Tumore alla prostata: la diagnosi deve essere precoce

05 10 2016 di Oscar Puntel

Diminuiscono i morti per tumore alla prostata. Ma solo se la diagnosi è precoce. Lo dice uno studio italiano pubblicato su ‘European Journal of Cancer’

Aumenta la sopravvivenza nei malati di tumore alla prostata, in Italia. Ma deve cambiare l’approccio tradizionale della cura. Una ricerca condotta all’Istituto Nazionale dei Tumori - in collaborazione con l'Associazione Italiana Registri Tumori e con il sostegno dell’Airc, Associazione italiana ricerca cancro e Amgen, società internazionale di biotecnologia - e pubblicata su ‘European Journal of Cancer’, certifica l’importanza di identificare il tumore precocemente e la necessità di un approccio terapeutico multidisciplinare, che coinvolga più specialisti e metta al centro il paziente.

Si sopravvive di più

Gli ultimi dati che emergono dal Registro dei tumori ci dicono che in Italia, nel 2013, si sono registrati oltre 7200 casi di tumore alla prostata. «La sopravvivenza attuale è molto buona ed è aumentata del doppio negli ultimi 20 anni. E’ di circa il 90% entro 5 anni nel Nord Italia, circa 85% nel centro Italia, 78% nel Sud Italia. Dati di poco superiori alla media europea» ci spiega Riccardo Valdagni, direttore della Radioterapia oncologica 1 e del ‘Progetto prostata’ dell'Istituto nazionale dei tumori di Milano.

Diagnosi precoce

Lo studio ha rilevato l’importanza di una diagnosi precoce, soprattutto per certe tipologie di tumore alla prostata. L’esame medico è quello del Psa, cioè la rilevazione di un certo enzima, con un prelievo del sangue, che è indicatore della presenza della malattia. Solitamente poi si procede con una biopsia per un accertamento definitivo. «La diagnosi precoce è stata positiva per i tumori più pericolosi, letali per la vita del paziente: in questo caso, la ricerca ha evidenziato che queste neoplasie oggi sono calate del 5%, passando dal 31 al 26%, rispetto a metà anni Novanta. Sono una chiara indicazione che li prendiamo ‘in tempo’, li troviamo prima e li curiamo prima» aggiunge Valdagni.

Questi screening hanno permesso di identificare anche tumori alla prostata ‘indolenti’. Dal 2005 a oggi, sono passati dal 16% al 34%. «Sono una tipologia che basterebbe tenere sotto controllo, perché nei pazienti non dà disagio, né mortalità. Questo studio ha trovato invece che molti colleghi hanno proposto interventi invasivi, principalmente asportazione della prostata (60%) e radioterapia (circa 10%), mentre sarebbe bastato monitorare la situazione e intervenire solo nel caso di un’evoluzione in forme più gravi».

Quale terapia?

Proprio questi dati suggeriscono la necessità di un approccio medico multidisciplinare. «Il che significa - chiarisce Valdagni - affrontare in modo sinergico e coordinato la malattia di quel paziente con le sue caratteristiche, ad opera non di un solo specialista ma di più specialisti. Da subito nel processo di cura del paziente con una malattia prostatica devono entrare: chirurgo urologo, oncologo radioterapia e oncologo medico ed eventualmente uno psicologo. Si tratta di mettere insieme queste 4 professionalità e farle parlare lo stesso linguaggio: il paziente viene informato sulle possibili terapie e sugli eventuali effetti collaterali e supportato a scegliere la sua strada, perché le terapie curative sono egualmente efficaci. Se il paziente viene visto da un solo medico, quello tende a privilegiare le sue specialità».

Per i tumori indolenti, solo sorveglianza attiva

Inoltre per i casi di tumore alla prostata indolente e a basso rischio è bene che l’equipe medica proponga anche la sorveglianza attiva. «Si tratta di seguire il paziente nel tempo, proponendo biopsie e controlli continui ma senza un trattamento chirurgico o di radioterapia, per evitargli rischi di impotenza, incontinenza urinaria o disturbi rettali urinali. La situazione va osservata, ma lasciata qual è, in assenza di une evoluzione negativa, che se si presenta verrà affrontata con le opportune terapie» aggiunge il professore dell’Istituto nazionale dei tumori.

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