Se è vero che una persona si riconosce dal modo in cui ride, dentro Katia Follesa abita una Fata Smemorina che punta la bacchetta sui dettagli e li trasforma: da zucche in carrozze. È quello che penso mentre parla della vita e dell’amore, e di come far ridere gli altri abbia compensato certi dolori duri da cancellare. Una magia nata come dono inconsapevole e diventata mestiere, per destino e per merito, con tutti gli annessi del caso: il successo, la fama e anche un uomo, Angelo Pisani, incontrato a Zelig, con cui dividere il cuore e il palcoscenico, il lavoro e una figlia.

Poi, certo, capita che gli incantesimi finiscano, ma qualche volta, cambiando formula, si riaccendono. Vale per l’arte e per l’amore. Soprattutto per l’amore. Ci si trova, ci si sostiene, ci si lascia, ci si riprende. Si diventa famiglia. E si scopre di esserlo ancora, anche dopo, in un modo diverso. Tra lei e Angelo è andata così: 20 anni insieme – alcuni vissuti davanti alle telecamere della sit-com Social Family, altri raccontati in teatro e in un libro scritto a quattro mani, Diciamoci tutto (al massimo ci lasciamo) – poi la separazione nel 2024, che ha aperto un nuovo capitolo della loro storia.

Si resta famiglia anche dopo la fine di un amore

Katia Follesa conduce lo show Comedy Match il giovedì in prima serata sul Nove. Nel cast, tra gli altri, Debora Villa, Giulia Vecchio, Angelo Pisani, Aurora Leone.

Di questo equilibrio, e di quello che resta quando le cose cambiano forma, si finisce per parlare anche partendo da altro. Per esempio, dalla tv e dal ritorno di Comedy Match, il giovedì sera sul Nove: una sfida tra due squadre di comici a colpi di improvvisazione. «È un programma nato da un’idea mia, arrivare alla terza edizione vuol dire che ha funzionato. Ma è anche la prova del nove: il pubblico ci ha dato fiducia, ora dobbiamo mantenerla».

Autosima e risate: i superpoteri di Katia Follesa

Nel frattempo, è anche in tournée con No vabbè mi adoro. Titolo bellissimo.

«Diciamo sempre “adoro” come intercalare, io volevo riportare al centro l’autostima: tornare a volersi bene davvero».

Lei come è messa ad autostima?

«Ce l’ho a pallettoni. Certo, momenti di défaillance ce ne sono, ma a 50 anni sento di non avere più niente da dimostrare. Sono la donna che sono. Un bel “chi se ne frega di tutto” ci sta».

Per parecchi anni sono stata una madre molto lavoratrice. Nel mio mestiere ci sono treni che non si possono perdere, e questo l’ho pagato. Rimettere in equilibrio la famiglia non è stato facile

Far ridere è un superpotere. Quando l’ha scoperto?

«Alle elementari, dalle suore. Guardavo Drive in e a scuola imitavo Massimo Boldi. I compagni ridevano e io continuavo, in loop. All’inizio era un meccanismo inconsapevole, poi ho capito che c’era qualcosa di più. Sono stata una ragazzina molto sola: mio padre era ristoratore e non lo vedevo mai, mia madre lavorava e tornava tardi. Mi sentivo oscurata, eclissata. La comicità è diventata il mio sfogo. Far ridere, farmi applaudire era il mio modo di sentirmi amata».

Dagli studi teatrali alla comicità

Come è entrato il teatro nella sua vita?

«Grazie a Sabrina Gandolfi. Eravamo in un villaggio dove facevo una stagione e lei mi disse: “Devi studiare teatro”. Così mi sono iscritta alla scuola di Quelli di Grock a Milano. Pensavo di diventare la nuova Magnani, mi sono ritrovata a far ridere».

Destino?

«Non lo chiamerei così. Avevo trovato lavoro in una holding finanziaria: stipendio fisso, ferie pagate, tredicesima. I miei erano felicissimi. Io no. Mi sono licenziata senza un’alternativa perché, se lavori 12 ore in un posto che odi, il tuo sogno non lo insegui. Poi è arrivata la gavetta, il laboratorio Scaldasole, il duo con Valeria Graci. Per mantenermi ho fatto la commessa, la baby sitter, ho lavorato in un locale in Brianza. Ma il piano è sempre stato uno: questo».

Al corpo delle donne non si perdona nulla

La fama le piace o la subisce?

«La vivo con serenità. L’unico gossip è stato quando sono dimagrita: mi avevano scoperto una cardiopatia e ho dovuto perdere 20 chili. Qualcuno ha detto: “Così la Follesa non fa più ridere”».

Al corpo delle donne non si perdona nulla.

«Siamo bombardate. Skincare, braccia da rassodare, glutei da sollevare. Prendersi cura del corpo è giusto, ma senza inseguire canoni che non esistono. Il mio grido di battaglia è: restiamo ancorate a come ci ha fatto Madre Natura».

Foto di Remo Di Gennaro

Lei il peso di quel canone lo sente?

«No, ma forse sono un’anomalia. Un uomo bellissimo ma insipido non mi dice niente. Preferisco uno irregolare ma che mi faccia volare».

L’amore secondo Katia Follesa

Angelo Pisani che cosa aveva di speciale?

«La sua capacità di sdrammatizzare la vita, la sua risata costante. Avevamo storie familiari simili e ci siamo presi per mano».

L’amore per lei era una priorità?

«Sì, ma più come bisogno di sentirmi amata che come progetto di coppia. Io e Angelo ci siamo amati per non morire, perché avevamo bisogno di sostenerci. Poi ho capito che l’amore vero è un’altra cosa: la libertà di essere se stessi senza compiacere l’altro. Oggi non stiamo più insieme, ma resta l’uomo della mia vita, per nostra figlia e per quello che abbiamo condiviso».

Diventare genitori vi ha cambiati?

«Molto. Ci siamo ritrovati a prenderci cura di qualcuno quando avevamo ancora bisogno noi di essere accuditi. Le coppie non scoppiano per colpa dei figli, ma perché gli adulti non sono risolti».

Madre e figlia, generazioni a confronto

Lei che madre è?

«Per anni molto lavoratrice. Nel mio mestiere ci sono treni che non si possono perdere, e questo l’ho pagato. Rimettere in equilibrio la famiglia non è stato facile. Poi, però, ho recuperato. Adesso sono una madre a cui piace fare la madre: accompagnare Agata a scuola anche se la sera prima ho fatto tardi, farle trovare il pranzo pronto, viaggiare insieme, portarla in tournée quando si può».

Che ragazza è sua figlia?

«Molto diversa da com’ero io. Lei e le sue amiche il sabato sera stanno a casa a farsi la pastina e si raccontano le loro cose. Sono felici così».

Lei invece com’era?

«Trovavo ogni pretesto pur di uscire. Però era diverso. Non dico che ci fosse menefreghismo da parte dei genitori, ma a un certo punto te la dovevi cavare. A 10 anni mi prendevo cura di mia sorella: la portavo dalla baby sitter, la riprendevo, aspettavo che mia madre tornasse e, se tardava, facevo da mangiare. Avevo un papà che non c’era mai. Ci si riuniva la domenica e a Natale: l’albero, il presepe, le luci sono il ricordo più bello dell’infanzia».

In casa si rideva?

«Sì. Papà era un comico inconsapevole. La vena comica l’ho presa da lui. Ma c’erano momenti non felici. Ho vissuto tanta gioia, ma anche dolore».

Sorridere aiuta a non piangersi addosso

Lei e Angelo non state più insieme da 2 anni. Si resta famiglia dopo una separazione?

«Noi sì. Non nel concetto tradizionale, però siamo un gruppo rimasto coeso. Abitiamo in case separate, ma facciamo ancora cose insieme: ricorrenze, feste. Il concetto di famiglia allargata mi piace tantissimo. Sono felice di avere un’altra storia e di poterla condividere con lui. Tutto alla luce del sole. Poi, certo, abbiamo avuto momenti bui. Separarsi non è mai facile».

Oltre ai figli, cosa resta?

«Le cose belle vissute insieme. Sono così: sorridere mi aiuta più che piangermi addosso».

Sogni ne ha ancora?

«Uno: un riconoscimento per i comici. Ne esistono per tutte le categorie: il Premio Strega, i David di Donatello, i Nastri d’Argento… Per i comici niente. Un’ingiustizia imperdonabile».