Ci sono leggende che restano nell’immaginario popolare, anche dopo intere generazioni. Non è possibile provare che abbiano un fondamento di verità o no, restano casualità un po’ inquietanti, eppure continuiamo a tramandarle. Una di queste è quella del Club dei 27, nota come la maledizione delle rock star. È impossibile non tornare a pensarci dopo la notizia di oggi, il tragico addio a Presley Gerber, un altro ragazzo arrivato alla fama da giovanissimo e scomparso prima dei 30 anni.
L’espressione è entrata nell’uso comune a partire dal 1994, dopo il suicidio di Kurt Cobain, frontman dei Nirvana proprio a 27 anni. Come – tra il 1969 e il 1970 – Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin e Jim Morrison. Ad accomunare tutti questi nomi, aumentati negli anni (per esempio con le morti di Basquiat e Amy Winehouse), oltre al numero, ci sono passati dolorosi, la fama raggiunta troppo velocemente, il peso di un nome che non si è scelto di portare. E le dipendenze, a cui quasi tutti si sono affidati nella speranza di trovarvi un sollievo.
Non solo rock star: i famosi morti a 27 anni
L’espressione è nata nel mondo del giornalismo con riferimento agli artisti musicali, viste le morti ravvicinate e in circostanze simili di alcuni dei più grandi nomi del rock degli anni Settanta. Ma negli ultimi anni quando si fa riferimento al Club 27 si pensa ai famosi in generale, visto che anche nomi come Basquiat sono morti in quest’età difficile.

Nel corso degli anni, l’interesse legato a questo sfortunato gruppo non sono certo mancate: diversi studi hanno cercato di determinare possibili cause e correlazioni, ma in realtà non è possibile determinare che per gli artisti quella dei 27 sia un’età “pericolosa”. Nonostante questo, diversi artisti si sono spaventati una volta raggiunto il fatidico compleanno: i Fall Out Boy hanno dedicato un brano al Club, e Machine Gun Kelly, nella canzone 27, ha confessato di aver temuto di andarsene in quell’anno e lasciare la figlia orfana.
I “membri onorari” del Club 27, da James Dean a Lady Diana
Tra fake news e teorie di cospirazione, ad entrare a far parte del club spesso sono anche famosi morti in età e circostanze diverse. In molti fanno riferimento a James Dean come uno dei principali nomi del Club 27 nonostante non avesse ancora compiuto gli anni, altri vi fanno rientrare persino Heath Ledger e Avicii (entrambi di 28 anni).

Tra i nomi più assurdi, ci sono quelli di Marylin Monroe e Lady Diana (morte a più di 30 anni), quello di Sid Vicious e la fidanzata Nancy (22 e 20 anni), e molti altri. Insomma, è chiaro che ormai si fa rientrare in questo sfortunato club chiunque sia scomparso prematuramente e abbia avuto un rapporto controverso con il successo.
Presley Gerber, le dipendenze e la morte prematura
Per questo non sorprende che si torni a parlare del Club oggi, in seguito alla notizia della morte di Gerber. Il modello, figlio d’arte – di Cindy Crawford e di Rande Gerber – e fratello dell’attrice e top model Kaia, lottava da anni contro le dipendenze e al momento della morte si trovava in una clinica di riabilitazione.
A differenza delle rock star, Gerber però non viveva il suo rapporto con sostanze e alcol come un vanto. Anzi, aveva più volte parlato del suo dolore, della fatica che faceva a combattere, dei risvolti sulla salute mentale. Ad accomunarlo a quella generazione di eccessi e tragedie c’è il male che fa il suo addio: un altro caso in cui la sofferenza era sotto agli occhi di tutti e non è bastato, un’altra prova che a volte chi è sotto i riflettori è chi si nasconde di più. E, come ogni altra morte di qualcuno che della vita ha conosciuto solo l’inizio, il ricordo che davvero non si sa mai quando finirà tutto.
Club 27, una narrazione pericolosa e senza fondamento
Il Club 27 è nato per caso, ma è evoluto presto in un simbolo di gloria. Intorno ai 27 anni, un’età simbolica dell’inizio vero della vita adulta, delle prime sfide che determinano il nostro futuro e delle prime sofferenze fatali, si è creato un mondo di cospirazioni, racconti di perdizione e smanie di grandezza. Una narrazione dannosa e romanzata che si rafforza grazie alla distanza dagli eventi, che li rende leggendari per natura.

Ma è quando succede di nuovo che ci si rende conto che si parla di vite vere, di persone reali con problemi importanti. Che il club della morte e del dolore non è una stanza cool del Paradiso, ma un altro modo per mettere a distanza di empatia esseri umani ai quali siamo sempre noi a conferire un potere disumano. In vita e in morte. Ecco, quando succede di nuovo, quando vediamo un volto che fino a pochi giorni fa era tra le pagine dei giornali e nei front row, ci ricordiamo che non c’è niente di glorioso nel morire giovani. Solo una tragedia evitabile, che forse proprio racconti come questi rendono – ancora – possibile.