ovosonico

Perché non dobbiamo aver paura dei videogiochi

In questi giorni a Milano c'è la Games Week, la grande kermesse dedicata ai videogiochi. Dove ho scoperto che anche noi italiani li sappiamo fare. E pure benissimo!

Da quando mio figlio è entrato nell'adolescenza la mia vita ha preso una piega diversa. Dopo anni di sfide a Mario Bros. e avventure con gli Skylander, all'improvviso sullo schermo del soggiorno sono comparsi droni implacabili e soldati equipaggiati di tutto punto (anzi di più), cacciabombardieri futuribili e altre diavolerie testosteroniche.

Leggi anche: Twitch, cos'è e come funziona la piattaforma del gaming

Stavo per rassegnarmi a vivere con bombe che fischiano e traccianti che illuminano a giorno la casa, quando ho scoperto che esistono delle alternative agli spara-zombie, le corse folli in auto e i campionati di calcio. Per questo non sarò mai abbastanza grata a Thalita Malagò, mamma anche lei di un maschietto (ancora piccolo, però) che mi ha parlato di alcuni videogame italiani molto particolari.

Thalita è segretario generale dell'Aesvi, l'associazione editori e sviluppatori dei videogiochi italiani. I videogame sono il suo pane, e quando vede qualcosa che vale e che si distingue dalla massa, fa di tutto per valorizzarlo.
In questi giorni è impegnata con la Games week, la kermesse milanese dedicata ai videogame e a far conoscere alcuni prodotti di eccellenza italiani.
«Sono piccole opere d'arte, con una narrazione  e una grafica eccezionali» mi dice. E ne snocciola tre: Murasaki Baby (in alto un'immagine), Nero e Cave! Cave! Deus videt. Il primo racconta di una  bambina che cerca la mamma (e il giocatore deve aiutare a trovarla); il secondo descrive le avventure di un ragazzino in cerca di risposte in un fantastico mondo notturno; il terzo è una specie di thriller, dove le vite di alcuni personaggi si intrecciano con i quadri del pittore del ’500 Jheronimus Bosch.

Tre opere realizzate da giovani start up che hanno deciso di scommettere sul business dei videogame perché da noi è un campo in cui per ora si può sperimentare e tentare nuove strade.

Da mamma digitale avevo già notato che oggi i videogame, tra i quali tanti famosi, usano le stesse tecniche del cinema per rendere l'esperienza di gioco più coinvolgente. La grafica 3D è arrivata a dei livelli tali che fai fatica a distinguere il vero Kevin Spacey dal suo avatar nell'ultimo episodio di Call of Duty.

Qui però si tratta di qualcosa di totalmente diverso. Nei titoli che Thalita mi ha consigliato di vedere, i disegni non riproducono la realtà, ma sono sofisticati, la narrazione ha lo stesso corso e ritmo di quella dei libri e le emozioni non scaturiscono dall'adrenalina, ma dalla scoperta di mondi fantastici e di un diverso modo di interagire.

«Sono prodotti che aprono gli orizzonti» mi spiega Manuela Cantoia, che coordina il servizio di psicologia dell'apprendimento e dell'educazione all'università Cattolica di Milano, a cui ho chiesto cosa posso trovare di buono in questi videogame. In fondo il videogioco non è forse considerato uno degli spauracchi di pedagogisti, sociologi e psicologi che li condannano come il male originario da cui scaturiscono apatie, fobie e gesti folli negli adolescenti?

La docente mi tranquillizza: «I nostri ragazzi vivono immersi in prodotti digitali. Quello che possiamo fare è insegnare a utilizzarli in maniera critica, non passivamente».
Sì, ma come si fa? «Educandoli fin da piccoli a un utilizzo consapevole, calibrato e attento».
Poi mi racconta che alcune app e videogiochi vengono utilizzati anche nelle scuole materne come supporto per insegnare l'importanza di fare certe cose, come lavarsi i denti (e qui c'è un'app che tiene il tempo di spazzolamento), apparecchiare e sparecchiare, vestirsi...

La sua testimonianza mi rassicura. Parlando poi con Massimo Guarini, direttore artistico di Ovosonico, che, dopo aver fatto esperienza in Giappone e Canada, ha iniziato una nuova avventura dalle parti di Varese con altri 14 visionari come lui, capisco anche che, sì in effetti è un lavoro serio (scopro poi che ci sono corsi sui videogiochi anche all'università).
E il suo entusiasmo mi contagia: «Aprire uno studio di sviluppo di videogiochi in Italia può sembrare fantascientifico, ma credere fortemente in un'idea senza darsi mai per vinti ci ha permesso di trovare le risorse necessarie per realizzarli. E poi bisogna amare ciò che si fa, ma soprattutto non avere paura di mettersi in gioco, di correre dei rischi» mi dice.

La stessa passione la trovo anche in Claudia Molinari e Matteo Pozzi. Loro hanno realizzato Cave! Cave! Deus videt! «non con la presunzione di educare i giocatori all'arte di Jheronimus Bosch, ma per raccontare con immagini, parole e interazioni una storia pop contemporanea che sia misteriosa e intrigante, al punto da incollare al video chi la gioca e per saperne di più su questo artista affascinante e dalle mille sfaccettature. Ai festival la gente si ferma a giocare e scopre il pittore, ma se invece del videogioco a loro dicessimo "Ehi, sedetevi qui a leggere questo libro per mezz'ora", probabilmente ci riderebbero in faccia».



Ho capito. Ci sono videogiochi e videogiochi: ci sono quelli per divertirsi, allenarsi, sfogarsi, distrarsi. E quelli per imparare. Un po' come i libri, i film e i telefilm. Ne faccio tesoro. Anche se rimango ferma nei miei principi con mio figlio: videogiochi sì ma non più di mezz'ora al giorno. E poi fuori con gli amici o a fare sport.

E voi cosa ne pensate?

Riproduzione riservata