Essere giovane e non essere rivoluzionario è una contraddizione biologica. Lo diceva Salvador Allende, e lo dice anche Gianrico Carofiglio, ex magistrato e scrittore tra i più amati, all’inizio di questa conversazione. Il punto è intendersi su che cosa significhi rivoluzione. Se chiedi a lui, risponde che, al netto delle sfumature, è la spinta a non accettare il mondo così com’è quando appare ingiusto. Una fiammata che può essere distruttiva, certo, ma anche capace di generare cura e passione, perché allontana la tentazione dell’indifferenza.
Accendere fuochi è un manuale di lotta e gentilezza
Prendere una strada o l’altra – quella della violenza o quella dell’impegno – è questione di scelte: per orientarsi serve una bussola o, meglio, un Manuale di lotta e gentilezza, sottotitolo del nuovo libro Accendere fuochi (Mondadori), che Carofiglio ha presentato il 14 maggio al Salone del Libro di Torino, il cui tema quest’anno è Il mondo salvato dai ragazzini. Un testo scritto per i giovani, il primo della sua carriera. «Mi renderebbe felice se lo leggessero anche gli adulti, non solo quelli che hanno figli. Perché, al di là di alcune movenze stilistiche che alludono ai più giovani, dentro c’è il mio pensiero sulla passione civile, sulla politica, sullo stare con gli altri. Concetti che gli adulti dovrebbero di tanto in tanto ripassare».
Gianrico Carofiglio: l’altruismo dovrebbe essere il motore della politica
Come si insegna la passione civile ai giovani?
«Spiegando che cosa vuol dire stare con gli altri al di là degli stereotipi. E soprattutto alimentando la voglia di cambiare il mondo e facendola durare: è la cosa più importante».
Ma anche la più difficile.
«Vero. Però è possibile. Bisogna essere disposti ad abitare, in senso sano, un lieve disagio esistenziale. Il filosofo Ferdinando Adorno diceva che la forma più alta di moralità è non sentirsi mai a casa, nemmeno a casa propria. Significa non pensare “Se io sto bene, il resto non mi riguarda”. Gli altri ci riguardano, eccome. Questo non vuol dire fustigarsi. L’altruismo fa stare bene e dovrebbe essere il motore della politica. Certo, una politica diversa da quella di oggi».
La disillusione è dilagante. Come se ne esce?
«Dire: “Tanto i politici sono tutti uguali” è un modo per sottrarsi alla responsabilità. Non ci si riuscirà subito, ma cambiare è una scommessa che si può vincere, anche coltivando l’allegria».
Cosa significa Accendere fuochi?
«È parte di una frase attribuita a Plutarco: “L’istruzione non è riempire i secchi, ma accendere i fuochi”. Studiare non è un accumulo di dati. Le nozioni sono importanti, certo, ma poi bisogna andare oltre, farsi domande senza paura di sembrare stupidi. I giovani devono muoversi allegramente nel territorio dell’ignoto».
In lei questo fuoco chi lo ha acceso?
«Una specie di curiosità indiscriminata. Da bambino girava a casa un libretto dei Peanuts che mi affascinava moltissimo. In ogni pagina c’era una vignetta. Ne ricordo due. Una aveva Charlie Brown seduto su una panchina, con il sacchetto della merenda e l’aria sconsolata: “Amore è essere felice sapendo che lei è felice. Ma non è così facile”. L’altra: “Amore è passione per le idee”. Questa cosa mi è rimasta dentro».

La mente del principiante e l’importanza dell’errore
Come si fa a non spegnere questo entusiasmo crescendo?
«La vita tende ad anestetizzare tutto. L’antidoto è una parola giapponese: shoshin, la mente del principiante. È l’atteggiamento di chi, anche quando è esperto, riesce a guardare le cose come se fosse la prima volta. L’esperto vede ciò che già conosce, il principiante vede molto di più».
Nel libro torna spesso il tema dell’errore. Perché è necessario parlarne?
«Abbiamo una paura tremenda dell’errore, soprattutto di ammetterlo. Ci sembra una cancellazione dell’ego. Io da ragazzo avevo una difficoltà enorme a riconoscere i fallimenti. E invece poche cose sono così liberatorie come dire: “Ho sbagliato”. Per questo serve una vera pedagogia dell’errore e del fallimento».
Da padre come se l’è cavata?
«Fallendo, come tutti. Se dovessimo valutare i miei successi come genitore, saremmo messi male. Uno degli errori più frequenti è stato dare consigli non richiesti. È un modo per gestire l’ansia di non essere all’altezza e liberarci della responsabilità: “Ti ho dato un ottimo consiglio, se non lo segui sono affari tuoi”. Ma i consigli non richiesti non servono, e possono avere l’effetto opposto. Sono uno dei segnali più evidenti della difficoltà a gestire una relazione in modo sano ed empatico».
Gianrico Carofiglio: uno dei peccati peggiori è l’indifferenza
Al netto dei consigli, cosa dobbiamo spiegare ai ragazzi?
«Che le cose brutte accadono non perché c’è un certo numero di persone cattive, ma perché ci sono tante persone buone che non fanno nulla. Aveva ragione Gramsci: uno dei peccati peggiori è l’indifferenza. Il senso della rivoluzione è capire che interessarsi degli altri è affar nostro».
Dove comincia la rivoluzione, secondo lei?
«Quasi mai nelle piazze. Il cambiamento, nella storia, è sempre stato generato da piccoli gruppi di persone convinte di poter cambiare le cose».
Non crede nel potere delle piazze?
«Dipende. Quelle pacifiche e allegre mi piacciono molto. Non mi piace il populismo, a prescindere dal colore, e detesto la violenza, che è una forma di stupidità».
Gianrico Carofiglio: la arti marziali mi hanno cambiato la vita
Com’era da ragazzo?
«Piuttosto solitario. Sarebbe più corretto dire sfigato, ma trovi lei la parola giusta. Però ho sempre avuto la capacità di inventarmi modi per uscire dalla solitudine. Col senno di poi, è un’attitudine utile: ti permette di riconoscere la difficoltà che molti provano e sapere che quella fragilità ce l’hai sempre dentro, anche se da fuori non si vede più. E che, paradossalmente, è giusto tenerla viva, perché è una fonte di umanità».
Lo strumento più utile per uscire dalla solitudine?
«Nel mio caso, le arti marziali: hanno davvero cambiato la mia vita, aiutandomi a ribaltare il senso di inadeguatezza e la paura degli altri. Avevo iniziato per una ragione molto concreta: volevo imparare a difendermi, a fare a botte. Poi ho capito che c’era molto di più: un’occasione per ridefinire il mio carattere. E poi c’è stato un passaggio, piuttosto bizzarro, di cui raramente ho parlato. A un certo punto ero così stanco di stare da solo che ho iniziato a chiedermi cosa fare. Ho deciso di diventare simpatico. Ho imparato a essere divertente, a far ridere. E questo ha cambiato molto: gli altri se ne accorgevano, si stupivano, soprattutto le ragazze».
Quando è triste, invece, che cosa fa?
«Seguo il consiglio che Merlino dà ad Artù. C’è solo una cosa che puoi fare, se sei triste: imparare. Per me resta la forma di piacere più grande».