All’inizio erano (o sembravano?) contenuti insoliti, originali punti di vista. Una donna che veniva filmata ogni giorno dal marito alla finestra, per mostrare gli outfit con cui andava a lavoro. Un’altra che attraversava la strada cantando e ballando come se nessuno la vedesse. Tutti abbiamo messo like, ricondiviso, li abbiamo resi virali senza pensarci troppo. Oggi però i contenuti che riprendono sconosciuti o in cui ci mostriamo ritratti da telecamere di sorveglianza, digicam o finte pose “candid” sono la maggioranza. Il riflesso di una spiccata attenzione per come ci vedrebbero gli altri – o, più precisamente, come speriamo ci vedano. E soprattutto una forma di adattamento a un mondo dove siamo sempre più sorvegliati.
L’ossessione per le vite degli altri non è una novità
A dire la verità, l’ossessione per la vita privata ripresa e condivisa col mondo non è certo una novità. Il format geniale che ha reso famosi nel mondo reality come Il Grande Fratello, Temptation Island, The Bachelor e Love Island vede proprio nella costante – e invasiva – ripresa della vita quotidiana il suo centro. E noi dopo tutto siamo cresciuti con le peripezie di Snooki e Jwoww.
Online, la prima a sfruttare lo strumento della digicam per condividere tutto è stata Jennifer Ringley, la star di Jennicam. Dal 1996 si è filmata ogni giorno per tutto il giorno, fino al 2003: ha condiviso con oltre sette milioni di persone le ore di studio, il sonno la notte. Persino le uscite con le amiche, i pasti, il sesso. Insomma, avere accesso alla vita privata degli altri non ci ha mai spaventato, anzi forse è intrinseco nella nostra natura provarne uno strano interesse.
I Meta Glasses e l’estetica della Surveillance Era
Ma accettare che sia la nostra vita, anche quando non ne siamo consapevoli, ad essere potenzialmente oggetto dello sguardo altrui, è forse la novità di questi tempi. Online si comincia a parlare di Surveillance Era: le telecamere nei luoghi pubblici aumentano costantemente, motivate da necessità di prevenire furti e molestie, ma anche dal marketing. I nostri dati sono sempre più pubblici, li condividiamo senza pensarci, e ormai nessuno si fa più domande sull’invasione di strumenti come Siri o la fotocamera con rilevazione del movimento dei nostri iPhone.
E se i primi Google Glass, gli smart glasses lanciati dalla piattaforma qualche anno fa, non avevano riscosso grande successo (erano orrendi), i Meta Glasses ideati da Zuckerberg, forti dell’estetica Y2K e di Kylie Jenner come testimonial, sono l’accessorio più desiderato del momento. È inquietante pensare che uno strumento del genere possa riprendere ovunque, senza che lo sappiamo: le prime riprese di donne non consensuali non si sono fatte attendere, e sicuramente non saranno le ultime.
Dalle riprese delle telecamere ai servizi moda
Tutto questo fa paura, ma non possiamo negare di starci stranamente abituando. Soprattutto noi donne, che con l’idea che possano spuntare nostre immagini rubate in qualunque angolo del web conviviamo ormai da anni. Non solo ci stiamo adeguando: ci piace. Giorni fa ha creato scalpore un selfie di Alexa Chung, l’eterna It girl millennial, scattato da una telecamera di sicurezza. Ovviamente le prime repliche sono arrivate nei giorni successivi, come se la ripresa analogica, sfocata e un po’ retrò della cam fosse “aestethic” e non inquietante.
Non solo, si moltiplicano campagne e servizi moda girati in quest’ottica: dalla pubblicità in stile reality di Rachel Sennott per Marc Jacobs agli scatti di Gap, con modelle che si fingono ignare. Sembra non ci sia niente di più interessante di persone effortlessly cool e inconsapevolmente oggetto della nostra ammirazione, e lo dimostra il successo di realtà social come Londoners in London o Milanesi a Milano.
Anche il mondo dell’arte, forse il primo a captare questo shift culturale grazie alle performance rivoluzionarie di Marina Abramovich, si adatta. Le performance di Qualeasha al V&A Museum di Londra e di Aphex Redditor in Colombia, giornate intere passate a fare bed rotting al centro di un museo gremito di spettatori, sono forse la versione GenZ della storica Rhythm 0.
E se trovassimo lavoro grazie a Instagram?
E dove l’invasione non è ancora arrivata – assuefatti come siamo dalla serotonina che ci dà l’illusione di poter controllare la nostra percezione – è come se la ricercassimo. Da settimane circolano online le richieste semi-serie di creator che desidererebbero essere presi in considerazione per un lavoro non in base a LinkedIn, ma in base a Instagram. Certo, da tempo il mondo del lavoro è attento ai social privati, ma arrivare a chiedere che le nostre competenze siano giudicate così – sulla base di feed curati e manipolati da noi – mi sembra l’ennesimo passo in avanti verso la distopia.
Tornare alla vita di prima: lo vogliamo davvero?
Non sono sicura che tornare indietro sia possibile, né di volerlo del tutto. Poter riprendere e scattare senza troppe azioni né dare nell’occhio può anche essere un modo per proteggersi e tutelarsi, soprattutto per noi donne, stranieri, operai a rischio: i meno tutelati da leggi e tribunali. Abituarci ad essere controllati può essere un modo per ricordarci che esistono ancora i luoghi all’aperto, liberi per natura. Che esistono ancora gli spazi occupati, indipendenti, lontani dal mondo delle città, delle telecamere, delle leggi che valgono solo per chi sta in alto.
Come sempre, la verità sta nel mezzo, l’equilibrio nella moderazione: il controllo della percezione, non dobbiamo dimenticarlo, può essere solo illusorio. Aldilà dei nostri feed e delle nostre finte pose candid, sta il nostro vero carattere, il viso che abbiamo quando siamo persi nei nostri pensieri, come ci cadono le spalle quando siamo rilassati. Non si può controllare la prima impressione, non si può prevedere come lo sguardo degli altri cadrà sul nostro, ed è giusto così. La libertà di fare schifo non ce la può togliere nessuno: rivendichiamola.