Il passato nell’MMA, il presente (e il futuro) come attore, la voglia di mettersi in gioco sempre. Con Alessandro Parigi abbiamo parlato di vita, sogni e resilienza: ma senza sconti, senza drammi. Il suo esordio in Non abbiam bisogno di parole, remake italiano de La famiglia Bélier, ha dimostrato di avere il talento necessario per farcela, anche se solo pochi anni fa non avrebbe mai pensato a questo lavoro. Dopo un passato fatto di allenamenti e combattimenti, la sua carriera nell’MMA stava per passare al livello professionale quando un brutto infortunio ha cambiato tutto. A volte la vita cambia i piani, e bisogna riuscire a riconoscersi anche in panni che non ci si sarebbe mai aspettati di indossare. E spesso, quando succede, finisce che ci si accorge che è stato quasi meglio così. È andata così anche per Alessandro, che ha smesso con le gare e ha scoperto il bello di un’altra vita: quella di chi chi sente tutto, mostra tutto, non teme di essere fragile. Una lotta anche questa, a modo suo, dove però più ci si sa abbandonare alla debolezza e più, paradossalmente, si vince.

Intervista ad Alessandro Parigi, i primi passi nel cinema

Foto di Ignazio Sguera

Non è da tutti esordire nel cinema con un progetto Netflix. Com’è stato?

«È stata una bellissima esperienza. Non mi aspettavo di partire così, con il botto, e ho avuto la fortuna di condividerla con persone molto disponibili e sensibili. Io sono sempre stato una persona riservata, quindi era il mio primo vero approccio al mondo mediatico. Vedere il riscontro così positivo da parte del pubblico è stato davvero soddisfacente».

Cosa hai imparato sul set?

«Ho appreso un po’ da tutti. Avere al proprio fianco una professionista come Serena Rossi, per chi studia recitazione e vuole fare l’attore, è stato fondamentale. Anche Luca è un professionista sotto tutti i punti di vista: è molto empatico, ha capito le nostre esigenze perché non è semplice creare un personaggio da zero. E poi con tutto il resto del cast, Sarah, Asia, gli Insolera, Antonio, abbiamo creato una vera famiglia. Non me lo aspettavo, ed è stata una delle cose più belle».

Sei rimasto in contatto con loro?

«Sì, praticamente con tutti».

Non si smette mai di studiare e di evolvere, come attore (e non solo)

Continui a studiare anche dopo aver già lavorato. Come mai?

«Secondo me è un mestiere in cui non si può smettere di studiare. Non tanto per aggiornarsi sui metodi, che hanno radici solide nella storia, ma più per restare allenati e rientrare meglio poi nelle cose lavorative. Per dire, ho appena finito una lezione di canto: non ho mai studiato canto in vita mia, me ne sono appassionato durante il film e adesso sto continuando. Essere preparati sotto ogni punto di vista artistico è fondamentale. E poi mi fa piacere studiare qualcosa che mi piace davvero, non è scontato».

Quando hai iniziato, ti vedevi già nel cinema o più nel teatro?

«Quando ho iniziato a studiare non mi vedevo da nessuna parte. È stata più una scommessa fatta con la mia manager: ci siamo detti, proviamo, mettiamoci sotto, vediamo cosa ne esce. Dalle prime lezioni sono stato molto ricettivo, non tanto dal punto di vista lavorativo, ma nell’approcciarmi al mestiere dell’attore: sia fisicamente, anche se ero già abbastanza preparato grazie agli allenamenti, sia mentalmente. Creare emozioni da zero non è semplice. Mi sono posto la domanda “posso farlo davvero?” solo quando il film è finito. È stato lì, grazie al riscontro dei critici, del pubblico, della troupe e della produzione, che mi sono detto: questo è un mestiere che voglio fare e che posso fare».

«Mi hanno scritto tanti ragazzi, mi ringraziano per Marco»

Foto di Ignazio Sguera

Hai paura di montarti la testa?

«Vengo da un contesto molto umile, quindi non ho mai avuto la percezione di dovermi montare la testa. So che devo lavorare, e sono una persona molto dedita al lavoro. Anche quando facevo MMA, finito l’incontro tornavo in palestra e mi rimettevo sotto. Sono molto seguito dal team e dalla mia manager, ma non hanno bisogno di tenermi coi piedi per terra: non sono mai stato quel tipo di persona. Detto questo, fa piacere ricevere questo riscontro positivo, e voglio godermi questo momento perché sono davvero soddisfatto del lavoro che abbiamo fatto».

Quali sono i messaggi che ti hanno colpito di più?

«Ce ne sono stati tanti di apprezzamenti sul lavoro del cast in generale. Ma quelli che mi hanno colpito di più, personalmente, sono i messaggi di ragazzi che mi ringraziavano per aver dato voce a un personaggio che evolve, che si scioglie, che toglie la maschera che si mette per resistere a tutto ciò che è il mondo adolescenziale. Gli amori che vanno male, i problemi che porti a scuola, le cose che si vivono quotidianamente. Interpretare quel personaggio è stato come tornare un po’ nel passato. Ho dato voce a persone che si sentono strette e fuori posto, che cercano di trovare la propria strada. Ecco, quei messaggi sono stati i più belli».

Tecnicamente, cos’hanno apprezzato del tuo lavoro?

«Molti mi hanno fatto i complimenti per lo sguardo. Cerco di lavorare molto con gli occhi, e hanno notato come si evolvesse nel corso della storia: da uno sguardo chiuso e dubbioso a uno sempre più aperto, curioso, capace di lasciarsi trasportare dalle emozioni. Che poi è il succo del film: poter fare la propria strada, viverla davvero».

Fare pace con la fragilità, nonostante il passato

Venendo dall’MMA, il rapporto con le tue fragilità dev’essere stato complicato.

«Per niente facile, sì. Nello sport in generale è difficile concedersi all’emotività, soprattutto in gara. Nell’MMA, farsi vedere fragili dall’avversario significa aver già perso. Quella disciplina mi aveva un po’ chiuso il lato emotivo, invece vivere di emozioni è bellissimo. Ne ho risentito, non lo nego, ma poi sono riuscito a usare quei sentimenti per lavorare. Interpretare un me stesso da piccolo e riportare alla luce cose che avevo tenuto dentro è stato catartico: quando tieni qualcosa racchiuso a lungo e finalmente te ne liberi, fai un bel respiro e dici “ok, ce l’ho fatta”».

Come sei arrivato alle arti marziali?

«Ho iniziato perché da ragazzino ero molto sensibile, molto timido, e questo ha reso facile per alcuni bullizzarmi. Di fronte a quella situazione ho scelto di prendere in mano le cose. Poi me ne sono innamorato: la mia famiglia si divide tra musicisti da parte di mia madre e sportivi marziali da parte di mio padre. Quindi il consiglio di provare le arti marziali miste è arrivato naturalmente. Il primo giorno che sono entrato in palestra è stato l’inizio di dieci anni in cui non ho mai saltato un allenamento».

Cosa hai imparato dallo sport?

«Ho imparato tantissimo: la consapevolezza di me stesso, delle mie capacità, e soprattutto come gestire le situazioni difficili. Saper come comportarsi di fronte a momenti sgradevoli o pericolosi è stato l’insegnamento più importante che ho portato fuori dallo sport».

Quando la vita cambia i piani

L’infortunio come l’hai vissuto?

«Male. Stavo facendo il salto nel professionismo, avevo iniziato a battere gente con un nome importante tra i semiprofessionisti, e mi è crollato un po’ il mondo addosso. La mia famiglia e i miei amici mi hanno sostenuto, ma sentivo che non sarei riuscito a tornare come prima. Era un infortunio grave, che non mi ha più permesso di recuperare la forma che avevo. Per fortuna nel frattempo stavo già studiando recitazione. Quella che sembrava una sfortuna si è rivelata la fortuna dall’altra parte: mi ha aperto la mente a strade nuove».

Come è entrato il teatro nella tua vita?

«Ho sempre recitato da piccolo, facevo un corso extrascolastico, ma era più un modo per passare il tempo, nessuno studio vero e proprio. Poi la mia manager mi ha proposto di fare dei corsi seri, perché secondo lei avevo le qualità per entrare in questo mondo. Ho iniziato con Michael Margotta: mi ricordo ancora il primo giorno del suo seminario: il primo esercizio era ballare una musica tribale, e io me ne stavo seduto nell’angolo con le braccia conserte perché mi vergognavo. Poi, vedendo che era un ambiente non giudicante (cosa che non avevo vissuto per anni nell’MMA) mi sono sbloccato. Mi sono iscritto all’accademia, ma non ho fatto in tempo a finire neanche il primo anno perché mi hanno preso per il film. Da lì ho proseguito con Flavia Mancinelli e Federico Zanandrea, e continuo a studiare».

Progetti futuri?

«Non posso spoilerare niente, mi dispiace! Quello che posso dire è che continuerò a studiare. Mi piace immedesimarmi nelle altre persone, è un modo per capire il punto di vista degli altri. Non c’è un punto di vista giusto o sbagliato, è tutto molto soggettivo. A me piace fare miei i pensieri dei personaggi che interpreto. Che poi è il mestiere in sé».ù