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E se pubblicare la foto del bambino morto in mare fosse giusto?

Oggi sulle prime pagine di alcuni quotidiani compare la foto shock di un bambino morto sulla spiaggia di Bodrum. Pochi giorni fa, circolava sui social netwkork un'altra immagine straziante. Sempre un bambino. Sempre morto nel tentativo di fuggire la guerra.
In tanti si sollevano contro queste immagini. E per lungo tempo sono stata tra loro. Poi a un certo punto ho capito che preferivo non guardarle perché preferivo le favole alla realtà.

Le favole dell’estate hanno il volto di Daniel, il bambino di 9 anni delle Filippine che studiava alla luce di un lampione.



O di Abdul, l’uomo che vendeva penne ai semafori di Beirut, con la figlia di quattro anni addormentata in braccio.



Il primo oggi siede a un banco di scuola nella città di Mandaje. Il secondo ha smesso di vendere penne grazie a una colletta di oltre 100mila euro realizzata con l’hashtag #buypens (compra le penne).

Due vite cambiate nel giro di pochi giorni. Due fortunati vincitori alla lotteria della compassione.

Per partecipare alla quale basta un’immagine. Una foto a effetto. Che parli più di mille libri sulla povertà o sulla guerra. Più dei nostri vicini di casa che vengono da lontano, ma la cui storia non abbiamo mai ascoltato. Più di numeri, fatti, statistiche.

Siamo anestetizzati al dolore, alla povertà, alla violenza. Poi un’immagine fa breccia nella spessa corazza che ci siamo costruiti ed entriamo in contatto con il mondo reale. Ma solo per il tempo di una donazione. O ancora meno: il tempo di premere il tasto “condividi".

No, non credo a queste favole moderne. Sono figlie di un’emozione che resta in superficie, che non scava a fondo. Che non vuol davvero capire le cose.

Penso a tutti quelli che non sono finiti su una fotografia virale. Penso alla disperazione invisibile di cui trabocca il mondo. E penso a quelli che un’immagine ce l’hanno, ma nessuno vuole vederla, come il bambino morto in mare pochi giorni fa. La sua foto è circolata in rete tra l’indignazione dei più. Perché è un pugno nello stomaco, racconta una storia senza lieto fine, ci mette di fronte al nostro fallimento in quanto umanità , non ci offre l’opportunità di trasformarci in eroi.

Anche io mi sono arrabbiata quando ho visto l’immagine del bambino morto in mare. Anche io sono stata felice quando ho letto la storia a lieto fine di Daniel e di Abdul.

E mi sono fatta una promessa. Per ogni immagine che mi perforerà il cuore, leggerò un libro, un articolo, un approfondimento. Meno emozioni facili, più cultura e conoscenza.

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