«Questo libro ha un segreto. Chi lo ha scritto ha un segreto. Chi lo legge avrà un segreto». La frase che accompagna la quarta di copertina di La bugia dell’orchidea (Longanesi), ultimo libro del re del thriller italiano Donato Carrisi, introduce una serie di enigmi. Intanto, le due cover: quella esterna con titolo e nome dell’autore; quella interna con un’espressione in latino, Labia sericea (orchidea dalle labbra setose), e la firma di Victoria Anthon, voce narrante di questo tentacolare mistero. Ogni tentacolo suggerisce una verità: dalla più lampante alla meno scontata, spiazzano il lettore per 400 pagine da leggere senza tirare il fiato.

La trama di “La bugia dell’orchidea”

Estate 2005. Un casale rosso in mezzo al nulla. Biciclette e giocattoli, panni stesi, galline e conigli. Il silenzio idilliaco di un’alba estiva è interrotto da un urlo disperato, poi il capofamiglia chiama la polizia che, quando arriva, trova una scena raccapricciante: una donna e i suoi tre figli sono stati sgozzati brutalmente, il padre ha le mani piene di sangue. Sangue con cui l’assassino ha marchiato con una croce rossa la fronte di ciascuna vittima. Al centro dei sospetti, ovviamente, c’è il marito e padre sopravvissuto, il 30enne Lorenzo; le vittime sono sua moglie Beatrice e i loro tre figli: Luigia, 11 anni, Giacomo, 7, e Caterina, 14 mesi.

Donato Carrisi esplora tutte le possibili verità

La vicenda è un labirinto di indizi e depistaggi. Un viaggio inquietante che mette in discussione ogni convinzione del lettore. Donato Carrisi esplora i meandri dell’animo umano, ma stavolta da una prospettiva inedita: non solo l’investigazione della mente, ma anche la dissezione delle apparenze. L’analisi della finzione come maschera sociale, come strumento di sopravvivenza e come estrema forma di protezione verso chi si ama.

Come nasce questa trappola cognitiva per i lettori?

«Siamo circondati dalla finzione e non facciamo più nessun esercizio per ricercare la verità. Perché la verità richiede ricerca e noi non siamo interessati a fare questo sforzo. Il libro, secondo Victoria, scrittrice e voce narrante, prende spunto da un caso di cronaca, ma non è certo neanche questo dato, perché nel romanzo non c’è nulla di certo. Io racconto l’evoluzione dei fatti, mostrando le possibili verità, starà poi al lettore scegliere quella che preferisce. Del resto, alle persone non interessa chi sia il vero colpevole di un crimine: interessa la novità scabrosa. La cronaca nera smaschera il nostro sadismo e cinismo».

La bugia è uno strumento di sopravvivenza sociale

Victoria Anthon, la voce narrante, si nasconde dietro una falsa identità.

«Victoria è stata vittima di violenza da parte di un certo Nic, di cui si era innamorata follemente e con cui aveva stretto un patto scellerato. Dopo quell’esperienza dolorosa e cruenta, ha dovuto ricostruire tutta la sua vita, per questo decide di mascherarsi sotto una falsa identità. Ma quando riceve una lettera anonima, destinata alla vera lei, si fa trasportare nel mistero della famiglia C. Victoria è una scrittrice e la curiosità è una malattia inguaribile degli scrittori, non c’è terapia. Asseconda la sua curiosità, pur con mille dubbi e paure, fino alle estreme conseguenze».

La copertina del nuovo romanzo di Donato Carrisi "La bugia dell'orchidea" (Longanesi)

Il romanzo riabilita la bugia come strumento di sopravvivenza sociale e come forma di protezione verso chi si ama.

«I segreti hanno la funzione di sorreggere l’apparenza che ci siamo cuciti addosso, altrimenti saremmo nudi ed esposti. A volte mentiamo per il bene altrui, ma più spesso lo facciamo per proteggerci socialmente, per salvare le apparenze. Non a caso, in questo libro mentono gli adulti, che sono portati alla menzogna e alla manipolazione. Diciamo circa 30 bugie al giorno, di molte non ce ne rendiamo nemmeno conto».

Spunta dal nulla il personaggio di Fratello Lupo, spariscono nel nulla i cani della famiglia… Perché far entrare il soprannaturale nella storia?

«L’elemento soprannaturale è solo una delle verità possibili. Per molti è consolatorio: quando non si riesce a spiegare qualcosa in modo razionale, siamo disposti a credere a tutto. Io preferisco usare l’espressione “oltreumano”: il male, per esempio, è “oltreumano”. Quando diciamo di una persona che è un “diavolo” o un “mostro”, stiamo cercando una spiegazione che in parte ci consoli. Del resto le persone non leggono l’oroscopo? La nostra mente è spesso portata a cercare spiegazioni che vadano oltre l’umano».

Se la famiglia è un campo minato di segreti

Le famiglie in questa storia hanno segreti inimmaginabili.

«La famiglia è un terreno minato di segreti e non detti. Può essere il luogo più sicuro del mondo o il più spaventoso. Del resto, i crimini più efferati si consumano nelle famiglie».

A differenza di altri suoi thriller, qui si parte da una certezza che lei gradualmente disintegra.

«Sì, la vicenda principale della famiglia C. è sempre la stessa. Cambiano, man mano, le verità che metto davanti al lettore. C’è un lavoro di costruzione e scrittura di almeno 2 anni».

Donato Carrisi e il modello di Stephen King

Lei è il nostro Stephen King e, come per il grande maestro, i suoi libri trascendono il genere.

«King è uno dei miei autori preferiti e anche a me, come a lui, piace sperimentare. In Italia c’è un certo pregiudizio nei confronti del thriller, invece io trovo che sia ideale per fare discorsi politici e di critica sociale. Se scrivi un saggio contro il razzismo, i razzisti non ti leggono. Ma se inserisci temi importanti nei romanzi di genere, non privi il lettore della parte di intrattenimento, che per me rimane fondamentale, ma puoi coinvolgerlo anche su temi più profondi».

Usa il simbolismo dell’orchidea, che grazie al mimetismo attira gli insetti per dimostrare che la più grande bellezza può nascondere il più terribile inganno.

«L’orchidea è in entrambi i titoli del libro, quello in italiano e quello in latino. Ma l’orchidea del titolo in latino, “dalle labbra di seta”, descritta come la più bella del mondo, forse non è mai esistita».

Donato Carrisi: «I miei libri sono dei lettori»

Scrittore, regista, sceneggiatore: dove si sente più a suo agio?

«Io mi considero un narratore. Quindi mi sento a mio agio quando racconto storie, a prescindere dal mezzo».

Scrivere è un momento solitario, poi arriva il confronto con i lettori.

«Mi piace molto incontrare i fan, però sono convinto che il mio ruolo finisca quando termino il libro. Poi faccio un passo indietro, non invado il loro spazio, perché il libro, una volta pubblicato, diventa proprietà di ciascun lettore».