Esiste un dolore peggiore dell’essere rifiutati? Questa domanda riguarda Vedina, il personaggio che dà avvio a Preludio (Fazi), ma anche ciascuno di noi. È questo il senso del secondo romanzo bestseller di Carla Madeira, la scrittrice più letta del Brasile, che conferma – lo ha detto il filosofo Umberto Galimberti – come i sentimenti si imparino leggendo la grande letteratura. Qui è la volta dell’amore che, sbagliato o meno, resta ciò attorno a cui tutto ruota. Vedina, in preda a un raptus, abbandona il suo bimbo di cinque anni in strada e non lo troverà mai più. È da questa scena che parte, a ritroso, la narrazione dell’antefatto: la storia di due fratelli gemelli nati dentro un matrimonio infelice e che avranno destini opposti.
Caim e Abel sono i protagonisti di Preludio di Carla Madeira
Il preludio del gesto di una madre ha a che fare, insomma, con l’intreccio delle vite di Caim e Abel. Uno, bravo e apprezzato, conoscerà il successo scolastico e quello tra le ragazze: amerà, ricambiato, Veneza. L’altro, timido e introverso, lascerà gli studi per andare a lavorare col padre, si invaghirà della ragazza che frequenta il fratello, e sposerà – come ripiego – Vedina. Realizzato Caim, frustrato Abel. Quel che verrà fuori nel loro futuro di adulti è la conferma che Madeira è una delle poche scrittrici contemporanee che sa indagare le relazioni umane con un bisturi magico e svelarle con un linguaggio preciso e schietto. Ce lo aveva dimostrato con il suo esordio, che presto sarà un film (L’amore è un fiume), e ce lo conferma con questa nuova trama, che sarà una serie tv di otto episodi per Hbo Max.
La nostra intervista a Carla Madeira
Perché ha voluto raccontare la follia di una donna che abbandona un figlio?
«Per spiegare che ogni gesto, anche quello estremo di una madre, ha origini lontane. Ho voluto indagare cosa si nasconde dietro i drammi familiari e per farlo ho sviscerato tutto il preludio di una tragedia annunciata. Vedina è una donna forte e ama un marito che la tratta male con l’ostinazione di chi vede sempre attenuanti nei gesti sbagliati del proprio uomo».
Perché la violenza maschile, spesso, entra nella vita di donne indipendenti che ci restano intrappolate?
«Tutti, al di là delle nostre sicurezze, cerchiamo amore. Vedina resta nel matrimonio perché sfida quell’impenetrabile roccia di suo marito per trovare la tenerezza negata… Ma in questa ricerca scopre di essere imperfetta. Tutti lo siamo, tutti siamo bene e male nello stesso tempo».
Come si può eliminare la violenza?
«Non so quale sia la formula magica ma so che quella maschile ha spesso origine dal rifiuto. E il rifiuto genera rabbia. Ci si dovrebbe fermare però lì, dovremmo imparare a non vedere più la violenza come una delle tante possibilità di azione o reazione. Accettando la diversità altrui si fa un percorso positivo. Rifiutandola si cammina verso la violenza».
Quando l’amore può ricompone i traumi familiari
Lei è madre di due figli e sa quanto l’amore materno sia uno dei sentimenti più dibattuti oggi. A volte può generare frustrazione sia nelle donne sia negli uomini, ma pochi lo dicono. Ha dei consigli?
«Io non scrivo per insegnare qualcosa. Vorrei semmai far parte di quel gruppo di persone che mette in discussione questa romanticizzazione estrema della maternità che vede l’amore per il figlio come qualcosa di scontato. Una madre esaurita e stanca può anche diventare violenta con il figlio, non serve nascondere questa verità».
Nel romanzo i due fratelli hanno nomi biblici: Abele e Caino. Li ha scelti il padre per fare un dispetto alla moglie bigotta che non lo stima. A segnare i loro destini non sono però i nomi, come teme la madre Custódia, ma le relazioni familiari che stanno già vivendo.
«Sì, tutto nasce dentro le mura di casa. L’uomo è materia organica, diventa ciò che vive. Le nostre reazioni dipendono sempre dal nostro vissuto. Quello dei due fratelli è impregnato di rifiuti come accade nelle pagine della Bibbia, dove per la prima volta viene affrontato questo tema. Caino, un agricoltore, e Abele, un pastore, offrono sacrifici a Dio, ma solo quello di Abele viene accettato. Questo genera gelosia e rabbia in Caino, che ucciderà il fratello».
Nel romanzo non ci sono omicidi, solo infelicità.
«Abel, rifiutato da Veneza, rifiuterà la moglie Vedina, una donna a sua volta affidata alla nonna materna e rifiutata da sua mamma. Sembra una catena di drammi legati al caso, in realtà, noi – con i nostri traumi – siamo più responsabili di quanto crediamo».
Alla fine arriva il colpo di scena e tutto sembra trovare posto: il desiderio d’amore a volte vince.
«Sì, l’amore scardina e ricompone. Ma tutto dipende da come abbiamo imparato ad amare dentro la nostra famiglia d’origine. I traumi familiari passano di generazione in generazione. A volte pensiamo che più si ama e meglio è. E invece proprio questa ossessione non è sana, dovrebbe avere un altro nome. I vuoti e gli eccessi vissuti nelle dinamiche affettive ci perseguitano tutta la vita».
È la famiglia che ci salva?
Nelle famiglie, si legge, «cresce un tipo di vegetazione che a un estraneo sembrerà sterpaglia, ma che in famiglia è un fiore. E ciò che è una spina per chi è stato ferito a lungo, può essere un fiore agli occhi di un visitatore». La famiglia ci salva?
«Questa è la storia di una famiglia perduta che cerca di ritrovare i pezzi persi e di evitare ciò a cui ognuno si sente condannato. Alla fine non è lei che salva. Ma se cerchiamo risposte per cambiare il nostro destino sappiamo dove trovarle».
Custódia pensa che senza il matrimonio non si possa formare una famiglia decente, i brasiliani la pensano come lei oggi?
«No, anche da noi questa istituzione è in crisi come in tutti i Paesi occidentali. E mi sembra positivo perché la società è cambiata».
Lei ha lasciato gli studi in Matematica per laurearsi in Giornalismo. Abel studia matematica e sente che gli impulsi del suo cuore sono una contraddizione con ciò che trova nei libri.
«La matematica può aiutarci a comprendere l’esistenza ma non l’amore, che resterà sempre una cosa imprecisa perché dipende solo da quella che è la nostra storia».