Woman Unknown, donna sconosciuta. È il titolo dell’unico film a regia femminile in Concorso per il Leone d’oro all’83ª Mostra del Cinema di Venezia, dal 2 al 12 settembre. L’autrice è la danese-egiziana May el-Toukhy, già premiata nel 2019 al Sundance per Queen of Hearts e capace di dare volto alle donne complesse e contraddittorie di oggi.
Proprio quelle che vorremmo vedere più spesso sul grande schermo. Sicuramente non mancano le artiste che possono rappresentarle, anche se il presidente della Mostra, Alberto Barbera, ha detto che quest’anno c’è stato un calo del 24% delle opere presentatate da registe.
Se è vero che la matematica della parità non è garanzia di valore artistico, è vero anche che le donne sanno raccontare noi donne, i nostri vissuti, i nostri desideri con il realismo e l’empatia di cui abbiamo bisogno. Come dimostrano queste quattro registe presenti nelle altre sezioni della Mostra.
Francesca Archibugi racconta Carla Lonzi
Siamo tornate indietro? Francesca Archibugi di sicuro se l’è chiesto girando Carla Lonzi – Dentro e fuori dal mondo, documentario in programma alle Giornate degli Autori. Racconta vita e idee di una figura chiave del femminismo italiano. Critica d’arte, filosofa e scrittrice, nel 1970 Lonzi ha stilato con altre il Manifesto di Rivolta Femminile e ha fatto delle sue stesse relazioni un laboratorio di parità, di quell’emancipazione che oltre 40 anni dopo la sua morte non si è ancora compiuta.

«Anzi, le istanze femministe sembrano essersi inabissate dopo grandi conquiste come il divorzio e l’aborto» sostiene Archibugi, che ha recentemente firmato il film Illusione, sulle violenze subite da un’adolescente, e la serie tv La storia, dal romanzo di Elsa Morante.
Sulla scarsa presenza femminile nei mondi artistici, la regista rielabora un’idea della stessa Lonzi: «L’artista maschio è una figura quasi mitologica, come diceva lei, ma che succederebbe se ci mettessimo d’accordo e stessimo fuori dagli eventi che lo celebrano? Se sparissimo per uno, due o tre anni? Sarebbe un esperimento antropologico interessante. Chi fa i festival ha la sua idea di qualità, ma nessuno dei critici sembra mai mettere in discussione il suo stesso sguardo».
Anna Foglietta, l’esordio alla regia con Una storia
È raro che la vita di una coppia, nei momenti più semplici della quotidianità, sia raccontata dal punto di vista di lei. Lei che prepara la cena, che accudisce la madre o il suocero, che si preoccupa per la figlia trasferitasi a studiare in un’altra città. È la forza di Una storia, debutto alla regia di Anna Foglietta, in concorso nella sezione Orizzonti e al cinema dal 24 settembre.
L’attrice romana è passata dietro la macchina da presa per raccontare la crisi di Erika (Alba Rohrwacher) e Mauro (Guido Caprino) quando la figlia Irene esce di casa, lasciando un vuoto che sottolinea le loro fragilità. Lei scopre che non le basta più dedicarsi alla cura degli altri, lui che ha vissuto all’ombra di un padre autoritario fingendosi felice.

L’amore sopravviverà al cambiamento? «In questo lavoro c’è anche la mia, di storia, non in senso autobiografico o artistico, ma in una dimensione più profonda, legata al mio sguardo sul mondo» dice l’artista, amata protagonista di film di successo (Perfetti sconosciuti, I peggiori giorni) e serie tv seguitissime (Distretto di Polizia, Alfredino).
«La regia è arrivata perché non mi bastava più interpretare solo un ruolo: sentivo il bisogno di abbracciare l’intero universo del film, le case e i personaggi, i costumi e i trucchi, e di imprimere me stessa in ogni dettaglio. Questo è un sogno a lungo custodito che ha finalmente trovato forma. Pensare che possa attraversare il tempo mi sembra ancora incredibile. In questo periodo storico, in cui si fa fatica ad avere gioia, posso dire che il cinema è una realtà in cui trovo ancora salvezza».
Alina Marazzi racconta Gerda Taro in La ragazza con la Leica
Tutti sanno chi è Robert Capa, fotoreporter di guerra del secolo scorso, il cui scatto di un soldato mentre cade colpito a morte, durante la guerra di Spagna, è diventato un manifesto pacifista. Quasi nessuno conosce invece la sua compagna di vita e fotografia, la tedesca Gerda Taro. A raccontarla ci pensa ora Alina Marazzi in La ragazza con la Leica, che apre la sezione Orizzonti.

Fu Gerda a inventare lo pseudonimo Capa – il vero nome di lui, ungherese, era Endre Ernö Friedmann – con il quale firmavano i reportage insieme. Al punto che perfino della foto iconica del soldato resta il dubbio che l’autrice sia lei.
«Il film non approfondisce questo lato, è il ritratto di una donna speciale, esuberante, bellissima, coraggiosa» dice la regista di documentari (Vogliamo anche le rose) e film (Tutto parla di te) centrati su donne fuori dagli schemi.
La ragazza con la Leica ha attori tedeschi – Emilia Schüle è Gerda, Aaron Altaras è Capa – come il contesto che racconta: gli anni della fuga dalla Germania nazista e dell’impegno nel lavoro giornalistico.

«Ho mescolato narrazione e materiale d’archivio per rendere Gerda nella sua contemporaneità: possiamo rispecchiarci in una come lei, tanto femminile quanto determinata, e nel gruppo di amici coi quali condivide la sua visione del mondo» spiega Marrazzi. «Soprattutto, ho voluto mostrare i bellissimi scatti della fotoreporter, la prima a morire sul campo, a soli 26 anni».
Roberta Torre, Scarpe rotte e la metafora sulla vita delle donne

Un’opera sulla storia e sulle tracce che lascia nelle vite quotidiane, nella memoria e nei sogni di due donne. Scarpe rotte di Roberta Torre, liberamente ispirato al racconto di Natalia Ginzburg, apre le Notti veneziane delle Giornate degli Autori.
A Roma, durante la Seconda Guerra Mondiale, Clara e Vera (Barbara Ronchi e Mersila Sokoli) parlano di esperienze e ricordi e, appunto, di scarpe. Che vorrebbero eleganti, o almeno decenti, e invece sono rotte, come il mondo e la storia di ieri e di oggi. Visti i tempi, sanno che bisogna aggiustarle, accontentarsi, valorizzarne la bellezza, persino farne l’oggetto di un concorso con tanto di giudice.
«Sono cresciuta in una generazione fortunata, che sentiva i racconti di guerra solo dai nonni» dice la 63enne regista emersa nel 1997 con il musical Tano da morire ambientato nei vicoli di Palermo. «Ora siamo in un momento difficile, di implosione».

Scarpe rotte è un film sui generis, breve e poetico, girato in studio in un’atmosfera che pare sospesa fuori dal tempo. E lontano dai budget concessi più facilmente ai colleghi maschi. «Sarebbe necessario occupare posizioni strategiche» dice la regista. «Il cinema è un’arte che si fa coi soldi. Se hai realizzato un lavoro con un finanziamento minuscolo, diventa molto difficile avere il controllo della narrazione e stare nella fascia dove si fanno i giochi veri». Anche questo è da riparare.