E se il peso fosse nella testa?

16 05 2017 di Marina Biglia
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Per un obeso il cattivo rapporto con il cibo è solo la punta dell'iceberg. Trovare il coraggio di scavare dentro di sè è il passo necessario per iniziare a volersi bene. E a dimagrire

«Non vado in terapia perché non sono malato».

«Non vado dall'analista perché non sono pazzo».

«Non vado dallo psicologo perché non ne ho bisogno».

Alternativamente queste sono le frasi che pronuncia chi non ha alcuna intenzione di effettuare un viaggio dentro sé stesso, e, nel caso di chi ha problemi col cibo, un viaggio che possa evitare la scorciatoia del frigo.

Quando inizio ad avere un notevole problema di peso, la mia mamma pensa che andare da uno psicologo possa essere la soluzione del mio problema. A dire il vero il suo pensiero è un po' meno nobile di come enunciato: lei ritiene che questo fantomatico specialista, che lei ha frequentato solo attraverso qualche film, abbia un bacchettone magico o la brillante possibilità di ipnotizzarmi e di allontanarmi da ogni calorico desiderio.

Ma siccome, a quei tempi, io cercavo solo soluzioni facili, indolori e indolenti sedute sul divano, mi pareva una strada serenamente percorribile.

Già. 

Beh, non è stato facile trovare la persona con cui entrare in sintonia, quella a cui smettere di mentire sul mio rapporto col cibo. Anni di allenamento nella menzogna, per paura di essere giudicata come la sola grassona priva di forza di volontà, mi portano ad allontanare da me la sincerità e l'introspezione.

E una discreta dose di intelligenza e di capacità intuitiva, mi porta solo a cercare di imbrogliare il terapeuta di turno.

Perché reiterare i soliti comportamenti è facile, comodo e, ovviamente, per nulla evolutivo.

E, quindi, dopo poco, mollavo tutto e cercavo altro. Ma senza minimamente cambiare una briciola di questo folle inseguire la propria coda. Di paglia, peraltro.

Ma si sa che quando è l'ora del miglior giorno possibile, non ci si può sottrarre.

Arriva davvero il momento in cui sulla tua fronte lampeggia un "ma cosa sto facendo?" E succede anche a me.

Trovo uno psicoterapeuta che mi smaschera, che riesce a permettermi di imbrogliare le carte per 55 minuti e negli ultimi 5 mi mette spalle al muro: mi chiama "anguilla saponata". Sa che sfuggo ad ogni tentativo diretto di entrare nella mia testa, e riesce ad arrivarci trasversalmente.

E allora si apre un mondo: piango, rido, urlo, sto zitta. Mi permetto di essere quello che davvero sono.

E inizio a confessare. Inizio a raccontare quale davvero sia il mio rapporto col cibo, che si rivela essere solo la punta dell'iceberg, un iceberg su cui mi ero schiantata per anni come un Titanic.

Sento il bisogno di affrontare un percorso con un terapeuta che si occupi, nello specifico, di disturbi del comportamento alimentare. 

Un lungo percorso a scavare, a incastrare mille piccoli tasselli, per cercare di tornare ad una Marina che non avevo mai davvero conosciuta.

Inizio a sperare. Perché la costruzione di un amore, l'amore per sé stessi, in questo caso, come diceva l’Ivano Fossati, spezza le vene delle mani, ma come direbbe Lady Diana, spezza pure gli ammennicoli.

"Che bello tornare alla vita, che mi era sembrata finita, che bello tornare a vedere e quel che è peggio è che è tutto vero"

Fiumi di parole, di banalità, di sentenze che suonano definitive e che si spiaccicano come Willie il Coyote dalla rupe. E a volte sono Bip Bip e rido. Di quel riso sadico, niente affatto convinto e bugiardo come un Giuda di seconda mano.

Sono passati molti anni da quel periodo: ma il lavoro su di me non é mai cessato.  E mi ha portata ad accettare chi sono. Con i miei limiti e i miei errori. Ma con un tenero sguardo verso me stessa che mi porta, addirittura, a ringraziare mia mamma, con un sorriso al cielo.

Se non è un miracolo questo… 

E, ora, chiedetemi come.

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