«A romanticizzare la memoria dei luoghi è sempre chi emigra. Chi rimane fa i conti con i ruderi di quelle fantasie». Sono parole di Acqua sporca di Nadeesha Uyangoda (Einaudi), in anteprima al Festivaletteratura di Mantova il 6 settembre. Dopo due saggi – L’unica persona nera nella stanza e Corpi che contano (entrambi 66thand2nd) – la 32enne scrittrice italofona nata in Sri Lanka ambienta il suo esordio al romanzo tra il Paese d’origine e il nostro, dove vive dall’età di 6 anni, narrando una storia familiare che sollecita riflessioni su chi è costretto a lasciare terre dilaniate da povertà e conflitti per raggiungere un altrove in cui il riscatto è ancora un’utopia.
La trama di Acqua sporca
Dopo 30 anni in Italia come domestica e badante, un matrimonio fallito, una figlia, Neela decide di tornare in Sri Lanka. Sull’isola la sorella Himali ha cresciuto una figlia adottiva da sola, dopo la partenza del marito per l’Europa, e Pavitra, la sorella minore disabile, dopo la separazione vive con la figlia Hirunika, disposta a tutto pur di lasciare il Paese. Ayesha, figlia di Neela, cresciuta a Milano senza un padre, con una madre troppo presa dalle fatiche della sopravvivenza, appartiene alla media borghesia, ma è depressa, perché non trova soddisfazione morale né economica.
I temi del romanzo di Nadeesha Uyangoda
Nel romanzo di Nadeesha Uyangoda si parla di migrazioni, sradicamento, disagio mentale, integrazione, con uno sguardo realistico, compassionevole ma senza retorica, e con una lingua letteraria ibrida, nitida e poetica insieme. Alla fine rimane in sospeso una grande domanda dei nostri tempi: se sia preferibile restare in un altrove in cui non si riuscirà mai a realizzare pienamente se stessi o tornare alle origini sfidando il senso di straniamento dei luoghi e delle persone vissuti nell’età della speranza e dell’innocenza.
Una storia femminile tra lo Sri Lanka e l’Italia
Come nasce il romanzo?
«Il tema del ritorno è un classico, da Omero a Cesare Pavese, che scriveva: “Un Paese ci vuole, non foss’altro che per il gusto di andarsene”. Attraverso Neela racconto un ritorno, attraverso sua figlia Ayesha il disagio esistenziale delle seconde generazioni».
Il suo è un romanzo prevalentemente femminile, ma le donne della prima generazione sono diverse dalle figlie.
«C’è un grande scarto culturale con le madri e le nonne, capaci di accettare con fatalismo la vita che capitava loro e il cui ruolo e destino erano scritti sulla pietra. Le donne di oggi, a ogni latitudine, desiderano cambiare la propria sorte. Il problema delle giovani cugine Ayesha e Hirunika, sebbene la prima viva in Italia e la seconda in Sri Lanka, è che non necessariamente da un male originario si riesce a cambiare la propria condizione. L’ascensore sociale di solito favorisce chi è già privilegiato».

che vive in Italia dall’età di 6 anni.
Nadeesha Uyangoda indaga le seconde generazioni
Ayesha fa capire molto delle seconde generazioni: desiderio di accettazione e difficoltà di integrazione; disagi mentali; ostilità verso un corpo dalla pelle troppo scura…
«Ayesha vive in Italia dall’età di 6 anni, abita con Neela nella casa di un ricco designer e grazie a questa “famiglia acquisita” cresce nell’illusione di ottenere il riscatto che sua madre non ha ottenuto, pur sacrificando la sua vita al lavoro e alla cura di estranei. Disapprova gli atteggiamenti sottomessi della madre, si imbarazza per come parla e si veste. Prova frustrazione per non poter viaggiare come i suoi compagni, permettersi le stesse cose, si sente costretta ad “assimilarsi” a loro. Passa attraverso il sesso facile come forma di validazione, l’abuso di alcol e droghe, l’autolesionismo contro il suo corpo dalla pelle troppo scura ereditata dal padre. Il disagio mentale la costringe a rivolgersi alla psicoterapia, inconcepibile per la cultura familiare, in cui tutto è affidato agli spiriti benevoli o funesti. La sua arte la porterà a diventare una fotografa e insieme al compagno vivrà una vita borghese. Ma rimane depressa, perché si rende conto che le posizioni di prestigio e potere sono un’esclusiva di chi già ne gode. Queste seconde generazioni soffrono più delle prime, perché sentono che il divario di classe è sempre più incolmabile. Alla fine sia Ayesha, cresciuta in Italia, sia Hirunika, che vive in Sri Lanka, sono arrabbiate perché non riescono a realizzare i loro sogni»
Nadeesha Uyangoda: il maschilismo non ha confini
Gli uomini, nel libro, sono violenti, alcolisti, tossicodipendenti. Fragili, spaesati, incapaci di essere padri o compagni.
«Il marito di Neela le sottrae soldi per annullarsi nella droga. Romesh, marito di Himali, fa il bracciante in Italia e beve per “sfocare” una realtà inaccettabile. Il marito di Pavitra è violento. Fabiano, il compagno italiano di Ayesha, trascina i suoi giorni facendo un lavoro che non ama. Sono accomunati da una volontà atrofizzata, radicati nella cultura che gli è stata inculcata. Oggi, se la differenza di classe si è allargata, la comunanza tra umani si è ridotta: il modo di fare degli uomini nelle culture patriarcali è simile, il maschilismo non ha confini geografici. Infatti Pavitra dice alle sorelle: “In fondo abbiamo sposato tutte lo stesso uomo”».
Alla fine, tra le sorelle rimaste in patria da vinte e Neela che si è consumata altrove ed è tornata, chi è più eroica?
«L’eroina del romanzo è Neela: ha realizzato ciò che si era prefissata. Per farlo ha rinunciato a vivere, precludendosi tutto: amore, viaggi, gioie personali. Ma torna senza rimpianti, perché lascia la solitudine della non-integrazione sperando di finire i suoi giorni tra le persone care. Sarà anche questa un’illusione?».
Nadeesha Uyangoda: il razzismo esiste ancora
Lei è nata in Sri Lanka e cresciuta in Italia: cosa le resta della “cultura degli spiriti”?
«Mia madre e mia nonna sono molto credenti. La religione è il buddismo, ma contaminato da induismo e tradizioni locali dell’isola. La credenza negli spiriti maligni e benigni, dei sacerdoti dello spirito che leggono il destino, sono ancora diffuse: l’ex Presidente si consultava con l’astrologo per decidere la data delle elezioni. Nella capitale i ricchi stanno abbandonando quei miti, li sostituiscono con quello del consumo».
Il mondo è ancora razzista?
«Sì perché il razzismo va di pari passo con il classismo. E le differenze di classe, invece di diminuire, aumentano. Le due cose, insieme, incidono più di qualsiasi altra sulla vita delle persone».