Il gender? Non esiste

05 10 2017 di Alex Corlazzoli
Credits: ANSA

In Italia sta girando un bus con scritto "I bambini sono maschi e le bambine sono femmine. La natura non si sceglie”. E si è scatenata la polemica del gender. Cosa vuol dire? Nessuno lo sa. Forse perché non esiste

Non è nemmeno un mese che è cominciata la scuola ed ecco tornare puntuale quella parola che scatena un putiferio: gender.

Una teoria, un’ideologia, una presa di posizione chi più ne ha più ne metta.

La verità è una sola: pochi hanno compreso di cosa si parla. Perché la “questione” gender nelle scuole italiane non esiste. 

Fate una prova: mettetevi davanti alla scuola primaria di Bossico o di Piana degli Albanesi, di Martignacco in Friuli o di Paola, in Calabria.

Provate a chiedere a dieci, venti mamme e papà di spiegarvi cos’è il gender.

Ora aspettate che escano gli insegnanti. Ponete loro la stessa domanda.

Scommetto che nessuno saprà descrivervi in maniera chiara di cosa stiamo parlando.

Alzi la mano chi sa cos'è il gender

In questi giorni in Italia sta girando un bus con scritto "I bambini sono maschi e le bambine sono femmine. La natura non si sceglie”, messo in pista da molte sigle convinte che nelle scuole italiane tra italiano e matematica, scienze e storia vi sia un esercito di maestri e professori che insegnano ai bambini e ai ragazzi chissà quale pluralità di genere confondendo le idee agli alunni.

Mi spiace deluderli: la realtà è un’altra. Nella maggior parte delle scuole italiane si parla troppo poco di educazione sessuale.

Il problema in Italia non è il gender, non sono le scuole (poche, pochissime) che affrontano contenuti riguardanti il genere e l'orientamento sessuale ma quelle (la maggioranza) che non fanno educazione sessuale e/o all’affettività in maniera seria.

Stiano tranquilli i fanatici tifosi dello stop al gender in aula: il problema non esiste.

Semmai nelle nostre aule non si parla a sufficienza di sessualità, di omosessualità, di anticoncezionali. Si vive ancora la parola sesso come un tabù e appena si nomina il sostantivo gay o lesbica partono le crociate.

Quella volta che ho osato parlare di omosessualità in classe...

Indimenticabile quella volta che lessi con i miei ragazzi, con i quali ogni mattina sfogliamo il quotidiano, un articolo che parlava di un ragazzino omosessuale che si era suicidato dopo essere stato “beccato” a baciarsi con un compagno.

L’indomani alle 8,20 il mio telefonino squillava.

Era la bidella: “Alex, ci sono otto mamme che ti devono parlare”.

Immaginavo la ragione di quella visita e non mi sbagliavo: “Maestro, non è il caso di parlare di omosessualità a dei bambini di dieci anni”.

Eppure la vittimizzazione di gay e lesbiche è stata identificata in diversi contesti scolastici a partire dalla scuola primaria. Quindi, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, la vittimizzazione omofobica è pervasiva e tende ad iniziare nell’infanzia e la scuola rappresenta uno di quei contesti in cui il bullismo omofobico si può manifestare con facilità.

Anche il Consiglio nazionale dell'Ordine nazionale degli psicologi ha preso ufficialmente posizione, appoggiando pienamente la posizione dell'Associazione Italiana di Psicologia, ribadendo «l'inconsistenza scientifica del concetto di "ideologia del gender"» e chiarendo che “favorire l'educazione sessuale nelle scuole e inserire nei progetti didattico‐formativi contenuti riguardanti il genere e l'orientamento sessuale non significa promuovere un'inesistente "ideologia del gender", ma fare chiarezza sulle dimensioni costitutive della sessualità e dell'affettività, favorendo una cultura delle differenze e del rispetto della persona umana in tutte le sue dimensioni e mettendo in atto strategie preventive adeguate ed efficaci capaci di contrastare fenomeni come il bullismo omofobico, la discriminazione di genere, il cyberbullismo”.

Lo dico da maestro a voce alta: la questione gender da Bossico a Piana degli Albanesi in Sicilia non esiste. Non è sulla bocca dei genitori, non è argomento dei collegi docenti tanto meno delle riunioni tra genitori.

È solo un fantasma che qualcuno cerca di risvegliare senza accorgersi che sta guardando al dito che punta alla luna e non a quest’ultima.





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