La fatica di essere mamme

18 01 2017 di Silvia Calvi
Credits: Foto di Mario Spada per Save the Children

Sono sempre più preparate e determinate. Ma per tenere insieme famiglia e lavoro si devono inventare ogni giorno qualcosa

La crisi ha penalizzato le trentenni 

«Le mamme di oggi sono cresciute aspettandosi la parità. Poi, complice il difficile momento economico, le giovani donne italiane si sono trovate penalizzate. Più dei loro coetanei maschi, sia nella ricerca di un impiego sia nella retribuzione». Non fa giri di parole la sociologa e filosofa Chiara Saraceno, docente all’Università di Torino e autrice di Sociologia della famiglia (Il Mulino). «È il paradosso delle trentenni: più preparate, multilingue e determinate rispetto a quelle delle generazioni precedenti, rischiano di soffrire uno scarto enorme tra le aspettative, l’idea che hanno di se stesse e le reali opportunità che possono permettersi di cogliere. Questo porta a conseguenze certamente pesanti sul piano personale ma, sia chiaro, anche sociale. Perché, se non si corregge il trend, rischiamo di buttare a mare una generazione». Incrociando i dati di tre ricerche, e con l’aiuto degli esperti, cerchiamo allora di capire punti di forza e zone d’ombra delle donne oggi. 

Credits: Mario Spada per Save the Children

L’Associazione "Save the children" ha intitolato la sua ricerca sulle mamme italiane "Le equilibriste".

Credits: Mario Spada per Save the Children

Save the children è una Ong che, dal 1919, opera in 119 Paesi del mondo per offire a tutti i bambini salute, sicurezza, educazione e sviluppo economico.

Credits: Mario Spada per Save the Children

Le foto ritraggono mamme e bambini supportati dal progetto Fiocchi in Ospedale di Save the Children, avviato presso l'Ospedale Cardarelli di Napoli. 

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La maternità? Può attendere

Secondo gli ultimi dati Istat, nel 2015 in Italia sono nati 485.780 bambini. Cioè 17.000 in meno dell’anno precedente. Un’altra novità riguarda l’aumento della percentuale delle mamme over 40 rispetto alle più giovani: oggi rappresentano il 9,3%, contro l’8% delle under 25. L’età media delle italiane al primo figlio, del resto, è piuttosto alta: 32,3 anni, contro i 28 anni delle europee. «È una delle conseguenze della precarietà professionale che, più di tutto, incide moltissimo sulla scelta di avere un figlio» commenta Simona Lanzoni, vicepresidente della Fondazione Pangea Onlus (promotrice a livello internazionale di programmi per la formazione e l’impiego femminile, pangeaonlus.org). «Un uomo non rischia di perdere il lavoro se diventa padre. Una donna, invece, se non ha un contratto a tempo indeterminato, tende a rimandare o, addirittura, a rinunciare. E il congedo parentale? Ora include anche i padri, eppure, secondo i dati del 2013, ne hanno usufruito 283.620 persone, di cui solo l’11,8% uomini. 

Da noi, poi, c’è un altro ostacolo: mancano gli asili nido. L’Unione europea ci chiede di arrivare a una copertura del 33% mentre siamo fermi al 12%. Ma al Sud gli asili nido sono ancora meno: il 5%. Se manca una rete famigliare cui appoggiarsi, come si possono conciliare lavoro e maternità?». Forse anche per questo c’è stato un sorpasso che possiamo definire storico: oggi in Italia nascono più bambini al Nord che al Sud.

Il lavoro? Lo inventano. O si accontentano

Prima di tutto un dato sulle aspirazioni femminili: vorrebbe lavorare (e non ci riesce) il 26,8% delle donne contro il 19% degli uomini. Ma quante, invece, hanno un impiego? Stando agli ultimi dati Istat, il 50,6% delle donne tra i 20 e i 64 anni. Nel resto d’Europa, invece, la media è del 64,2%. E gli uomini? Lavora più del 70 per cento. «Va meglio alle laureate che, se non ottengono un contratto, riescono a inventarsi nuove opportunità, anche grazie alla Rete. Sono in aumento, infatti, le donne che fanno impresa e progettano start up» continua Chiara Saraceno. Secondo una ricerca condotta da FattoreMamma e Veesibl, per esempio, l’87,4% delle mamme ha un profilo su un social network. La maggioranza ha una pagina Facebook, (97,9%) seguita da profili Twitter (39,6%) e Linkedin (28,1%). «È quasi tutto femminile, inoltre, il fenomeno della sovraistruzione» conclude Chiara Saraceno. «Cioè di persone occupate che possiedono un titolo di studio superiore a quello richiesto per svolgere la propria professione. Le donne, insomma, si adattano pur di diventare economicamente autonome». Ma è giusto? 

La cura della casa è ancora sulle loro spalle

Se l’Associazione "Save the children" ha intitolato la sua ricerca sulle mamme italiane "Le equilibriste", non è certo un caso. «I numeri parlano chiaro: una lavoratrice dedica cinque ore al giorno al lavoro domestico, contro le due ore risicate degli uomini» spiega Antonella Inverno, responsabile Policy and Law di Save the children. E di cosa si occupano maschi e femmine in quelle ore di lavoro domestico? «Secondo il più prevedibile dei cliché, le donne puliscono, stirano, cucinano e seguono i bambini. Gli uomini, invece, fanno riparazioni o gestiscono gli animali domestici. Tanto per fare un paragone, in un Paese come la Norvegia il lavoro di cura si prende 3 ore e mezza del tempo delle donne e 2 ore e 40 minuti di quello dei loro compagni. Forse nel giro di due o tre generazioni questo gap sarà finalmente colmato anche da noi».

Decisamente sembra sia arrivato il momento di ripensare il nostro modello economico e di crescita sociale. «Numerosi studi hanno dimostrato quanto sia indispensabile il contributo lavorativo femminile alla crescita dei Paesi» conclude Antonella Inverno. «E questa crescita potrà avvenire solo se si riuscirà a riequilibrare il carico del lavoro di cura che ancora pesa eccessivamente sulle spalle delle donne. Le italiane dedicano alle incombenze familiari più ore di tutte le altre donne in Europa e, tra queste, le madri sono chiaramente le più impegnate. È il momento di redistribuire questo lavoro in un’ottica di maggiore condivisione delle responsabilità genitoriali. E di dare alle donne il ruolo che spetta loro». 

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