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Fake news: come combatterle

Qualche giorno fa sul New York Times due scienziati cognitivisti, Steven Sloman e Philip Fernbach, hanno spiegato il meccanismo per cui tendiamo a credere alle falsità più ovvie, le cosiddette fake news. Il successo della specie umana, scrivono gli studiosi, è dovuto alla capacità di raggiungere obiettivi complessi dividendosi il lavoro cognitivo. Tutte le grandi innovazioni (cacciare, coltivare, costruire) sono state rese possibili dal fatto che ciascuno di noi sa solo un pezzo, ma insieme raggiungiamo risultati eccezionali.

Per esempio, noi sappiamo che la Terra ruota attorno al Sole ma siamo in grado di dire quali calcoli ci hanno portato a questa conclusione? Sappiamo che il fumo causa il cancro, ma sappiamo dire che cosa provoca esattamente alle cellule? Gran parte delle nostre conoscenze non risiedono nella nostra testa, ma in lunghi testi scientifici scritti da qualcuno altro. Eppure noi presumiamo di saperle davvero. Facciamo fatica a distinguere ciò che è nella nostra testa da ciò che è altrove. Se questa “illusione della profondità di spiegazione” viene applicata a campi come quello politico, le conseguenze possono essere devastanti.

Come si combatte dunque il fenomeno delle fake news? In Italia c’è una proposta di legge che prevede multe fino a 10.000 euro e reclusione fino a 2 anni per chi le diffonde. Eppure la riflessione dei due studiosi ci suggerisce che la battaglia debba essere educativa e culturale, non censoria.

Bisogna che diveniamo consapevoli del meccanismo di delega della spiegazione che scatta nella nostra testa e impariamo a frenarlo in tempo. Ecco perché Donna Moderna dedica una striscia settimanale alle fake news. L'obiettivo della nuova rubrica realizzata in collaborazione con l'associazione Factcheckers.it non è tanto svelare false notizie ma rendere trasparente il metodo per farlo. E illustrare il meccanismo di controllo che ciascuno di noi dovrebbe mettere in atto tutte le volte.

«La pratica di verificare le notizie deve uscire dalle redazioni, per entrare nelle case, nelle scuole, nella vita di ogni lettore e “navigante della Rete”», dice Gabriela Jacomella dell’associazione Factcheckers.
«Le bufale o le catene di Sant’Antonio sono sempre esistite, ma negli ultimi anni Internet — che ha un sacco di ottime qualità, ed è una ricchezza straordinaria per le nostre vite — ne ha accentuato e velocizzato il processo di diffusione. E allora è importante saper fare un po’ di pulizia nelle nostre bacheche Facebook o Twitter, evitare le trappole virali su WhatsApp, sviluppare quegli strumenti che ci consentono di selezionare e valutare nell’oceano di informazioni e notizie in cui ci troviamo a navigare ogni giorno».

Nella rubrica Osservatorio Fake News, si parte da una notizia falsa, anche tra quelle segnalate da chi ci legge (su Twitter: @factcheckers_it; via mail: factcheckers.it@gmail.com), per poi raccontare come le bufale nascono e si diffondono, perché rischiano di fare danni, e quali sono gli strumenti-base che tutti noi dovremmo saper maneggiare per diventare più autonomi nella valutazione delle notizie online, e per non diventare “complici involontari” nella catena di diffusione. «Lo scopo non è quello di segnalare bufale nuove, ma di partire da quelle già “sbugiardate” per imparare insieme alcuni trucchi su come intercettarle, e per trasformarci tutti in “portatori sani di anticorpi contro le bufale”», conclude Jacomella.
Come dicono gli studiosi sul New York Times, la verità è ovvia se la cerchi.
E noi dobbiamo abituarci a farlo.
Anche andando contro la nostra stessa natura.

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