Di cosa parliamo quando parliamo di immagine femminile? Di solito alludiamo all’insieme di rappresentazioni sociali – visive e narrative – delle donne che descrivono e prescrivono ruoli, qualità e corpi, influenzando aspettative e comportamenti. A ispirarle è una cultura condivisa generata da media, cinema, tv e piattaforme, editoria, moda e pubblicità, che progressivamente amplia l’orizzonte dei modelli di riferimento.

Nuove icone femminili tra cinema, serie e campagne globali

È grazie a essi se sempre più spesso ci identifichiamo con eroine autorevoli e tenaci del piccolo schermo – dall’incrollabile Ida Ramundo della serie tratta da La Storia di Elsa Morante alle donne di The Good Mothers che si ribellano alla ’ndrangheta – mentre al cinema il successo di C’è ancora domani diventa un caso nazionale e un fenomeno pop come Barbie detta l’agenda della conversazione globale. Su altri fronti, Loewe riporta in primo piano volti e corpi adulti, scegliendo come musa la gloriosa attrice britannica Maggie Smith poco prima della sua scomparsa; Nike e Adidas esaltano competenza e ambizione delle calciatrici; Bodyform e Nuvenia rompono i tabù sul ciclo.

Un cambiamento percepito, ma ancora fragile

Bene ma non benissimo, come riferisce il sondaggio Swg realizzato per il nostro progetto Libere e Uguali: il cambiamento c’è ed è percepito, la maggioranza lo giudica positivamente (circa 6 intervistati su 10). Ma 1 donna su 4 lo definisce “di facciata”, rivendicando riscontri più tangibili nella vita quotidiana, perché categorie di leadership e competenza continuano più spesso ad associarsi alle narrazioni maschili mentre a quelle femminili si legano facilmente empatia, famiglia, gossip. L’immagine femminile cambia perché cambia il mondo: veloce, stratificato, oggi ci restituisce una fotografia mossa che moltiplica i modelli. Da un lato racconti che allargano le prospettive, dall’altro scorciatoie che riportano ai vecchi stereotipi.

La fiction come laboratorio di nuove eroine

A spingere tenacemente sull’autorevolezza è il mondo della fiction. «A differenza dell’informazione, che ha una responsabilità enorme nel riportare i fatti, ciò che noi mostriamo è una versione drammatizzata della realtà» conferma Luisa Cotta Ramosino, sceneggiatrice e produttrice, direttrice delle serie italiane originali Netflix. «Sintetizza, sceglie un punto di vista e per questo, a volte, può anticipare rivoluzioni di costume». La complessità delle protagoniste si è enormemente arricchita, osserva. «Possono essere eroiche e insieme fragili e imperfette, superando il rischio dell’idealizzazione per diventare riconoscibili ed empatiche. La valorizzazione femminile fuori da stereotipi e tabù rappresenta per noi un pilastro editoriale strategico: penso a Lidia Poët, l’avvocata che combatte per i diritti delle donne; a Concetta Corbera, figlia del Principe di Salina in Il Gattopardo, che cerca il suo posto in un mondo che cambia. O, a livello internazionale, a Undici di Stranger Things e Kate Wyler di The Diplomat: figure che interpretano il femminile in tutte le sfaccettature».

Autenticità, corpi reali e nuove sfide dell’immaginario

Il corpo e l’età sono spesso banco di prova dell’autenticità. «Gli spettatori incoraggiano uno sguardo aperto nella scelta delle interpreti, dando spazio a modelli diversi » continua Cotta Ramosino. Annamaria Testa, pubblicitaria, saggista e docente, alza l’asticella: «Rivoluzioni come quella di Dove sulla body positivity e contro la discriminazione per l’età segnano un traguardo. Però moda e pubblicità continuano ad alimentare problemi sulla percezione dei corpi, promuovendo e portando sulle passerelle ragazze bellissime ma lontane dai corpi reali. E poi ci si mette l’Intelligenza artificiale, che propugna un immaginario omologato. Provi a chiedere a un generatore di immagini il ritratto di una “bella ragazza”: verrà fuori invariabilmente alta, magra, bionda».

Dalla pubblicità agli influencer: come cambia il racconto delle donne

E qui Annamaria Testa segnala uno scarto: «La pubblicità, come forma di comunicazione mainstream, ha progressivamente perso centralità. Nel secolo scorso è stato un fenomeno innovativo, in termini di modernizzazione fra gli anni ’50 e ’60 e di cultura pop negli ’80. Oggi non è più così. Ora circa il 70% dell’investimento va online a influencer, creator e siti. Ciò che la comunicazione commerciale diceva delle donne – che sono e restano la categoria maggiormente responsabile degli acquisti – aveva un rilievo speciale. Oggi ce l’ha un po’ meno». È anche questione di spazi. «La comunicazione commerciale è sottoposta a più vincoli: in 6 puntate di una serie posso raccontare una protagonista sfaccettata; in uno spot, o lavoro per allusioni e suggestioni oppure è molto facile cadere nello stereotipo: qui generare contenuti rivoluzionari è senz’altro più difficile». Con la frammentazione dei media e dei pubblici, aggiunge, «succede tutto e il contrario di tutto. Stesso break, medesima rete tv: può capitare lo spot dell’auto in cui la protagonista è incompetente e un po’ oca e subito dopo un modello di vettura che promette successo ed empowerment femminile».

Più donne nei ruoli che contano

Conta chi abita le stanze in cui si decide. «Una massa critica di donne aiuta in termini di rappresentazione» ammette Cotta Ramosino «non solo per “riequilibrare” rispetto a una tradizione che soprattutto nella parte realizzativa è molto maschile, ma anche per moltiplicare i punti di vista e costruire un network che, in un ambito dinamico e potenzialmente discontinuo come il nostro, consente di fare squadra e creare opportunità. Come Becoming Maestre, l’iniziativa che dedichiamo alle giovani professioniste dei mestieri del set che si sono formate negli anni e oggi rappresentano una straordinaria risorsa per il settore». Testa ne fa una questione di integrità: «Le donne sono sempre state molto più presenti nella comunicazione commerciale che nei media: ben vengano i programmi di consapevolezza e inclusione, ma non si può parlare di parità di genere se poi stipendi e ruoli sono diversi, se qualche supervisore maschio pensa ancora sia divertente dispensare pacche sul sedere alle dipendenti».

Come raccontare la violenza

A proposito di abusi, il sondaggio Swg punta il dito sul modo in cui si racconta la violenza sulle donne: 2 intervistati su 3 lamentano toni morbosi ed effetti polarizzanti. «In scrittura è fondamentale non mettere in scena la violenza per creare sensazione» premette Cotta Ramosino. «Andrebbe inserita in contesti che portano lo spettatore a interrogarsi, nel rispetto delle vittime». Testa lo traduce in criteri d’uso: «Per “avere impatto” spesso si mostrano il livido, l’occhio nero: non va bene. Se in tv funziona più una storia a lieto fine, in affissione servono parole e indicazioni utili, come il numero anti-violenza 1522 o il gesto internazionale di richiesta d’aiuto, che molte mie coetanee ignorano». È in quest’equilibrio precario tra ciò che avanza e ciò che resiste che si decide l’immaginario femminile, sempre in bilico sul rischio di perdere posizioni. «Penso alla famigerata “maledizione cinese”: che tu possa vivere in tempi interessanti» ironizza Annamaria Testa. «Meglio farlo mantenendo sempre vivi curiosità e senso critico».