Va in onda questa sera su Rai 2 La ragazza che ho sempre desiderato (The Girl Who Survived: The Alina Thompson Story), thriller diretto da Michelle Ouellet e interpretato da Brielle Robillard, Steve Byers, Sam Trammell e Ashley Jones.
La pellicola è ambientata nella Los Angeles degli anni Ottanta e segue la storia di Alina Thompson, una ragazza che sogna di diventare modella. Senza informare i genitori, decide di partecipare insieme a un’amica a un casting fotografico amatoriale. È l’occasione che spera possa aprirle le porte del mondo della moda. Qui incontra William Bradford, un fotografo affascinante che sembra disposto ad aiutarla.
Quello che Alina non sa è che dietro l’immagine del professionista si nasconde un uomo pericoloso. Bradford utilizza infatti i servizi fotografici come esca per attirare giovani donne in luoghi isolati, dove molte di loro trovano la morte.
Il film racconta la corsa contro il tempo che permetterà alla ragazza di salvarsi, trasformando una storia di paura in una testimonianza di sopravvivenza. Continua la saga di film del brivido su Rai 2, dopo che la scorsa settimana abbiamo assistito a Scomparsa nella Death Valley.
La ragazza che ho sempre desiderato è una storia vera?
Il film è ispirato alla storia vera di Alina Thompson, una ragazza californiana che nel 1984 sfuggì a William Richard Bradford, serial killer passato alla storia come «Model Murderer», l’assassino delle modelle.

La vicenda cinematografica riprende gli elementi essenziali di quanto accadde realmente, pur introducendo alcune modifiche narrative. Una delle differenze riguarda l’età della protagonista: nel film Alina ha 15 anni, mentre nella realtà ne aveva 14 quando incontrò Bradford.
Come raccontato dalla stessa Thompson negli anni successivi, tutto iniziò con il desiderio di entrare nel mondo della moda. Bradford si presentò come un fotografo professionista e le propose alcuni servizi fotografici che avrebbero potuto aiutarla a costruirsi un portfolio.
Per un’adolescente quel tipo di proposta sembrava rappresentare un’occasione da non perdere. In realtà faceva parte dello schema che l’uomo utilizzava da tempo per conquistare la fiducia delle sue vittime. Un film molto atteso, come al solito infatti i prodotti che parlano di serial killer al cinema o in tv pagano sempre in fatto di Auditel.
La storia vera di Alina Thompson
Dopo il primo incontro, William Bradford cercò di instaurare un rapporto di fiducia con la ragazza, convincendola a seguirlo per realizzare fotografie in location isolate.
Secondo la ricostruzione della vicenda, fu il padre Carl Thompson a intuire che qualcosa non andava. L’uomo, insospettito dalle circostanze dell’incontro, decise di intervenire e riuscì a raggiungere la figlia prima che Bradford potesse portare a termine il suo piano.
Solo in seguito Alina comprese quanto fosse stata vicina a diventare una delle vittime del serial killer.
Negli anni successivi ha raccontato più volte quella giornata, spiegando come il desiderio di diventare modella l’avesse resa vulnerabile davanti a un uomo capace di sfruttare i sogni e la fiducia delle ragazze che incontrava.
Chi era William Richard Bradford
William Richard Bradford era un fotografo freelance che, negli anni Ottanta, frequentava locali, agenzie e concorsi per aspiranti modelle nell’area di Los Angeles.
Dietro quell’attività si nascondeva però un metodo criminale ben collaudato. Bradford prometteva servizi fotografici professionali e possibili opportunità nel mondo della moda. Una volta conquistata la fiducia delle giovani donne, le convinceva a seguirlo in aree isolate.
Nel 1984 venne arrestato dopo la scomparsa di due giovani donne: la ventunenne Shari Miller e la quindicenne Tracey Campbell. Le indagini portarono rapidamente a lui grazie a un elemento tanto semplice quanto decisivo.
Durante la perquisizione del suo appartamento gli investigatori trovarono centinaia di fotografie e rullini. Analizzando alcune immagini di Shari Miller notarono sullo sfondo particolari formazioni rocciose. Quelle fotografie permisero di individuare un’area del deserto del Mojave dove vennero ritrovati anche i resti di Tracey Campbell.
Le fotografie scattate dallo stesso assassino si trasformarono così nella prova che contribuì alla sua condanna.
Nel 1987 Bradford fu riconosciuto colpevole dei due omicidi e condannato alla pena di morte.
Il mistero delle 54 fotografie mai risolto
La storia investigativa non terminò con la sentenza.
Nel 2006 il Dipartimento dello Sceriffo della Contea di Los Angeles decise di riaprire alcuni fascicoli conservati negli archivi. Tra il materiale sequestrato oltre vent’anni prima comparve una raccolta di fotografie che ritraeva 54 donne mai identificate.
Gli investigatori decisero di renderle pubbliche, convinti che alcune di quelle ragazze potessero essere vittime sconosciute oppure persone ancora vive in grado di raccontare cosa fosse accaduto.
L’appello ebbe un’enorme risonanza mediatica. Molte donne si riconobbero nelle fotografie e contattarono la polizia, raccontando di essere state avvicinate da Bradford con la promessa di servizi fotografici professionali. Diverse di loro erano riuscite a sottrarsi ai suoi tentativi.
Non tutte le identità, però, sono state chiarite. Ancora oggi gli investigatori ritengono che il numero reale delle vittime possa essere superiore a quello ufficialmente accertato.
William Bradford è morto nel 2008 per cause naturali mentre si trovava nel braccio della morte, senza aver mai rivelato se avesse ucciso altre donne oltre alle due per cui era stato condannato.