento (e tra questi i due terzi sono ragazze) hanno sofferto di cyber bullismo: vessazioni tramite sms, mail, chat o social network (dati Istat).

«Attenzione: il bullismo e il cyber bullismo non sono “il problema”, sono i frutti di problemi che stanno dietro… ». Ivano Zoppi è fondatore e presidente della Cooperativa sociale Pepita onlus (www.pepita.it) di Milano, impegnata da anni in interventi nel campo del disagio giovanile.

Quali segnali devono cogliere i genitori?
«Desiderio di non andare a scuola, calo del rendimento scolastico, ore e ore passate sui social che poi all’improvviso respingono, nervosimo, irrequietezza, inappetenza: tutti possono essere segnali d’allarme, tutti possono indicare che i figli sono a rischio bullismo. Ma non c’è una ricetta unica. I ragazzi bisogna ascoltarli, accompagnarli. Con loro bisogna essere presenti. Sempre».

Cosa può fare un esperto?
«Da solo non può risolvere il problema. Deve lavorare con la famiglia, gli insegnanti, gli allenatori, gli educatori. Lo ripeto: le mamme e i papà ricordino che è fondamentale una relazione educativa forte con i propri figli».

Come agisce Pepita onlus quando viene chiamata in una scuola?
«Di solito, e purtroppo, ci chiamano quando il problema è esploso, il caso di bullismo si è già consumato. Così con i ragazzi affrontiamo innanzitutto il concetto di omertà, partendo da quello che dicono moltissime vittime ma anche i responsabili di azioni violente: “Io non ho avuto il coraggio di parlarne con nessuno”».

E poi?
«Puntiamo sulla responsabilizzazione della classe, sul rafforzamento del gruppo, sul corretto uso delle tecnologie. Organizziamo giochi e attività incentrati sull’identità (a partire dal profilo in Rete), facciamo mettere a punto piccole campagne di sensibilizzazione che promuoviamo in collaborazione con i giornali locali. Lavoriamo per slogan. Una delle campagne di Pepita si intitola “Io clicco positivo”. Che vuole dire: usa le tecnologie perché sono utili, ma usale in modo intelligente, e non dimenticare mai che ciò che si posta in Rete rischia di restarci per sempre.  Infine, non trascuriamo un confronto con i genitori e gli educatori con cui abitualmente entrano in contatto i ragazzi. E ricordiamo loro che hanno delle responsabilità importanti. Il nostro intervento ha una durata temporale, saranno loro a doverlo portare avanti».


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