Da troppo tempo non parlavamo di Siria

10 04 2017 di Annalisa Monfreda
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Mentre scrivo, gli Stati Uniti hanno appena scaricato una pioggia di 59 missili su una base siriana. Non sappiamo ancora se è l’inizio di una campagna di guerra. Sappiamo solo che è la risposta a un razzo “corretto” al gas (nervino, probabilmente) che la settimana scorsa ha colpito la città di Khan Sheikhoun, nel nord-ovest della Siria. Centinaia di persone si sono svegliate che respiravano a fatica, vomitavano, svenivano: 86 di loro, tra cui 30 bambini, sono morte in modo atroce e sufficientemente spettacolare (grazie al supporto di foto e video) da riportare la Siria sulle prime pagine dei giornali e nei discorsi dei politici.

Una collega mi ha detto: «Il mondo oggi è sconvolto per 30 bambini morti. Ma qui parliamo di 6 anni di guerra, 6 milioni di minori che ancora vivono sotto i bombardamenti, e altri 2 milioni che hanno abbandonato il Paese affrontando viaggi pericolosissimi e i cui sguardi incrociamo ai semafori delle nostre città, con non poco fastidio». “Dove sei, mondo?” era scritto su un cartello in mano a un bambino di Khan Sheikhoun, che assieme ad altri coetanei ha posato subito dopo l’attacco con un cerotto sulla bocca. A simboleggiare il silenzio del mondo.

È vero: i piccoli siriani muoiono ogni giorno. Muoiono colpiti dai missili, muoiono perché sono loro stessi a combattere oppure muoiono cercando di fuggire. Eppure il mondo non c’è: il Piano regionale per i rifugiati e la resilienza, che coordina l’intera attività umanitaria destinata ai siriani, rischia di sparire quest’anno perché è stato raccolto solo il 9% dei fondi di cui necessita, ossia 4,6 miliardi di dollari. «Basta piangere sui bambini morti in Siria, facciamo in modo che non accada più» ha detto Carla del Ponte, procuratrice della Commissione Onu sui crimini in Siria.

Facile a dirsi, ma come? Donando, donando sempre. Senza aspettare il prossimo attacco chimico (qui la guida per donare in sicurezza). E parlandone. Da troppo tempo la Siria mancava dalle nostre pagine. Non succederà più. Perché, come dice la giornalista italiana di origini siriane, Asmae Duchan: «Ciò che non racconti non accade».

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