Ciò che più appassiona Adriano Giannini è il viaggio, umano e geografico, che ogni film gli permette di fare. «Ricordo notti passate a parlare coi registi, per entrare nel loro immaginario e nel personaggio» dice. «O le avventure lontano da Roma, che ti proiettano in un’altra dimensione. Siamo ladri di mondi altrui, che arricchiscono la nostra vita da guitti».

È bello ascoltare i suoi racconti visuali, a volte onirici. Il 54enne attore figlio d’arte – di Giancarlo Giannini e Livia Giampalmo – è un narratore a tutto tondo. Entrato nel mondo del cinema in punta di piedi, facendo l’operatore per 11 anni, è autore di due corti da regista (tra cui Il gioco, da un racconto di Andrea Camilleri) e sta preparando il suo primo lungometraggio. «Avevo iniziato a fare riprese dopo la maturità per potermi pagare un viaggio negli Stati Uniti, poi mi è piaciuto. Visto il cognome, non mi hanno risparmiato nulla. Ma la gavetta tra i cavi elettrici e gli anfratti di Cinecittà mi ha fatto entrare di diritto, e non per pedigree, in questo mestiere». A 30 anni passa davanti alla macchina da presa in Alla rivoluzione sulla due cavalli di Maurizio Sciarra e poco dopo, accanto a Madonna, in Travolti dal destino di Guy Ritchie, remake del celebre titolo di Lina Wertmüller con suo padre e Mariangela Melato.

Adriano Giannini e Pilar Fogliati in “Breve storia d’amore”.

Dopo oltre 70 titoli per il grande e il piccolo schermo, è ora in sala con Breve storia d’amore di Ludovica Rampoldi, film che racconta di due coppie di generazioni diverse – lui e Valeria Golino, 50enni; Pilar Fogliati e Andrea Carpenzano, 30enni – alle prese con il tradimento. Al Torino Film Festival è stato inoltre appena presentato Separazioni di Stefano Chiantini, dove recita con Barbora Bobulova. «Una vicenda drammatica, ambientata sul Gran Sasso: uno dei figli di una coppia in crisi risulta disperso tra neve e valanghe». Ne parla al telefono mentre è in giro con i suoi tre cani, passione condivisa con la moglie Gaia Trussardi, che ha sposato 6 anni fa. «Da quando siamo tornati a Roma, dopo aver vissuto 5 anni a Milano, posso finalmente portarli in giornata a Fregene. Io mi butto a mare pure d’inverno. È un posto magico, l’ho frequentato da bambino e ci ho vissuto intorno ai 22 anni. Vicino al villaggio di pescatori c’erano le case di molti grandi del cinema, da Ettore Scola a Marcello Mastroianni».

Come racconterebbe Breve storia d’amore?

«Intanto è un film originale, giocato intorno a tre generi che non è scontato saper amalgamare: commedia, romance e thriller. Poi mette a confronto due generazioni sul tema del tradimento. La protagonista (Pilar Fogliati, ndr) lo cerca per capire cosa non va nella sua relazione, ma poi ne finisce intrappolata. Il mio personaggio, che diventa il suo amante, è un uomo con un trauma passato, per giunta sposato con la sua psicoterapeuta (Valeria Golino, ndr). Non c’è giudizio, ma la vicenda esplora le conseguenze di quanto succede fuori dal matrimonio o dalla convivenza. In generale, i 30enni mi paiono aperti al dialogo e più disposti a parlarne dei miei coetanei».

Pensa che la rivoluzione sessuale e i cambiamenti nel costume abbiano cambiato la mentalità?

«Sicuramente. Purtroppo nella società italiana, sarà per le radici cattoliche, siamo molto colpevolizzati. Me l’hanno fatto notare alcuni colleghi argentini: ci sono condizionamenti molto evidenti rispetto ad altre culture, a quanto pare. Detto questo, io sono all’antica: penso che subire o infliggere un tradimento provochi disastri in una coppia. E, anche se col tempo si può perdonare, o cercare di capirne le ragioni, lo trovo inaccettabile».

Si dice sempre che gli uomini lo vivano con più facilità, che per loro sia solo una questione di sesso senza coinvolgimento. Un cliché?

«Quando sento certi discorsi tra maschi nelle palestre, vedo che alcuni riescono ad avere questa disinvoltura e a mettere comunque la moglie davanti a tutte le altre donne. Forse sono solo chiacchiere da spogliatoio. Tra gli amici, invece, non vedo quest’agilità nell’andare di fiore in fiore. E io non ci ho mai creduto, neanche a 18 anni».

A quell’età ha iniziato a lavorare sul set come operatore. È vero che da bambino detestava essere filmato?

«Assolutamente sì, era una tortura. A mio padre piaceva girare dei corti in Super 8, ma io odiavo farlo, per giunta vestito da Dracula o da cowboy: li ho conservati da qualche parte, ma confesso che non li guardo mai. Da bambino, poi, vedevo il cinema come la cosa che mi strappava via papà: tra gli anni ’70 e ’80 era impegnatissimo e i miei si sono separati che avevo solo 4 anni».

Cosa l’ha spinta, invece, ad abbracciare la vita del set?

«Ho iniziato a viverlo come un viaggio già da operatore. E da attore l’esperienza è ancora più intensa. Voli in altre parti del mondo, ma non per fare il turista. Ne avrei tante di avventure da raccontare. Quando sono andato 5 mesi nei Carpazi per girare il film Dolina (del 2007, ndr), che non è più uscito in Italia, ricordo che ho guidato di notte nei boschi per sfuggire a una nevicata improvvisa. Diedi un passaggio a un’attrice ungherese, altissima, che interpretava la mia antagonista ma non parlava inglese: aprì il finestrino cantando brani d’opera in italiano perché era l’unico modo di comunicare con me».

Potrebbe scriverle, queste avventure, dato che ha pubblicato una favola, Piro. È la storia romantica di due girasoli. Come le è venuta l’idea?

«Viaggiando in auto al tramonto, molti anni fa, davanti a un campo di girasoli. Sembravano grandi teste viste tutte di spalle e ho pensato che, se fossero persone, non si vedrebbero mai perché tutte girano il capo solo verso il sole. Così mi è venuta in mente una storia d’amore, tipo Romeo e Giulietta, con protagonista un girasole che contro la legge della sua natura si ferma all’alba per vedere il volto del fiore di cui si innamorerà».

“Piro” di Adriano Giannini (Valentina Edizioni) è una favola in cui due girasoli sfidano la propria natura per potersi vedere. E innamorare.

Quando ha trovato il tempo di scriverla?

«Durante la pandemia. Me l’ha suggerito mia moglie, forse perché era stufa di vedermi fare il pane sparpagliando farina ovunque. Pensi che avevo comprato anche un piccolo mulino in miniatura per macinare il grano. Davo a ogni pane un nome, li fotografavo, li regalavo agli altri inquilini nel condominio. Credo che lei non ne potesse più».

E ora non fa più il pane?

«Sì, è ancora una mia passione. Ho il lievito madre, l’ho chiamato Ernesto. Me ne prendo cura rinfrescandolo ogni settimana, com’è necessario. E a volte lo porto pure in viaggio con me».