Oblio, disconnessione, privacy: i nuovi diritti al tempo del web

21 10 2016 di Gianluca Ferraris
Credits: Matteo Berton

Mail e telefonate indesiderate, offerte pubblicitarie martellanti, satelliti che spiano i nostri movimenti. Essere sempre connessi semplifica la vita, ma rischia anche di danneggiarla. Ecco come possiamo difenderci

Foto private che vengono diffuse su Internet, pubblicità che ci raggiungono ovunque, mail di lavoro il sabato sera.Siamo sempre connessi e abbiamo accettato che, in cambio di evidenti comodità, il confine fra il nostro pubblico e il nostro privato si assottigliasse: un Truman Show dove dietro a ogni nostra azione qualcuno guarda, ascolta, giudica e approfitta. Mentre gli strumenti legali per difenderci non sembrano tenere il passo della tecnologia. Cosa fare, allora?

Diritto all'oblìo

Negli ultimi mesi storie come quella di Tiziana Cantone, la ragazza suicidatasi dopo che un video hot che la vedeva protagonista era diventato virale in Rete, hanno evidenziato i limiti della normativa italiana. La sua causa civile contro Facebook, Google e YouTube aveva ottenuto ragione parziale soltanto dopo 2 anni, quando ormai la diffusione del filmato era fuori controllo. Su Internet il diritto all’oblìo, cioè a ottenere l’eliminazione di tutte le informazioni errate, lesive della nostra reputazione o comunque pubblicate online senza il nostro consenso, è tutelato dal 2014. «Ma la legge si rivela spesso un’arma spuntata» ammette Oreste Pulicino, docente di Diritto dei nuovi media all’università Bocconi di Milano.

Come difendersi, dunque? «Una sentenza della Corte di giustizia europea ha stabilito che le richieste di rimozione vanno inoltrate prima a Google, che agisce come una sorta di “poliziotto” eliminando i link a tutte le pagine indesiderate». Sulla carta, un meccanismo più rapido rispetto all’ingiunzione in tribunale contro tutti i siti responsabili. Peccato che il successo non sia scontato, perché il popolare motore di ricerca respinge ogni anno i due terzi delle richieste, opponendo il suo diritto di informare il pubblico. Come procedere in questi casi? «Si può ricorrere al Garante per la privacy, al costo di 150 euro e col diritto a una risposta entro 60 giorni» conclude Pulicino. «Se ancora non ottenesse soddisfazione, il danneggiato può rivolgersi al tribunale civile, ma tempi e costi si allungano».

Diritto alla disconnessione

Una chiamata del capo a tarda sera. Un messaggio WhatsApp del collega che ha bisogno di un chiarimento mentre siamo a cena con gli amici. La notifica di una mail urgente durante quell’unico weekend in montagna. Il dilemma è sempre lo stesso: rispondere e rovinarsi il tempo libero o fregarsene rischiando sensi di colpa e ritorsioni? La Francia è il primo Paese europeo a risolvere la questione con una legge: il diritto alla disconnessione, che entrerà in vigore nel 2017, autorizza i dipendenti a ignorare lo smartphone una volta usciti dall’ufficio. In Italia, il mondo politico e sindacale sembra distante dalla questione, nonostante secondo l’Osservatorio Inail sia motivo di stress per 32 lavoratori su 100. «Nessuna legge risolve da sola un problema di lavoro» osserva Stefano Epifani, presidente del Digital Transformation Institute. «La soluzione, in questo caso, dovrebbe venire dal buonsenso di entrambe le parti, ed essere discussa in azienda più che in Parlamento». Come in Germania, dove Bmw ha deciso di staccare il server di posta dei suoi dipendenti da mezzanotte alle 7 di mattina, e Daimler paga come straordinario il tempo trascorso a rispondere alle mail serali o festive.

Diritto alla privacy

È capitato a tutti. Compri in Rete un viaggio o un paio di scarpe e finisci bersagliato da offerte - via mail e sms o mentre navighi su altri siti - che propongono lo stesso articolo o quasi: una tendenza che rende ancora più molesta la già invasiva pubblicità online.

«Tutelarsi è difficile, perché è come se fossimo stati noi a chiederlo» ammette Oreste Pulicino. «Da un anno e mezzo è in vigore la norma sui cosiddetti “cookies”: ogni volta che entriamo in un sito, per proseguire la lettura dobbiamo permettergli di catalogare le nostre preferenze». Il titolare di quel sito, insomma, saprà in tempo reale non solo quali articoli acquistiamo, ma anche quali abbiamo solo visionato e persino quelli comprati e poi rimossi dal carrello. «Invece di facilitarci la vita o migliorare la nostra consapevolezza, la legge ci ha quasi spinti a cliccare “Accetto” su qualsiasi avviso, rivelando così le nostre abitudini». Il consiglio è quello di ripulire periodicamente il proprio pc dai cookies (opzione presente in tutti i computer all’interno delle voci “Cronologia” o “Dati di navigazione”).

Diritto alla mobilità anonima

Smartwatch, contapassi, navigatori satellitari, app per la corsa: qualcuno sa sempre dove siamo e come ci muoviamo. Ma dove finiscono quei dati? Dallo scorso maggio il Global Privacy Enforcement Network, l’organo al quale partecipano i garanti della privacy dei Paesi europei, ha esaminato 600 applicazioni e dispositivi dedicati alla mobilità. Risultato: nel 72% dei casi le istruzioni non specificano come cancellare le informazioni registrate, e 6 volte su 10 neppure a chi vengano eventualmente cedute. Così, anche se non abbiamo dato alcun assenso, può capitare di vederci offerta un’auto a noleggio a poca distanza dal luogo in cui ci troviamo, o di sentirci consigliare un integratore se abbiamo corso più del solito.

«Anche in questo caso la normativa è scarsa o inadeguata. Le sole contromosse possibili sono muoversi mettendo tutti i dispositivi, dal telefono all’orologio, in modalità offline quando non vogliamo proprio farci trovare, e prestare attenzione a registrare i propri dati più sensibili, a partire da quelli sulla salute che tutti i nuovi smartphone invitano a condividere» conclude Epifani. «Le informazioni di questo tipo sono le più delicate, eppure manca ancora una vera tutela legislativa a livello europeo».

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