Il 13 agosto 2019 Nadia Toffa moriva a Brescia, a soli 40 anni, dopo una lunga malattia. Sono trascorsi sette anni, ma il suo nome continua a evocare molto più di un volto televisivo.

C’è la Nadia delle inchieste, capace di entrare nelle storie senza restare sulla soglia. C’è la donna che scelse di parlare pubblicamente del tumore, mostrando anche i momenti più difficili delle cure. E poi c’è una Nadia più privata. La figlia legatissima a mamma Margherita, la compagna, l’amica, la donna che continuava a immaginare progetti mentre il tempo diventava sempre più prezioso. È forse in queste tante vite racchiuse in una sola che si trova ancora oggi la forza del suo ricordo.

Nadia Toffa, chi era prima del successo a “Le Iene”

Nadia Toffa era nata a Brescia il 10 giugno 1979. Dopo il liceo classico Arnaldo, aveva studiato Lettere all’Università di Firenze. La televisione era arrivata presto, quando aveva 23 anni, con le prime esperienze nelle emittenti locali.

Il passaggio decisivo avvenne nel 2009, con l’ingresso nella squadra de Le Iene. Quel programma sarebbe diventato la sua casa professionale e l’avrebbe fatta conoscere al grande pubblico.

Toffa costruì la propria identità televisiva soprattutto sul campo. Seguì temi complessi, dalle truffe al gioco d’azzardo, fino alle questioni ambientali e sanitarie. Si occupò della Terra dei Fuochi, dell’Ilva di Taranto e della Ferriera di Servola, a Trieste.

Nel 2014 pubblicò Quando il gioco si fa duro, libro dedicato al fenomeno dell’azzardopatia. L’anno successivo ricevette il Premio Internazionale Ischia di Giornalismo nella sezione televisiva.

Il rapporto con Taranto diventò particolarmente forte. Nel 2018 la città le conferì la cittadinanza onoraria, riconoscendo l’attenzione dedicata alle conseguenze dell’inquinamento sul territorio.

Dietro l’immagine energica mostrata in televisione c’era anche un lavoro meno visibile. Anni dopo, mamma Margherita avrebbe raccontato di avere scoperto inchieste condotte dalla figlia sotto copertura. Nadia, ha spiegato, raccoglieva anche elementi che poi consegnava alle forze dell’ordine.

La causa della morte: il tumore al cervello e il racconto pubblico della malattia

La vita di Nadia cambiò alla fine del 2017. Durante una trasferta di lavoro a Trieste ebbe un grave malore. Dopo il ricovero venne trasferita al San Raffaele di Milano.

Nel febbraio 2018 tornò davanti alle telecamere e raccontò di avere avuto un tumore. Cominciò, così, una fase completamente nuova della sua vita, scandita da operazioni, chemioterapia e radioterapia.

Secondo quanto successivamente raccontato dalla madre Margherita, Nadia era affetta da un glioblastoma di quarto grado. Il tumore ebbe delle recidive e richiese diversi interventi chirurgici.

Nadia decise di non nascondere la malattia. Ne parlò in televisione e sui social, raccontando terapie, paure e giornate normali. Mostrò anche la parrucca, togliendo spazio all’imbarazzo che spesso circonda i cambiamenti fisici provocati dalle cure.

Quella scelta suscitò partecipazione, ma anche polemiche. Alcuni considerarono eccessiva l’esposizione della malattia. Per Nadia, invece, comunicare sembrava essere parte del modo in cui affrontava ciò che stava vivendo. Continuare a immaginare il futuro, mantenere gli affetti e trovare un nuovo significato al tempo che resta sono aspetti che possono diventare centrali quando si riceve una prognosi infausta.

Continuò a lavorare finché le condizioni glielo permisero. Scrisse anche Fiorire d’inverno. La mia storia e, negli ultimi mesi, poesie e canzoni.

La malattia non diventò, quindi, soltanto qualcosa da sopportare. Entrò nel suo racconto pubblico, senza però cancellare tutto ciò che Nadia era stata prima.

Mamma Margherita e quei venti mesi vissuti sempre insieme

Se esiste un legame che attraversa gli ultimi anni della storia di Nadia Toffa, è quello con sua madre, Margherita Rebuffoni.

Dopo la diagnosi, le due praticamente non si separarono più. Margherita lasciò Brescia per stare accanto alla figlia a Milano. La accompagnava alle cure, ai controlli, al lavoro e nelle piccole incombenze quotidiane.

In seguito avrebbe ricordato quei venti mesi come un periodo doloroso, naturalmente, ma anche straordinariamente intenso. Madre e figlia parlavano molto, ridevano e cercavano di riempire il tempo di vita.

Nadia continuava, infatti, a fare progetti. Ristrutturò casa, scrisse, dipinse e incise canzoni. Volle persino acquistare un appartamento da lasciare alle sorelle e ai nipoti.

Quando le condizioni peggiorarono, Margherita capì di non poter più assisterla da sola. Nadia entrò così nell’hospice Domus Salutis di Brescia. L’hospice fa parte della rete delle cure palliative, che non riguarda soltanto gli ultimi giorni ma punta a tutelare qualità della vita e dignità della persona con una malattia grave.

La madre ha raccontato anche le ultime ore insieme. Nella notte del 13 agosto, quando il respiro della figlia diventò più affannoso, si sdraiò accanto a lei e l’abbracciò. Le disse che poteva andare e che la sua mamma sarebbe stata serena.

È un ricordo che Margherita continua a portare con sé. Negli anni ha raccontato di sentire ancora Nadia vicina. Indossa persino alcuni suoi vestiti perché, ha spiegato, le danno la sensazione di essere ancora abbracciata dalla figlia.

Nadia Toffa e l’amore: Massimiliano Ferrigno e il rapporto rimasto privato

Nadia Toffa proteggeva molto la propria vita sentimentale. Per questo, ancora oggi, è importante distinguere ciò che lei raccontò direttamente dalle testimonianze arrivate dopo la sua morte.

Per circa dieci anni ebbe un legame con Massimiliano Ferrigno, storico autore de Le Iene. I due si erano conosciuti lavorando insieme e, anche quando la relazione sentimentale attraversò una crisi, continuarono a essere molto legati.

Nadia stessa presentò sui social il suo «Max» come una delle persone più importanti della propria vita. Definirlo semplicemente amico, amore, fratello o complice, scrisse, sarebbe stato riduttivo.

In un altro momento Nadia raccontò, invece, di avere lasciato un uomo perché non lo sentiva abbastanza presente durante le cure. Ferrigno dichiarò successivamente che quell’uomo non era lui. Disse di essere rimasto accanto a Nadia fino agli ultimi giorni.

Anche mamma Margherita ha parlato della vita sentimentale della figlia. Ha raccontato di un uomo molto amato che Nadia avrebbe scelto di allontanare vedendolo provato dalla sua malattia.

Sono testimonianze intime e non del tutto sovrapponibili. Restituiscono, però, un tratto comune: Nadia custodì fino alla fine una parte della propria vita lontano dalle telecamere.

Ferrigno raccontò, inoltre, di avere raccolto uno degli ultimi desideri di Nadia. Voleva che a celebrare il suo funerale fosse don Maurizio Patriciello, il sacerdote conosciuto durante le inchieste nella Terra dei Fuochi.

L’eredità di Nadia Toffa e la fondazione che porta il suo nome

Sette anni dopo, raccontare Nadia Toffa significa inevitabilmente chiedersi che cosa sia rimasto.

Ci sono i servizi televisivi, i libri e le battaglie portate davanti alle telecamere. Ma esiste anche qualcosa di molto concreto che continua nel suo nome.

Dopo la sua morte, la famiglia ha dato vita alla Fondazione Nadia Toffa. Mamma Margherita ne ha fatto una missione personale, seguendo quello che ha raccontato essere stato un desiderio della figlia.

La fondazione raccoglie fondi per la ricerca contro i tumori e sostiene iniziative rivolte alle persone più fragili. Negli anni ha contribuito a progetti per realtà come l’Istituto neurologico Carlo Besta e il San Raffaele di Milano. La ricerca continua intanto a cambiare le prospettive dell’oncologia: nel 2025 uno studio coordinato dall’Università Statale di Milano ha previsto in Europa una diminuzione dei tassi di mortalità per molte forme tumorali.

Per Margherita, occuparsi della fondazione significa anche trasformare il dolore in qualcosa che possa servire agli altri. È un modo per continuare il lavoro iniziato dalla figlia e, insieme, continuare a pronunciarne il nome.

Forse è proprio questo uno dei fili più forti lasciati da Nadia. La sua storia non può essere ridotta agli ultimi venti mesi e alla malattia che l’ha portata via.

Prima c’erano state le inchieste, la curiosità, il lavoro e una determinazione che il pubblico aveva imparato a riconoscere. Poi erano arrivate la paura e le cure, senza cancellare il desiderio di comunicare e progettare.

Sette anni dopo quel 13 agosto, Nadia Toffa continua così a essere ricordata attraverso le persone che l’hanno amata e le storie che ha raccontato. E attraverso un’eredità che, per volontà della sua famiglia, prova ancora a trasformare il ricordo in aiuto concreto.