Smartphone a scuola, perché non va proibito

15 09 2017 di Eleonora Lorusso
Credits: Getty Images

L'apertura del ministro dell'Istruzione Fedeli all'uso di smartphone in classe apre un dibattito. Molti docenti, presidi e genitori sono favorevoli. Anche se con molte cautele e qualche distinguo

Il via libera allo smartphone nelle aule scolastiche potrebbe avere le ore contate: il ministro dell'Istruzione, Valeria Fedeli, ha annunciato l'insediamento di una commissione ministeriale per mettere a punto le linee guida dell'utilizzo dei cellulari in classe, che si tradurrà in una circolare per tutti gli istituti. Gli studenti, dunque, potrebbero non dover più lasciare i propri smartphone negli appositi cestoni, negli zaini o a casa: a non solo potrebbero tenerli accesi, ma anche usarli durante le lezioni. "Si tratta certamente di una proposta coraggiosa, anche se va valutata opportunamente. È una decisione che arriva dopo un lungo periodo di ostracismo dei cellulari in classe, perché si riteneva che disturbassero le lezioni e rallentassero lo svolgimento del lavoro a scuola" è il primo commento di Giorgio Rembado, presidente dell'Associazione Nazionale Presidi, che aggiunge: "Ora sembra si assista a un cambio di rotta: va però valutato come si intenda procedere".

Lo smartphone come strumento didattico

Secondo il ministro Fedeli, l'apertura non sarà nei confronti di un "telefono con cui gli studenti si faranno i fatti loro, quanto piuttosto verso uno strumento didattico". Ma come sarà possibile? "Dal punto di vista didattico e scientifico l'idea che lo smartphone possa dare un contributo didattico ha una sua presentabilità. Resta, però, il problema di poter contare su guide autorevoli e preparate, che possano muoversi in questa direzione" spiega Rembado a Donna Moderna. "Occorre, dunque, formare gli insegnanti perché colgano questa opportunità".

Finora la decisione sull'ammissione o meno degli smartphone in classe è stata a discrezione dei singoli Presidi, che hanno optato soprattutto per il divieto. "Ora serve uno sforzo di tipo culturale e tecnologico, mettendo mano alle regolamentazioni - che sono indispensabili - per l'uso didattico in classe dei cellulari" conclude Rembado.

Come usare gli smartphone in classe

"Premesso che sono moltissimi gli stati nel mondo nei quali il cellulare è ancora proibito, compresi gli Usa, va detto che in Italia esiste ancora una forte ostilità nei confronti di questi device, sia da parte dei genitori che da parte degli insegnanti " spiega il Professor Paolo Ferri, Direttore del LISP, Laboratorio di Informatico di Sperimentazione pedagogica dell'Università di Milano Bicocca e dell'Osservatorio Nuovi Media presso la stessa università. "L'uso dello smartphone in classe ha un senso e anzi può diventare un potente strumento di apprendimento solo se gli insegnanti hanno una preparazione nel campo della didattica collaborativa, se lavorano per progetti - spiega il Professor Ferri a Donna Moderna: "Il cellulare, ad esempio, permette di connettersi a internet per fare ricerche, che è uno dei compiti della scuola, per formare cittadini attivi, digitali o no; insegnare a lavorare in modo cooperativo è altrettanto importante e avere uno smartphone per gruppo di studenti è fondamentale; infine, ritengo che, proprio nel lavoro di ricerca, il cellulare possa diventare uno strumento di documentazione grafica, sonora, ecc".

Gli insegnanti sono pronti?

Una criticità nella proposta di introdurre l'uso degli smartphone in classe, però, è rappresetata proprio dalla preparazione degli insegnanti, che sono ancora molto ancorati ad un tipo di didattica frontale e nozionistica: "Solo una piccola minoranza sa applicare le metodologie innovative, come il problem solving, alla didattica - spiega Ferri - I test PISA (Programme for International Student Assessment), promossi dall'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), chiedono invece, tra le competenze dei quindicenni scolarizzati, proprio che sappiano maneggiare concetti e usarli per svolgere ricerche. In questo l'Italia e la Francia sono più o meno allo stesso livello e piuttosto indietro rispetto ai paesi del nord Europa".

A che età iniziare a usare lo smartphone?

Si tratta di uno dei nodi da sciogliere, perché chiama in causa direttamente i genitori, oltre che gli eventuali educatori delle scuole dell'infanzia. Un recente studio, dell'Accademia delle scienze francese (una delle più autorevoli istituzioni mondiali nel settore, Ndr), intitolato "Il bambino e gli schemi" mostra come i bambini siano in grado di maneggiare il linguaggio digitale molto prima della loro alfabetizzazione: già a due anni hanno i primi contatti con il mondo digitale, mentre alla scuola dell'infanzia sono in grado di usare device. Le reticenze nei confronti di strumenti come smartphone e tablet, del resto, si scontrano con i dati di un'altra ricerca del Centro per la Salute onlus di Trieste, secondo cui i genitori utilizzano questi strumenti per tenere a bada i propri figli, fin da piccolissimi" spiega Ferri. "Naturalmente questo non significa che gli smartphone debbano sostituire esperienze di apprendimento con materiali poveri o tradizionali, ma che le debbano integrare" conclude il Professore.


"Il 54% dei bambini di 6 anni è collegato costantemente a internet, mentre a 11-14 anni oltre il 70% dei ragazzi lo maneggia con disinvoltura. Chi non ha il cellulare in tasca ormai? Siamo noi adulti a porci problemi eccessivi: i ragazzi sono nativi digitali" dice Dianora Bardi, Presidente di Impara Digitale e Preside del Liceo Lussana di Bergamo, che usa già metodologie innovative, come i tablet in aula. "Il problema degli smartphone in classe è quello di riuscire a insegnare e coniugare l'importanza della cultura tradizionale con le opportunità che la tecnologia offre: i giovani non conoscono l'apprendimento lineare su cui si sono formati gli adulti, ma vivono una realtà ibrida, tra la sfera 'irreale' di internet e quella 'materiale' della scuola" spiega ancora Bardi a Donna Moderna.


"Dal momento che ora tutti hanno strumenti tecnologici a portata di mano (tablet, smartphone, ecc), non ci sono più alibi: l'uso dei cellulari può compensare le carenze della scuola, semplificando il lavoro in classe e modificandolo; non occorre più dipendere dalla disponibilità di aule speciali come le LIM o da una programmazione ferrea, perché se ciascuno ha il suo strumento sul banco e si può decidere al momento se fare una ricerca o un approfondimento. Ciò non toglie l'utilità di laboratori di fisica o aule 3.0, ma solo per insegnamenti specialistici" aggiunge Bardi, che conclude: "E' chiaro che non bisogna limitarsi alla semplice raccolta di informazioni superficiali su internet, ma bisogna insegnare agli studenti ad approfondire, a sviluppare capacità critiche. Insomma, la tecnologia è uno strumento importante, necessario, potente, ma non sufficiente: se ci si limita a fare lezione in modo tradizionale, la tecnologia non serve. Occorre, invece, un cambio di metodologia didattica".

Le paure dei genitori

"La premessa è che io da anni penso e spiego che gli strumenti tecnologici siano positivi e potentissimi per studiare e informarsi. Quello che temo, però, è un uso non consapevole che se ne può fare, che passa necessariamente da regole precise" commenta Alessandra Farabegoli, "mamma digitale", attiva anche nelle scuole su questo tema. "Finora i genitori hanno stabilito autonomamente orari e modi nei quali far usare smartphone e tablet a casa: non vorrei che ora a scuola si optasse per il libero uso dei device. Io stessa, inoltre, conosco la difficoltà di non distrarsi quando le notifiche chiamano e so che gli adolescenti hanno di per sé più difficoltà a rimanere concentrati".

Ma allora che uso fare dei nuovi dispositivi tecnologici? "Penso che possa avere un senso se si richiede agli studenti, ad esempio, di fare ricerche con Google, di usare il vocabolario online o per attività simili, ma non dimentichiamo che la didattica va fatta nel presente, mentre gli smartphone sono un continuo richiamo all'altrove. Occorre, dunque, non perdere di vista l'insegnamento di un uso responsabile degli smartphone, soprattutto a scuola. "Bisogna insegnare ai ragazzi le regole della sicurezza informatica, sia generali che a loro tutela. In questo i cellulari e i tablet - spiega Farabegoli - possono offrire ulteriori spunti per parlare con i propri figli (o con gli alunni e studenti): è fondamentale parlare loro di sicurezza e buona gestione dei propri profili, di buona educazione e rispetto degli altri, o della grande attenzione che si deve dare alle persone con le quali di parla online e al perché queste possono chiederci informazioni personali. Tutte regole che i genitori non possono rinunciare a insegnare in nome del fatto che gli smartphone sono una realtà ormai diffusa, né possono pensare di demandare alla scuola" conclude Farabegoli.

Riproduzione riservata