Sta diventando un simbolo dei nostri tempi. Bella Ramsey, 22 anni, salutata come un grande talento all’età di 11 in Il Trono di Spade e candidata agli Emmy Awards nel 2023 e 2025 per The Last of Us, parla spesso di due argomenti che la toccano personalmente: l’autismo, diagnosticatole 4 anni fa durante le riprese della serie distopica in cui recita accanto a Pedro Pascal, e il suo essere sessualmente fluida.

«Sono aspetti che influenzano la mia vita quotidiana e condividerli pubblicamente mi fa sentire più libera di essere me stessa» dice. «Parlarne mi è venuto naturale, non è qualcosa che ho deciso a tavolino». La giovane attrice inglese non invoca la privacy se i giornalisti le fanno domande su questi temi. Mette in atto per prima l’inclusione, diventando un esempio per tutti quelli che temono di essere emarginati per la loro diversità.

Sunny Dancer: la trama del film

Nessuno meglio di lei poteva quindi diventare il volto di Sunny Dancer, film che racconta il campus estivo di un gruppo di adolescenti malati di cancro e il loro desiderio di fare la stessa vita dei coetanei.

I ragazzi e le ragazze protagonisti del film “Sunny Dancer”.

Chi ha avuto un tumore sa quanto lo sguardo e il comportamento degli altri, a cominciare dal compatimento, possano far sentire esclusi: questo è anche il cruccio di Ivy, la protagonista di questa emozionante storia scritta e diretta da George Jaques, al cinema dal 2 settembre. Quando i genitori le propongono quel campus, dicendole che fa bene stare con chi ha affrontato gli stessi problemi, lei è recalcitrante e lo ribattezza “chemio camp”. Poi però si aprirà alle amicizie, riscoprirà la gioia, vivrà l’amore.

Bella Ramsey e Daniel Quinn-Toye
Bella Ramsey e Daniel Quinn-Toye in “Sunny Dancer”.

Il film è stato presentato all’ultimo Festival di Berlino ed è lì che abbiamo intervistato Bella Ramsey. Per rispettare la sua dichiarata non binarietà, i giornali anglosassoni usano il pronome “they” (loro) anziché “she” (lei) quando ne scrivono. In italiano è più difficile: si può usare lo schwa, ma parole come attore o attrice sono comunque fortemente binarie.

Bella Ramsey in Sunny Dancer: «Ivy mi ha insegnato cos’è l’adolescenza»

Com’è stato interpretare la battaglia di Ivy in Sunny Dancer rispetto a quelle di Lyanna Mormont in Il Trono di Spade e di Ellie nel mondo post-apocalittico di The Last of Us?

«Per certi versi più impegnativo, perché i suoi demoni sono reali, corrispondono all’esperienza di tante persone. Io volevo renderne le difficoltà. Ivy è vulnerabile, ma è anche una ragazzina che vuole vivere la propria età a prescindere dalla diagnosi. È consapevole di come cambi l’atmosfera quando entra in una stanza, perché tutti sentono di dover stare attenti con lei. Con il regista abbiamo parlato molto della vergogna e del senso di colpa che prova – anche se nulla è colpa sua – perché sa quanto il suo male abbia cambiato la vita della sua famiglia».

Nonostante questo, Sunny Dancer è una storia piena di vitalità e gioia. I suoi coprotagonisti dicono di averla vista scatenata sul set. Ha attinto alla sua esperienza di adolescente per il personaggio?

«È vero, ci siamo tutti divertiti moltissimo, ma devo dire che io l’adolescenza non l’ho vissuta per niente. È stata proprio Ivy a insegnarmi cosa significhi».

Lo dice perché a 11 anni era già sul set di Il Trono di Spade?

«No, lo avevo deciso consapevolmente. Lavoro a parte, fin da piccola mi percepivo più in sintonia con gli adulti che con i miei coetanei. Li sentivo parlare degli adolescenti, di quanto stress causino ai genitori e non volevo che succedesse anche a me. Sono grata a Sunny Dancer per avermi fatto vivere quell’età così importante a posteriori. È stato liberatorio, forse uno dei periodi più felici della mia vita».

Bella Ramsey è stata la star dell’ultimo Giffoni Film Festival, dove a luglio ha “accompagnato” Sunny Dancer: la pellicola ha aperto la manifestazione cult dedicata al cinema per ragazzi.
Bella Ramsey è stata la star dell’ultimo Giffoni Film Festival, dove a luglio ha “accompagnato” Sunny Dancer: la pellicola ha aperto la manifestazione cult dedicata al cinema per ragazzi.

Che cosa ha scoperto di quello che non ha vissuto?

«Ho adorato la vivacità, quell’essere selvaggi senza filtri o quasi. Mi ha colpito il fatto che puoi farti perdonare qualsiasi cosa».

Invece qual è la cosa più trasgressiva che ha fatto?

«Sono cresciuta in un paese delle Midlands, nel Regno Unito. Da bambina dovevo restare nei campi intorno casa senza andare oltre un certo raggio. Il giorno in cui mi sono spinta più lontano da sola ero eccitata, perché avevo infranto una regola. Anche quando recito, oggi, più che trasgredire, mi piace andare oltre quello che ci si aspetta, per provare sorpresa o emozione».

A 10 anni ha partecipato a un programma tv. Una scelta dei suoi genitori o sognava già di diventare attrice?

«Sono molto grata ai miei di non avermi mai costretta a fare nulla, mi hanno semplicemente sostenuta in ciò che desideravo. Facevo parte di un gruppo chiamato “Television Workshop” a Nottingham, un modo per divertirmi nei weekend. Qualche direttore di casting mi ha notata ed è così che ho iniziato: la possibilità e la scelta di recitare sono state una sorpresa anche per me».

Con il successo cosa è cambiato?

«La gente ha iniziato a parlare della mia “carriera” quando avevo 12 anni. Ma io odiavo quella parola, perché per me recitare è una passione».

Di fatto, una carriera ce l’ha. Non fa ragionamenti sul suo futuro?

«Certo, ci sono persone che ammiro e con le quali vorrei lavorare. Soprattutto, ho dei sogni che vanno “oltre”. Il più entusiasmante è quello di creare qualcosa di mio con la scrittura e la regia. Ho un’idea che ho iniziato a scrivere pensando a un film quando avevo 14 anni, ci sono praticamente cresciuta insieme. Ora è presto per dire di più».

Bella Ramsey al Giffoni Film Festival
Bella Ramsey.

Essere un modello per chi è neurodivergente

Come gestisce la celebrità e il fatto di essere un modello per i più giovani?

«Vorrei poter fare questo mestiere senza essere famosa, ma ammetto che ci sono dei vantaggi. Per esempio, poter parlare di alcuni temi, dal cambiamento climatico all’identità di genere. O poter aiutare persone neurodivergenti raccontando la mia esperienza. Vorrei che sempre più eventi fossero accessibili a chi è come me. Partecipare ai festival, per esempio, è stata dura, ho dovuto prepararmi. Il red carpet per un neurodivergente è tosto. I flash, gli abiti scomodi, le persone che gridano per avere la tua attenzione: è un bombardamento di stimoli».

Ha imparato a gestirlo?

«Devo tenere sotto controllo la voglia di scappare, anche se nelle foto sembra che io sia felice. In un certo senso, in quel momento mi nascondo in me stessa pensando che, dietro i flash, ci sono persone con le loro debolezze che vogliono andare a casa come me. Però sono contenta di promuovere il lavoro che amo, lo farei a qualsiasi costo».

C’è qualcosa che le manca quando il sipario cala?

«Solo il set mi manca, fin dai primi giorni dopo la fine delle riprese. L’ho scoperto prendendomi una pausa, durante la quale, però, ho anche riscoperto altre cose. Gioco a calcio, scrivo, faccio musica. Prima pensavo che recitare fosse tutto, ora sono tornata alle mie passioni di ragazzina, dallo sport all’arte, ed è fantastico».