Uno squillo stonato in mezzo al caos glitterato della Paris Fashion Week, e la vita di Maxine non è più la stessa: tumore al seno. Parte da qui Couture, il film di Alice Winocour ora al cinema. Durante le sfilate parigine, con l’atelier Chanel a fare da sfondo, si incrociano i destini di tre donne: la regista americana Maxine (Angelina Jolie), la modella sudanese Ada (Anyier Anei), la truccatrice francese Angèle (Ella Rumpf). Ognuna porta il peso di una fragilità diversa e, nel mondo più giudicante che ci sia, tra loro nasce una solidarietà inaspettata.

Angelina Jolie con Couture torna al cinema e alla propria storia personale

Per la 51enne attrice figlia di Jon Voight e Marcheline Bertrand il ruolo di Maxine è un richiamo potente alla propria storia: dopo aver perso la madre e la nonna per tumori legati a una predisposizione genetica ereditaria, nel 2013 si è sottoposta a una doppia mastectomia preventiva e nel 2015 anche a una ovariectomia. La diva premio Oscar per Ragazze interrotte, che di recente ha scelto di vivere in Cambogia lontana dal clima teso degli Stati Uniti, torna sullo schermo con una prova cruda e sincera per ricordarci che «la diagnosi di cancro non è la fine», ma può rivelarsi un rinnovato desiderio di vivere ogni respiro.

Storie di sopravvivenza

Quanto c’è di lei in Couture?
«Questo è un progetto profondamente personale sia per me sia per la regista Alice Winocour.Lei è una sopravvissuta al cancro al seno e l’idea per il film le è venuta quando, uscita da un ospedale parigino, si è ritrovata in mezzo alla folla durante la Settimana della moda. Un contrasto viscerale.

Io, come ormai tutti sanno da oltre 10 anni, sono portatrice della mutazione del gene BRCA1, che comporta un’elevata predisposizione a sviluppare tumori soprattutto al seno e alle ovaie. Dopo aver perso mia madre e mia nonna proprio per queste malattie, nel 2013 mi sono fatta asportare i seni e nel 2015 le ovaie. Da allora cerco di sensibilizzare il più possibile sull’importanza della prevenzione».

Angelina Jolie: Maxine mi ha fatto pensare a mia madre

Interpretare Maxine le ha fatto ripensare a sua madre?
«Sì, costantemente. Durante le riprese indossavo la sua collana e portavo con me le sue ceneri. Credo che, se avesse visto questo film mentre stava male (è morta nel 2007, ndr), le sarebbe piaciuto. Avrebbe consigliato a Maxine di concentrarsi sulla vita e di affrontare ogni istante con pienezza».

Cosa le ha lasciato questo personaggio?
«Maxine mi ha ricordato che una diagnosi di cancro non significa necessariamente che tutto è finito. Anzi, proprio nei momenti di massima fragilità si può perfino arrivare a innamorarsi di nuovo della vita. Nessuno di noi sa per quanto tempo sarà ancora qui. Adesso che i miei figli sono cresciuti, sento il bisogno di riscoprire me stessa come donna, non solo come madre».

La speranza oltre la la malattia

Il film trasmette un messaggio di speranza, nonostante il tema difficile.
«Quando porta il cancro sullo schermo, spesso il cinema si concentra solo sulla malattia. Ma, quando affronti un tumore nella realtà, il resto della tua vita non si ferma: ci sono i figli, il lavoro, la sessualità. Per me Couture è soprattutto una storia d’amore. O almeno un suo inizio, la sua speranza. Ho trovato interessante che, in un momento terribile, Maxine cerchi un legame romantico che la faccia sentire viva. Spero che questa storia possa far sentire le persone meno sole e le aiuti a trovare la forza di superare le crisi».

Angelina Jolie e Louis Garrel in una scena del film Couture, adesso al cinema.

Couture è una storia emotiva e profonda

Cosa l’ha colpita della sceneggiatura?
«L’ho trovata straordinaria, audace e allo stesso tempo radicata nella realtà. Alice Winocour ha la capacità di avvicinarsi alle persone con un’umanità e un’apertura che rendono ogni storia emotiva, profonda. Mi è piaciuta anche la dimensione internazionale del film, con personaggi e interpreti di culture diverse (nel cast ci sono anche Vincent Lindon e Louis Garrel, ndr). È uno specchio del mondo di oggi e spero che il cinema continui a muoversi in questa direzione di inclusione».

Angelina Jolie e la moda

Quando, all’inizio del film, le viene chiesto di descrivere la moda, Maxine risponde: “Inutile e necessaria”. Lo pensa anche lei?
«Sì e no. Come attrice amo i costumi, mi aiutano a entrare nel personaggio. La mia quotidianità, invece, è diversa. Forse non ci crederà, ma ho un guardaroba davvero ridotto e non voglio che il look occupi un posto centrale nella mia identità. Non mi piace quando il fashion system impone alle persone il modo in cui devono mostrarsi o le fa sentire “non abbastanza”. Della moda amo solo l’aspetto creativo: spinge a esplorare se stessi e a esprimersi liberamente».

È per questo che ha fondato Atelier Jolie?
«Sì, è un collettivo creativo e uno studio di moda attento alle tematiche sociali. Abbiamo sede al 57 di Great Jones Street, a New York, nello studio che fu di Jean-Michel Basquiat, e lavoriamo come uno spazio collaborativo per sarti, artigiani e appassionati di upcycling. Chiunque, anche un semplice visitatore, può partecipare ai laboratori e assistere alle residenze artistiche».

Couture: le scene girate nell’atelier parigino di Chanel

Alcune riprese di Couture sono state realizzate nell’atelier parigino di Chanel. Come avete lavorato per rendere tutto autentico?
«Alice è stata la prima regista a ottenere il permesso di girare lì, ma l’ha fatto senza che sembrasse un’operazione di pubbliche relazioni. Le sarte della maison hanno interpretato se stesse. E molte scene sono ispirate alle testimonianze di una sarta, una truccatrice e una modella che Alice ha incontrato nel backstage delle sfilate di Parigi e Milano mentre scriveva la sceneggiatura di Couture. Questo ha dato al film un realismo incredibile».

È vero che ha imparato il francese per questo ruolo?
«Sì, anche se non posso dire di parlarlo benissimo. È una lingua meravigliosa: non volevo limitarmi a pronunciare le battute in modo scolastico o tecnico,desideravo riuscire a trasmettere le giuste sfumature emotive attraverso i suoni corretti».

Angelina Jolie: la Cambogia è la mia nuova casa

Di recente ha deciso di lasciare gli Stati Uniti e vivere in Cambogia. Perché?
«È il Paese dove ho adottato il mio primo figlio, Maddox, e dove ho una casa da oltre 20 anni. Gli Stati Uniti stanno attraversando un periodo di violenza politica che fatico a riconoscere. Ritengo pericoloso tutto ciò che divide le persone in base a provenienza geografica, etnia o religione. E sono contraria alla politica anti-immigrazione di Donald Trump. Mi sbaglio o gli Usa dovrebbero essere “The land of the free”, la terra dei liberi?».