Suo padre era medico, se avesse seguito le sue orme avrebbe optato per la psichiatria. Lo racconta con il sorriso di chi è contento di aver fatto un’altra scelta di vita Lino Guanciale, che nei panni di uno psichiatra alla fine ci è finito davvero, per la serie Le libere donne, dal 10 marzo su Rai 1. Non uno psichiatra qualunque, ma Mario Tobino, che nel 1953 scrisse Le libere donne di Magliano, ispirato alla propria esperienza nell’ospedale di Magliano, in Toscana. È stata una stagione speciale per il 46enne attore abruzzese, già protagonista sul piccolo schermo della terza stagione de Il commissario Ricciardi e di L’invisibile – La cattura di Matteo Messina Denaro. Nonostante la tv, non ha mai abbandonato la passione per il teatro: il 4 marzo debutta con Miracolo a Milano al Piccolo, nel capoluogo lombardo.
L’intervista a Lino Guanciale
Chi sono le “libere donne”?
«Le pazienti del centro di salute mentale toscano dove Tobino cominciò la sua avventura di psichiatra sul finire della seconda guerra mondiale. E le protagoniste del suo libro, che fece clamore quando venne pubblicato e pose all’attenzione di tutti Tobino come medico e autore interessato a squarciare il velo sulla condizione femminile. Mostrava lo stato di soggezione in cui versavano le donne internate per motivi che poco c’entravano con la follia: convenienze familiari, opportunismo o malvagità da parte dei mariti violenti. In un’epoca in cui le donne venivano viste come oggetti, gli uomini se ne liberavano sprofondandole dentro l’abisso dei centri di salute mentale. Tobino nel suo libro denuncia la condizione delle pazienti, tutt’altro che mentalmente instabili, lì dentro».
Fu un pioniere nel riconoscere i diritti delle presunte “malate“.
«Pubblicando Le libere donne di Magliano restituì un valore a tutte coloro che, una volta chiuse nei manicomi, lo perdevano, smarrendosi nella nebbia della “non esistenza”. Con la sua scrittura e la sua testimonianza come medico mirava a rimettere al centro la dignità della persona».
Ha mai pensato a suo padre medico per questo ruolo?
«Certo. Ogni volta che mi è capitato di indossare il camice lui mi ha preso in giro dicendo “Vedi che ti donava, alla fine?”. Mi spiace solo che la messa in onda di questa serie arrivi ora che mio padre non c’è più. Gli rivolgo però un pensiero sorridente».
La parità di genere: una battaglia condivisa
Cosa può dire questa serie al pubblico di oggi?
«Quanta strada abbiamo ancora da fare per arrivare a una vera parità di genere, per uscire dalle distorsioni e dalle violenze intrinseche alla mentalità maschiocentrica».
La violenza sulle donne non accenna a diminuire. Cos’è cambiato dai tempi di Tobino?
«Si sono fatti passi da gigante in termini di giurisprudenza, ma c’è ancora da cambiare la mentalità. È una strada lunga».
E una battaglia che non riguarda solo le donne.
«Assolutamente. Noi uomini per primi abbiamo bisogno di inseguire in maniera convinta un vero cambiamento culturale e trovare un modello di virilità sano. Purtroppo quello che avverto in questo momento storico, specie negli ultimi due anni, è un rallentamento nel cambio della mentalità: nel mondo sembra vincere l’idea che sia il più forte a comandare. Ma, se invece dello Stato di diritto vale la legge del più forte, inevitabilmente si rimette al centro quella mentalità testosteroneica e violenta che tutti dobbiamo superare».
Le è mai capitato di scoprirsi, anche inconsapevolmente, maschilista?
«Sì, e ritengo che dobbiamo ammetterlo tutti. Per esempio, quando si crede che, alla nascita di un figlio, la libertà di movimento professionale debba essere sbilanciata a favore dell’uomo.
Anch’io mi sono reso conto di aver pensato fosse in qualche modo “naturale” che il mio tempo, i miei bisogni e le mie possibilità venissero prima di quelli di mia moglie
(Antonella Liuzzi, con cui nel 2021 ha avuto il figlio Pietro, ndr). Ma è una cosa ingiusta, orrenda, da combattere: noi uomini dobbiamo fare un grande lavoro di monitoraggio su noi stessi. Non esiste parità che non nasca dalla rinuncia a una qualsiasi forma di potere sull’altro».
Come l’ha cambiata la paternità?
«Mi ha cambiato tanto, diventando il centro delle mie decisioni e modificando il mio approccio al lavoro. Tutto è rapportato a lui, ho realizzato di non poter procedere per accumulo di opportunità pensando solo a me stesso: qualcun altro doveva avere la priorità su tutto. Devo ammettere che mi ha aiutato anche a dire dei no».
Lino Guanciale e il suo rapporto col successo
È uno degli attori più amati dal pubblico: che rapporto ha con il successo?
«Bisogna sempre capire cosa farne, del successo. Se coltivarlo come un obiettivo o come freccia che hai al tuo arco per trasmettere contenuti in cui credi».
Lei come lo considera?
«Come uno strumento, una possibilità di connessione con gli altri, con tante persone che non conosco. Loro si sono affezionate per quello che mi hanno visto fare e dire, magari in momenti particolari della loro vita. Mi fa sentire gratificato e investito di responsabilità, per cui continuo a impegnarmi per fare al meglio questo mestiere, senza sentirmi “arrivato” da nessuna parte».
Del suo percorso artistico e professionale cosa conserva?
«Tutto. Sono grato alla fortuna che ho avuto di poter mostrare corde tanto diverse, partendo da commedie brillanti e attraversando opere più drammatiche. Anche sfide come Ricciardi, che va ben oltre il limite del razionale. Crescere non è un eufemismo per invecchiare, ho sempre sentito il bisogno e il desiderio di fare cose differenti e in questi anni ho potuto scoprire a ogni curva cosa mi interessasse. Sono felice anche di essere tornato a frequentare le corde più leggere che mi sono proprie nella nuova commedia diCarlo Verdone Si vive una volta sola (in arrivo ad aprile, ndr)».
Con Verdone com’è andata?
«Se come spettatore mi aveva dato tanto fin dall’infanzia, come attore ho dovuto superare lo sgomento del vederlo lavorare, tanto lo ammiravo. Sul set mi davo uno schiaffone interiore ogni tanto, ripetendomi: “Cerca di fare bene con lui”. Ho scoperto che Verdone è un regista generoso e attento».
Chi è Lino quando nessuno lo vede?
«Un uomo diversamente giovane, che si chiede tremila volte al giorno se stia facendo la cosa giusta».
E cosa si risponde?
«Il più delle volte “Non lo so”».