E se smettessimo di voler fare sempre tutto al 100%?

22 10 2014 di Liliana Di Donato
Credits: La locandina del film "Ma come fa a far tutto?"

Non sono una mamma che lavora, ma ho tante colleghe e amiche che lo sono. Claudia, che al telefono cerca la babysitter d’emergenza quando Chiara si ammala e lei deve andare in ufficio. O Giulia, che spende tutto lo stipendio tra nido e tata e spesso non riesce a dare il bacio della buonanotte a Federico. Hanno caratteri e vite diverse, ma c’è una cosa che condividono: il senso di colpa.


  • Verso il lavoro, perché devono mollare a metà una riunione per portare i bambini dal medico.

  • Verso i figli, perché non riescono a dedicare loro il tempo e le attenzioni che vorrebbero.

  • Verso se stesse, perché non si sentono in grado di essere sempre al 100%.


A Claudia e a Giulia e a ogni mamma che lavora è dedicato un libro da poco uscito in Francia, ma che ha già fatto discutere. Si intitola Choisissez tout, Scegliete tutto. L’ha scritto Nathalie Loiseau, 50 anni, 4 figli, direttrice dell’Ena, la prestigiosa scuola per gli alti funzionari di Stato francesi. Una donna che non si è fatta mancare nulla, insomma. In che modo ci è riuscita? Abbandonando la pretesa di essere perfetta a ogni costo.
Scegliendo di fare tutto, appunto, anche se non tutto alla perfezione.

«Le superdonne non esistono» sostiene Nathalie, come ricorda Annalena Benini nel ritratto che le dedica sul numero di Donna Moderna in edicola questa settimana. «E volerlo diventare porta solo allo sfinimento».



È una bella liberazione per le 40enni come me (mamme e non) cresciute con l’idea che qualsiasi cosa facessimo nella vita avremmo dovuto farla al massimo: carriera, amore, bambini. Avete presente il film Ma come fa a far tutto?, con Sarah Jessica Parker che riesce miracolosamente a lavorare alla grande, andare d’accordo con il marito e badare ai figli? Ecco, qualcosa del genere.

Credits: L'articolo dedicato a Nathalie Loiseau sul numero di "Donna Moderna" in edicola.


Questa “sindrome del 100%” ci ha accompagnato durante l’adolescenza, al primo colloquio di lavoro, il giorno del matrimonio. E un po’ ci attanaglia ancora oggi. Qualcosa, però, sta cambiando.

Guardando le mamme che lavorano intorno a me, inizio a pensare che non mirino più alla perfezione assoluta. Credo che alla maggior parte basti trovare il proprio equilibrio, il proprio modo di essere lavoratrice, moglie, madre. Senza salti mortali. E senza sensi di colpa.



Non sono una mamma che lavora, e le mie colleghe e amiche avrebbero ragione a dirmi che non posso capirle. Ma sono la figlia di una mamma che ha lavorato per 40 anni. Ricordo quando ero alle elementari e mi veniva a svegliare già con il cappotto addosso e la spremuta d’arancia pronta in cucina. Ricordo quando il mercoledì restava in ufficio fino alle 7 per uscire prima il martedì e il giovedì e accompagnarmi al corso di ginnastica artistica.

Ricordo quando una volta le chiesi: «Qual è l’ora della giornata che preferisci? ». Mi rispose: «Le ore che passo con te». A contarle, tre o quattro al giorno. Sono sicura che si sentisse in colpa, che pensasse fossero poche. Non lo erano: erano le ore in cui stavo con lei, le facevo vedere i compiti o come avevo pettinato la Barbie.

Quelle tre ore tutte per noi erano il suo modo di conciliare lavoro e famiglia. Imperfetto, forse. Ma perfetto per me. Il 100%.

Non mi sono mai sentita trascurata. Anzi, guardando lei ho imparato (o almeno spero!) a impegnarmi per quello in cui credo, a dare il giusto peso alle cose e, perché no, a preparare la cena la mattina per avere più tempo la sera. Non so se e quando diventerò una mamma che lavora. Se e quando succederà, spero di essere per mia figlia una mamma (im)perfetta. Come la mia lo è stata per me.
E voi, avete la sindrome del 100%? O siete riuscite a trovare un compromesso? Vi va di raccontarmi la vostra storia?

 

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