Call center: la rassegnazione di chi ci lavora

22 02 2017 di Michela Murgia
Credits: Getty

Dieci anni fa nei call center non ci si andava semplicemente a lavorare: ci si “finiva” come precipitati da un universo parallelo. Chi ci lavorava diceva proprio così: «Sono finito in un call center», evocando un capolinea senza ulteriore destinazione.

Se per i genitori 60enni era un luogo difficile anche solo da immaginare, tra i loro figli universitari la prospettiva di ritrovarsi con la cuffietta in testa era invece già diventata l’unità di misura dell’inutilità di certe facoltà: «Con quella laurea tra 5 anni finisci in un call center».

Il paradosso è che di anno in anno non solo sono scomparsi i contratti senza tutele che rendevano quel lavoro un inferno, ma sono decaduti anche i diritti storici dei contratti tradizionali, come l’articolo 18 che tutelava dai licenziamenti senza giusta causa.

Il livello dell’aspettativa si è talmente abbassato che le persone oggi scioperano per il diritto di continuare a lavorare nei call center a condizioni almeno civili, perché in una crisi senza prospettive i seminterrati e le cuffiette non sono più il meglio di niente in attesa della svolta, ma la rassegnazione al niente di meglio come dato di fatto, la certezza amara che la svolta probabilmente non arriverà più.

Riproduzione riservata