«Non proviamoci più, fermiamoci». È la frase che a un certo punto si dice una delle coppie protagoniste di In Utero, la serie in arrivo l’8 maggio su HBO Max che esplora il mondo invisibile ma denso di aspettative e fragilità della procreazione medicalmente assistita, portandoci all’interno di una clinica della fertilità di Barcellona (Maya Sansa interpreta un’aspirante madre). Quel dialogo colpisce perché in poche battute restituisce tutto ciò che della Pma si dice poco o non si dice. E cioè che dietro ognuno degli oltre 100.000 cicli all’anno nei centri italiani – secondo gli ultimi dati disponibili del Registro Nazionale della Pma, riferiti al 2022 – c’è una lunga sequenza di tentativi, attese e, spesso, anche di fallimenti e rinunce.
Le persone dietro ai numeri della Pma
In media, secondo le statistiche internazionali, il numero di abbandoni in Pma è compreso tra il 25 e il 60%. E sono tante le coppie che neanche ci provano, scoraggiate dalle inesauribili liste di attesa (soprattutto negli ospedali pubblici, dove la Pma è a carico del Servizio Sanitario Nazionale per le coppie infertili, essendo entrata 2 anni fa nei Lea, i Livelli essenziali di assistenza), dai costi (che possono variare dai 1.000 euro per le tecniche più semplici agli oltre 9.000, se si deve ricorrere al settore privato o andare all’estero), dalle montagne russe fisiche ed emotive che si prospettano all’orizzonte. E, soprattutto, dall’esito che non è mai certo.
In questo senso il protagonista della serie In Utero, il medico fondatore della clinica Creatividad di Barcellona che ha il volto molto umano di Sergio Castellitto, dice una cosa assai vera: le percentuali di successo in Pma non dovrebbero esistere perché, al di là di ogni statistica, ci sono le persone, e ogni persona è un caso a sé. È la parte meno visibile e documentata, quella che non arriva mai alle foto con il pancione o ai post con manine e piedini pieni di gratitudine. Che si trascina per anni, mettendo a dura prova non solo il corpo dell’aspirante madre, bombardato di ormoni, ma anche la sua psiche, in un’altalena di speranza e delusione. E, non ultima, la tenuta emotiva della coppia.

Il percorso della Pma è pieno di lutti
«Il percorso della Pma è pieno di lutti» spiega la psicoterapeuta Sarah Pederboni, esperta di infertilità e vicepresidente dell’associazione “In becco alla cicogna”, che offre un supporto concreto a chi affronta il percorso. «Il primo è il lutto biologico, cioè scoprire che il proprio corpo non funziona come si pensava e come in teoria dovrebbe fare. Poi c’è il lutto del bambino immaginato, quello che avevi già costruito nella tua testa. E ancora: le beta negative, i tentativi falliti, gli embrioni che non attecchiscono, gli aborti spontanei. Tutto si stratifica, senza tempo per elaborare».
Il problema è che tutti questi lutti restano spesso nascosti: non hanno un nome, un rito, un riconoscimento. Anche per questo, come ci mostra chiaramente la serie In Utero, la Pma può diventare un’esperienza profondamente isolante, oltre che dolorosa, non solo per ciò che si vive, ma per come lo si attraversa: si evita di parlarne, si aggirano le domande, un po’ ci si vergogna, si risponde “Tutto bene” anche quando non è così. Succede sul lavoro, ma anche in famiglia, tra gli amici, nelle occasioni sociali, dove alla lunga si finisce per prendere le distanze.
La fertilità vissuta come performance
È un isolamento che nasce per evitare di condividere un dolore che si teme non venga compreso, ma anche per tutelarsi da commenti poco opportuni. «Chi sta intorno spesso non ha gli strumenti né le parole giuste: non esistono consigli validi che possano essere dati dall’esterno, il rischio di dire qualcosa di sbagliato o inadeguato è alto. Perciò, più che di un ritiro, si tratta di una ridefinizione degli spazi e dei legami per autodifesa» osserva la psicologa. Anche perché, nel frattempo, tutt’intorno le gravidanze continuano ad arrivare: quasi per caso, senza sforzo, «e ogni volta è una pugnalata al cuore». Per non parlare del fatto che in ospedale le donne in Pma sono spesso ricoverate nei reparti di maternità, tra i vagiti dei bimbi appena nati, la felicità delle neomamme, le visite festose dei parenti. Pugnalate ancora più profonde quando loro sono lì ad affrontare l’ennesimo tentativo, nella disperata speranza che non sia un altro fallimento.

E così ciò che per alcune è naturale, per altre rischia di trasformarsi in una prova da “superare”. Soprattutto in una società competitiva come la nostra, la fertilità finisce per essere vissuta come una performance: se gli altri ci riescono, perché io – perché noi – no?
La coppia e il ruolo maschile
Proprio in quel “noi”, a volte, si apre la ferita più profonda e difficile da rimarginare: anche questo In Utero lo racconta bene. «Non sempre i partner sono allineati nel modo di vivere il percorso di Pma. C’è chi reagisce con ottimismo e chi con paura, chi vuole continuare a tutti i costi e chi a un certo punto preferisce smettere. A volte si scopre che il desiderio era più forte in uno dei due. E questo può mandare in crisi la relazione» conferma Pederboni. A complicare le cose c’è anche un aspetto di cui si parla poco: il vissuto maschile. «L’uomo spesso viene messo ai margini, anche dal punto di vista medico, perché il percorso passa quasi esclusivamente dal corpo della donna: stimolazioni ormonali, monitoraggi, pick up, transfer, fino alla gestazione. È lei che attraversa fisicamente ogni fase, mentre il contributo maschile finisce per apparire più limitato. Ma questo non significa che lui non soffra: anzi, proprio il sentirsi “escluso” può amplificare il senso di inadeguatezza». Nel frattempo, anche l’intimità cambia. Il sesso diventa programmato, funzionale al concepimento, a volte sostituito del tutto dalla medicalizzazione. E quello che inizialmente era un progetto condiviso rischia col tempo di trasformarsi in un compito, se non, addirittura, in una vera e propria “ossessione”.
Accettare di dire basta
«Il fatto è che nessuno ti dirà mai: “Basta”» mi aveva confidato una delle coppie che avevo intervistato per il mio libro sulla Pma Come nascono (davvero) i bambini oggi (Mimesis). Perché purtroppo – o per fortuna – non esiste un momento giusto per fermarsi che valga per tutti. «Ci sono dei limiti oggettivi, come l’età, il rischio fisico o le risorse economiche» precisa la psicologa Sarah Pederboni. «Ma il limite più importante è la tenuta emotiva: se non esiste più la coppia, se tutto ruota intorno solo all’obiettivo e al tentativo di avere un figlio, è il caso di iniziare a considerare altri modi di essere “generativi”». Ed è forse proprio questo il passaggio più importante, ma allo stesso tempo complesso: accettare di dire basta senza sentirsi falliti. «Darsi il permesso di fermarsi è fondamentale» conclude l’esperta. «Ma bisogna prima capire che, per quanto bellissima, la genitorialità non è l’unica forma di generatività. E che possiamo dare vita ad altri percorsi in grado di riempirci di senso».
«Era ormai insostenibile, così ci siamo fermati»
Ci abbiamo provato per anni, sempre con l’idea che “ancora un tentativo” potesse essere quello giusto. La Pma ti entra nella vita piano, ma poi se la prende tutta: visite, ormoni, attese che sembrano infinite. Io ero concentrata sul mio corpo, sui segnali da interpretare, sul prossimo passo. E non mi sono accorta di quello che stava succedendo a lui: dopo il primo tentativo fallito, qualcosa si è rotto. Mio marito ha iniziato a stare male, a chiudersi: zero appetito, attacchi di panico, il solo parlare di ricominciare lo faceva crollare. All’inizio ero arrabbiata, poi mi sono sentita in colpa, come se dipendesse da me. La verità è che quel peso ci stava schiacciando entrambi, solo in modi diversi. Abbiamo continuato a dirci che ci avremmo riprovato, ma intanto la coppia si stava consumando. Anche economicamente era diventato insostenibile, ogni ciclo era un investimento enorme, non solo di soldi ma anche di equilibrio, energie. A un certo punto, abbiamo deciso di fermarci. Non perché non lo volessimo più, ma perché rischiavamo di perderci. Oggi so che quella è stata la scelta più dolorosa, ma anche la più onesta: prima di tutto, dovevamo salvarci noi. Chiara B., 38 anni
«Ci proviamo da 12 anni e continueremo a farlo»
Il mio percorso nella Pma è cominciato 12 anni fa: io e mio marito abbiamo iniziato a cercare un figlio nel 2009, tre anni prima di sposarci, ma non arrivava. Poi c’è stata la diagnosi di endometriosi, il primo intervento si è portato via anche un po’ della mia fertilità. Al primo ciclo non si è formato neanche un embrione: è stato devastante, perché dovevo farmi forza io e darla anche a mio marito, più demoralizzato di me. Oggi mi pesa ripensare al fatto che, prima dell’operazione per l’endometriosi, nessuno mi abbia consigliato il congelamento degli ovuli (una possibilità che oggi, invece, è prevista anche dal SSN, ndr). Abbiamo continuato a provarci, tra Pma e tentativi naturali. A un certo punto è arrivata anche una gravidanza spontanea, inattesa. Sembrava un miracolo. Ma, al terzo mese, il cuoricino di nostro figlio ha smesso di battere. Nonostante tutto, il desiderio c’è ancora, perché dentro di me sento che manca qualcosa e, ogni volta che qualcuna intorno a me rimane incinta, per me è come una pugnalata. Mio marito mi ha sempre lasciata libera di decidere se andare avanti oppure no, perché sa che per me questo è sempre stato un tassello fondamentale. Tra di noi c’è stato un solo momento di distacco, ma alla fine ci siamo detti: restiamo. Oggi vogliamo riprovarci con l’ovodonazione, in un ospedale pubblico. Non so come andrà, ma so che, se lo faremo, lo faremo ancora insieme. Federica M., 40