Chernobyl

A Chernobyl, 29 anni dopo l’esplosione nucleare

È stato il peggior incidente nucleare della storia. Su cui è sceso il silenzio. Oggi, in occasione dell'anniversario, un ebook racconta delle città fantasma nell'area colpita dalle radiazioni. E della gente che non vuole (o non può) lasciarle

Sono passati 29 anni. Era il 1986, il 26 aprile, e di quel giorno mi ricordo tutto, proprio tutto. Persino la mappa geografica alle spalle del giornalista che conduceva l’edizione straordinaria del telegiornale.

La notizia era che nell’area di Chernobyl (in Ucraina, ma allora Unione Sovietica) c’era stato un “problema” a una centrale nucleare.

Ricordo il comunicato della Tass, l’agenzia di stampa dell’Urss, “costretta” a dare la notizia dopo l’allarme della Svezia che aveva registrato livelli abnormi di radioattività,  e i disegni pubblicati sui giornali che indicavano la rotta della nube radioattiva sull’Europa e poi ancora fino sul nord America, e il divieto di mangiare latte e verdure a foglia larga.

Ricordo soprattutto la sensazione strana di avere a che fare con qualcosa di sconosciuto, invisibile, potenzialmente pericolosissimo.

Chernobyl
Chernobyl



Per capire la gravità di quell’incidente (l’esplosione del reattore numero 4 e la conseguente fuoriuscita di una potenza radioattiva 400 volte superiore alle bombe sganciate dagli americani su Hiroshima e Nagasaki) c’è voluto del tempo. Ed è difficile credere che oggi, quando i lavori di messa in sicurezza della struttura sono ancora lentamen­te in corso, davvero si sappia la verità.

Di quel disastro nucleare ho seguito per anni le conseguenze devastanti. Nel 1993 sono andata in Bielorussia e Ucraina per accompagnare in Italia i primi “bambini di Chernobyl” che Legambiente, in collaborazione con Donna Moderna, iniziava a portare nel nostro Paese, perché trascorressero l’estate lontano dalle radiazioni.

Chernobyl



Un’esperienza, la visita a quei luoghi tanto colpiti, che ho ritrovato in un ebook appena uscito per Infinito, firmato dalla giornalista Emanuela Zuccalà. In Giardino atomico (Ritorno a Chernobyl), Emanuela racconta il suo viaggio «dentro al cuore radioattivo dell’Europa. Un tentativo, il mio, di restituire l’atmosfera di tragica banalità che ancora si respira, dopo quasi 30 anni, nei solchi dei terreni e dentro le case che inconsapevolmente marciscono sotto l’azione di un veleno invisibile. Un percorso di 400 chilometri da Gomel a Chernobyl a Pripyat per farvi respirare lo stato d’abbandono che prosciuga, goccia dopo goccia, l’esistenza di coloro che erano privi di un altrove per mettersi al sicuro».

Individui ingiustamente dannati, li definisce Emanuela Zuccalà. Come Galina, che abita nella regione di Gomel, 30 chilometri dalla centrale, 5 figli e solo due vivi: «Uno mi è morto a cinque mesi, altri due sono nati già cadaveri» racconta nel libro. O come i 700 abitanti, soprattutto anziani, che sono tornati a Chernobyl e da lì hanno deciso che non se ne andranno più.  O come la gente di Pripyat, «città morta come morte sono Kirov, Dubovy Log, Khomjenki».

Giardino atomico Zuccalà



Oggi, oltre 5 milioni di persone continuano a vivere in aree contaminate della Russia, dell’Ucraina e della Bielorussia. Circa 270.000 non si sono mosse da quelle che l’Unione Sovietica aveva battezzato “zone di controllo permanente”, perché a elevata presenza di radiazioni. Oltre 345.000 sono state trasferite, fra Ucraina e Bielorussia; 500 villaggi sono stati evacuati nella regione meridionale di Gomel, la più colpita; 70 sono stati interrati per sempre.

«L’immagine più indimenticabile del mio viaggio lungo la “zona morta”» dice Emanuela «è  la rassegnazione che ho visto negli occhi delle persone incontrate. Alcune erano immigrate da altri Paesi ex sovietici in cerca di una vita meno povera, di campi da coltivare, di case ormai vuote da occupare: la radiazione non si vede e non si sente, e mi sembrava che loro la vivessero come un destino comunque meno crudele della miseria in cui versavano prima. Nessuno ha mai spiegato loro i rischi che correvano. E così quando Galina, che abita in un villaggio fortemente contaminato, mi ha offerto il salame fatto con la carne radioattiva dei suoi maiali e la verdura del suo orto, so che avrei dovuto trovare una scusa per rifiutare. Ma non l’ho fatto. Un minuscolo, inutile ma sincero gesto d’affetto e rispetto per una donna già troppo maltrattata dalle ipocrisie del suo governo e delle lacunose voci ufficiali della scienza».

 

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