Mercoledì 26 agosto, in prima serata, Canale 5 trasmette in prima TV Back to Black, il film biografico dedicato ad Amy Winehouse. Diretto da Sam Taylor-Johnson, racconta la ragazza dietro una delle voci più riconoscibili degli ultimi decenni.
Dagli esordi nei locali di Camden al successo mondiale, fino alla tormentata relazione con Blake Fielder-Civil. Amy Winehouse morì il 23 luglio 2011, quando aveva appena 27 anni.
La sua morte alimentò interrogativi e ipotesi, compresa quella del suicidio. Le conclusioni delle inchieste, però, raccontano altro. Per capire la sua storia bisogna tornare alla musica, agli inizi e a quell’album, Back to Black, che cambiò per sempre la sua vita.
“Back to Black”, il film su Amy Winehouse in prima TV su Canale 5
È difficile raccontare Amy Winehouse separando la musica dalla sua vita. Back to Black sceglie proprio questo filo e attraversa la sua storia attraverso le canzoni e i testi più personali. Il film, uscito al cinema nel 2024, arriva mercoledì 26 agosto 2026 in prima serata su Canale 5.
Dietro la macchina da presa c’è Sam Taylor-Johnson, regista di Nowhere Boy e Cinquanta sfumature di grigio. La sceneggiatura è firmata da Matt Greenhalgh. A interpretare Amy è l’attrice britannica Marisa Abela, già apparsa in Barbie. Per questo ruolo ha cantato personalmente molti dei brani di Winehouse presenti nel film.
Accanto a lei c’è Jack O’Connell nel ruolo di Blake Fielder-Civil, l’uomo che Amy sposò nel 2007. Eddie Marsan interpreta il padre Mitch Winehouse, mentre Lesley Manville veste i panni della nonna Cynthia. La colonna sonora originale porta invece le firme di Nick Cave e Warren Ellis.
Il racconto parte dagli esordi nei locali di Camden e segue Amy mentre il suo talento comincia a conquistare un pubblico sempre più vasto. Al centro c’è anche la relazione con Blake, che occupò uno spazio importante nella vita e nella scrittura della cantante.
Il titolo del film non poteva che essere Back to Black. È il nome dell’album che trasformò Amy Winehouse in una star internazionale.
La storia vera di Amy Winehouse, dagli esordi al successo mondiale
Amy Jade Winehouse nacque a Londra il 14 settembre 1983. La musica arrivò molto presto nella sua vita. Aveva appena 16 anni quando l’amico e cantante Tyler James fece ascoltare una sua demo a un rappresentante discografico. Quel passaggio contribuì ad avviare la sua carriera professionale.

Il primo album, Frank, uscì nel 2003. Il disco mostrava già ciò che avrebbe reso Amy immediatamente riconoscibile: una voce profonda, un fraseggio personale e una naturale familiarità con jazz e soul. Frank ottenne anche una candidatura al Mercury Prize britannico.
Ma il salto verso la fama mondiale arrivò tre anni dopo. Nel 2006 uscì Back to Black, secondo e ultimo album in studio pubblicato durante la sua vita. Prodotto con il contributo decisivo di Mark Ronson e Salaam Remi, mescolava soul, R&B e atmosfere che guardavano agli anni Sessanta.
Dentro quelle canzoni c’era soprattutto Amy. Le relazioni, le separazioni, la fragilità e una sincerità spesso spiazzante diventavano materiale musicale. Il rapporto con Blake Fielder-Civil entrò profondamente anche nella scrittura dell’album. I due si separarono, tornarono insieme e si sposarono nel 2007. Il matrimonio terminò con il divorzio nel 2009.
A trasformare Amy in un fenomeno internazionale contribuì soprattutto Rehab. Era una canzone autobiografica, ironica e dolorosa nello stesso tempo. Il suo ritornello diventò immediatamente riconoscibile. Con quel brano, però, la vita privata della cantante cominciò anche a sovrapporsi sempre più alla sua immagine pubblica.
“Back to Black”, “Rehab” e i cinque Grammy: gli anni del successo
Il 2008 fu l’anno che fissò definitivamente Amy Winehouse nella storia della musica pop. Alla cinquantesima edizione dei Grammy Awards conquistò cinque premi in una sola serata. Un risultato allora da record per un’artista britannica.
Vinse come Best New Artist. Back to Black fu premiato come Best Pop Vocal Album, mentre Rehab conquistò tre riconoscimenti: Record of the Year, Song of the Year e Best Female Pop Vocal Performance. L’album era inoltre candidato come Album of the Year.
Amy non era a Los Angeles quella sera. Si esibì da Londra via satellite cantando Rehab e You Know I’m No Good. Le immagini della sua reazione alla vittoria sono diventate una parte della memoria collettiva legata alla cantante.

Il successo di Back to Black andava però molto oltre i premi. Amy aveva riportato al centro del pop internazionale sonorità legate al soul e al rhythm and blues. Lo aveva fatto senza sembrare la copia di un’altra epoca. La sua voce poteva essere ruvida e vulnerabile nello spazio di pochi secondi.
Poi c’erano i testi. Il dolore sentimentale, il desiderio, l’ironia e le dipendenze non rimanevano ai margini delle canzoni. Entravano direttamente nella scrittura. Questa immediatezza contribuì al successo, ma rese anche sempre più sottile il confine tra artista e personaggio pubblico.
Intanto la stampa diventava sempre più opprimente e il pubblico, fra la caccia febbrile a un autografo o a una foto ricordo, mostrava sempre più interesse per le curiosità sulla vita privata di Emy e i per i suoi clamorosi passi falsi, che non per la sua musica.
Negli anni successivi le difficoltà personali finirono spesso sulle prime pagine. Dipendenze e problemi di salute accompagnarono l’ultima fase della sua vita. La musica rischiò così di essere oscurata dalla narrazione di una giovane star in difficoltà. Eppure la sua carriera discografica era durata pochissimo e aveva già lasciato un’impronta enorme.
Amy Winehouse, l’ipotesi del suicidio e la vera causa della morte
Amy Winehouse fu trovata morta nella sua casa di Camden, a Londra, il 23 luglio 2011. Aveva 27 anni. La sua morte improvvisa provocò uno shock e, nelle ore e nei giorni successivi, aprì inevitabilmente molti interrogativi.
Tra le ipotesi circolate ci fu anche quella del suicidio. Ma è importante distinguere le supposizioni dalle conclusioni raggiunte attraverso gli accertamenti ufficiali. Le inchieste sulla morte di Amy Winehouse non conclusero che la cantante si fosse tolta la vita.
La prima inchiesta stabilì che Winehouse era morta per tossicità da alcol. Una seconda inchiesta si rese necessaria dopo che emersero problemi relativi alle qualifiche della coroner che aveva condotto la precedente. Nel gennaio 2013 arrivò la conferma della stessa conclusione.
Gli esami indicarono una concentrazione di 416 milligrammi di alcol per decilitro di sangue. La coroner Shirley Radcliffe registrò un verdetto di misadventure. In sostanza, Winehouse aveva volontariamente bevuto alcol, ma la conseguenza fatale di quell’azione non era intenzionale.
Un elemento aiuta sgomberare il campo dall’ipotesi di un presunto suicidio. La dottoressa Christina Romete, medico della cantante, aveva incontrato Amy la sera precedente alla morte. Durante l’inchiesta riferì di essere preoccupata per il suo consumo di alcol, ma non per un rischio suicidario. Winehouse le aveva detto esplicitamente di non voler morire.
Anche l’idea, talvolta ripetuta, che Amy Winehouse sia morta per un’overdose di droghe non corrisponde alla causa stabilita dall’inchiesta. La morte venne attribuita alla tossicità da alcol.
Amy entrò così, suo malgrado, nel cosiddetto “Club 27”, l’espressione utilizzata per ricordare artisti morti a quell’età. Tra loro ci sono Janis Joplin, Jimi Hendrix, Jim Morrison e Kurt Cobain.
I film, i documentari e i libri per conoscere Amy Winehouse
Back to Black, il biopic su Amy Winehouse che racconta la storia di un’artista immensa ma fragile, non è il primo film che prova a raccontare la cantante britannica. Nel 2015 il regista Asif Kapadia le dedicò Amy, documentario costruito attraverso immagini d’archivio, registrazioni e testimonianze. Il film vinse nel 2016 l’Oscar come miglior documentario.
È un’opera molto diversa dal biopic di Sam Taylor-Johnson. Il documentario di Kapadia lascia parlare soprattutto i materiali della vita reale della cantante.
Nel 2021 è arrivato anche Reclaiming Amy, documentario della BBC realizzato nel decennale della morte. In questo caso il racconto passa attraverso familiari e amici. Partecipano anche il padre Mitch e la madre Janis Winehouse, insieme a materiali provenienti dagli archivi familiari e rare performance musicali.
Nello stesso anno è stato pubblicato in Italia La mia Amy, biografia di Tyler James. L’autore era uno degli amici più cari della cantante e aveva condiviso con lei anche la casa.
Film, documentari e libri hanno continuato a cercare Amy dopo la sua morte. Forse il punto da cui ripartire rimane quello più semplice: le canzoni. A quindici anni dalla sua morte, basta ascoltare le prime battute di Back to Black o la voce di Rehab per riconoscerla. Prima del mito, delle fotografie e delle cronache, Amy Winehouse era soprattutto una incomparabile artista.