Ci sono ruoli che ritornano, nella carriera di un’attrice. Forse per caso, forse per destino. Nella serie del 2014 In Treatment Maya Sansa prendeva dal suo terapeuta Sergio Castellitto il numero di una clinica spagnola specializzata in procreazione assistita. Oggi nel quarto episodio di In Utero, 8 episodi al via l’8 maggio su HBO Max, si rivolge a una struttura simile, con Castellitto a interpretare il ginecologo che l’ha fondata. «Ritrovarsi sul set con Sergio è stata un’esplosione di risate!» è tra le prime cose che dice la 50enne attrice romana quando mi risponde al telefono da Parigi, dove vive con il compagno Fabrice Scott e la figlia Talitha, che 12 anni fa, ci confida, ha desiderato con tutta se stessa.

Sergio Castellitto e Maya Sansa in In Utero

La procreazione assistita va sostenuta

Perché reputa importante affrontare il tema della procreazione assistita in una serie tv?

«Perché per me è un miracolo, e va sostenuta. Ci sono tante donne e uomini che non ottengono comprensione ed empatia quando intraprendono questo percorso, per fortuna ho amici che grazie alla Pma sono riusciti finalmente ad avere un figlio. Non dico che tutti debbano o vogliano diventare genitori, ma il fatto che chi lo desidera abbia la possibilità di farlo mi pare fondamentale».

Nella serie, creata da Margaret Mazzantini e diretta da Maria Sole Tognazzi, è Olivia, ex inviata di guerra che si sottopone al trasferimento degli ovociti di un’altra donna. Cosa le premeva raccontare?

«Il suo percorso. Il giornalismo mi è “familiare” – mia nonna e il mio bisnonno erano giornalisti, come oggi mio cognato – e il fatto che Olivia sia un’inviata di guerra è importante per raccontare come, in ogni mestiere, una donna molto impegnata fatichi a prendersi un tempo per diventare madre».

Perciò Olivia sceglie la Pma.

«Avere un bambino per lei che non ha potuto averlo prima è salvifico, nel senso più profondo del termine. Certo, si tratta di un percorso tortuoso: le cure ormonali che stravolgono il corpo, l’attesa a ogni test di gravidanza, i fallimenti… Ma se poi un figlio così desiderato arriva, viene accolto da amore e pazienza, le due cose di cui un piccolo ha più bisogno».

MAYA SANSA

La maternità come scelta libera e consapevole

Sono sempre di più le donne single che scelgono di essere madri.

«Credo che le donne abbiano il diritto di diventare mamme quando e come vogliono. A ogni età, finché il corpo ce lo permette».

La sua collega Caterina Murino è stata molto criticata per aver avuto un figlio a 47 anni grazie alla procreazione assistita.

«Assurdo, come si permettono? Io sono felice per lei. Se è diventata madre, vuol dire che non era troppo avanti con gli anni, no? E poi l’età c’entra fino a un certo punto. Io ho avuto una mamma giovanissima e una nonna che, quando sono nata, aveva 46 anni. Tutti credevano fosse lei mia madre. Era molto presente, mi portava a Parigi per Natale, guidando da Roma da sola. Dinamica e vitale com’era, avrebbe potuto essere mia madre, che, invece, essendo giovanissima, era più in difficoltà. Avere un figlio in un momento della vita in cui lo si desidera davvero ha tanti vantaggi: su tutti, la dedizione».

La maternità vissuta tra carriera e famiglia

Lei ha avuto Talitha a 38 anni.

«Mi sentivo pronta, forse anche perché stavo con Fabrice da tanto tempo. Non abbiamo avuto bisogno dell’aiuto della scienza, ma nostra figlia non è arrivata subito e ci sembrava strano. Certo, io ero spesso via per lavoro, era un po’ un terno al lotto. Quando Talitha è nata, mi è sembrata la cosa più giusta e più naturale del mondo, mi sono detta che era così che doveva andare».

Prima non sarebbe stata pronta?

«No, non lo ero. Ero “distratta” da tanti obiettivi personali e anche da un mio percorso di elaborazione del rapporto con mia mamma e con mia nonna. Quando Talitha è arrivata, mi sono sentita nel posto giusto al momento giusto. Ho sentito il desiderio di darle tutta me stessa, non sono sicura che prima sarei stata in grado».

Se sua figlia un giorno le dicesse che vuole recitare, come reagirebbe?

«Per adesso lei è molto presa dallo sport, ma, se volesse provare, non la ostacolerei. Non c’è niente di più bello che passare gli anni della gioventù leggendo testi letterari e teatrali, lavorando su se stessi per mettersi nei panni di qualcun altro, condividendo un’esperienza di gruppo sul palcoscenico o sul set. È un percorso costruttivo e “curativo”, al di là del divertimento».

L’amicizia con Orlando Bloom

A 12 anni, quanti ne ha oggi Talitha, desiderava già diventare attrice?

«Mi piaceva la danza. Adoravo il telefilm Saranno Famosi e sognavo di andare in una scuola come quella. Mia madre mi appoggiò: “Bene, allora ci andrai”. Ero convinta che avrei realizzato tutti i miei desideri. Quando vidi il cartone animato Il grande sogno di Maya con la canzoncina “Maya attrice diventerai”, ho pensato: perché no?. Arrivata al liceo, ho iniziato a seguire i corsi di recitazione e scoperto Shakespeare».

Ha frequentato anche un’accademia londinese insieme all’allora sconosciuto Orlando Bloom, che tuttora parla benissimo di lei.

«Orlando è un pezzo di cuore, uno dei miei più cari amici ancora oggi».

Si riconosce la bravura che lui le riconosce?

«No. Riconosco di aver sempre cercato di fare il massimo. Ma pure di aver vissuto periodi in cui ho imparato tanto dal lasciarmi andare, come quando ho girato la serie Tutto può succedere. Talitha era piccola e il regista Lucio Pellegrini mi disse: “Improvvisa, sentiti libera”. Anche quello è stato un bel viaggio».

Che cosa direbbe oggi alla giovane Maya che studiava recitazione?

«Esplora senza paura. Sii meno selettiva e più leggera».