Quando l’ho ringraziato per avermi rovinato la vita, Paul Murray ha riso. Era sorpreso, ma per nulla intimidito dall’iperbole (d’altronde l’umorismo anglosassone è fatto così). Prima di chiedermi scusa con finta afflizione, ha voluto sapere come mai: ripensando alle quasi 600 pagine de Il Giorno dell’Ape, per un attimo dev’essersi scordato del finale. Beato lui. Alla fine ha riso e si è lasciato andare a un mite: «Eh, in effetti».
Eravamo nella cornice del Festival della Letteratura di Mantova, dove ogni anno gli autori dei libri più amati si incontrano e condividono con i lettori le ispirazioni e le origini delle loro storie. Quello con Murray era il panel più atteso dell’edizione, e nel tendone de Il Fuoco della Scrittura eravamo così tanti che ci siamo dovuti sedere per terra, creando file di teste che fuoriuscivano dal tendone e finivano per riempire una buona parte di Piazza Sordello. Lui, felice di lasciare la grigia madrepatria per godersi un pomeriggio di sole e chiacchiere, ha risposto a tutte le domande. E in meno di un’ora ci ha ricordato perché le avventure della famiglia Barnes, in un paesino dell’Irlanda rurale, sono quelle di tutti noi.
Il Giorno dell’Ape, Paul Murray ha conquistato tutti
Non c’è libreria che non lo metta nello scaffale degli “imperdibili”, e non c’è dubbio che sia il libro dell’anno. Con un abile intreccio di quattro storie e quattro punti di vista, ne Il Giorno dell’Ape Murray (già autore di successi editoriali come Skippy muore, 2015) porta i lettori dentro le menti dei personaggi. Obbliga chiunque si addentri nel suo mondo a farsi carico di segreti, tradimenti, cospirazioni e avventure scriteriate, intrecciando stili diversi e compiendo un viaggio nelle varie anime del Paese, la sua Irlanda. Tra romanzo di formazione, realismo magico e saga familiare, il primo vero capolavoro dell’autore è tanto coinvolgente quanto impossibile da etichettare.
Si parte con la storia di Cass, la figlia GenZ che si prepara a lasciare il paesino e i drammi familiari per cominciare «la vita vera» al Trinity College (dove lo stesso Murray, da vero Irish man, si è formato). Una volta partita, quel che resta della routine familiare viene raccontato con gli occhi del fratellino tredicenne PJ, per poi gettarsi nel flusso di pensieri della madre Imelda. Completamente impreparati a quello che si leggerà, ci si addentra sul finale nella storia di Dickie, il capofamiglia, il personaggio più drammatico dell’intero romanzo. Inutile aggiungere dettagli sulla trama, perché non c’è modo per raccontarla senza anticipare qualcosa che è meglio scoprire leggendo: Il Giorno dell’Ape è un libro che va comprato a scatola chiusa, tanto non deluderà.
La famiglia Barnes, che parla a tutti noi
Ma come nasce un romanzo con una struttura a matrioska come questo? Non può non cominciare con questa domanda l’incontro. E Murray non aspetta altro: prima di tutto, con carta e penna. «Voglio precisare che io scrivo a mano», ha cominciato l’autore. «Tutto il manoscritto è stilato a penna. Occasionalmente aggiungo appunti sul computer su quello che dovrebbe accadere dopo, giusto per non perdere di vista la struttura che voglio mantenere».
Ogni personaggio ha una storia che si dispiega per il lettore pagina dopo pagina, mentre all’autore tutto dev’essere il più chiaro possibile già dall’inizio. «Ovviamente mantenere la visione della struttura complessiva è difficile: a volte il libro voleva andare per conto suo, in una direzione che non avevo predisposto. Spesso avevo un’idea per una scena, poi cominciavo a scriverla e mi dicevo ‘No, lei non direbbe mai questo!’».
Non dev’essere facile, per una persona sola, riuscire a pensare in un unico progetto come un ragazzino di tredici anni, una donna di mezza età, un pensionato e una ragazza adolescente. «Dovevo cercare costantemente di uscire dal mio guscio di esperienze personali, pregiudizi e credenze. So di aver creato personaggi autentici quando persone che sono completamente diverse da loro riescono a capirli e amarli: credo che ognuno di noi abbia una capacità enorme in materia di empatia, anche nel mondo di oggi dove è sempre più difficile creare legami».
L’Irlanda poco romantica di Paul Murray
Se Il Giorno dell’Ape ha preso istantaneamente d’assalto le librerie di tutto il mondo è anche grazie all’ambientazione. L’Irlanda di Paul Murray non è la romantica Dublino di Sally Rooney né la meta alternativa di Naoise Dolan, ma è una nazione che comincia solo oggi a riflettere sulle conseguenze degli anni terribili delle tensioni con la Gran Bretagna, le crisi economiche e il revanchismo post-IRA.
Dal fallimento delle realtà locali all’esilio dei ceti privilegiati, i personaggi de Il Giorno dell’Ape raccontano una nazione con cui – accecati dalle immagini di brughiere, mercatini e coste frastagliate – non abbiamo ancora fatto i conti. «Ho ambientato la storia in un momento storico in cui i vecchi punti di riferimento sono venuti a mancare: non si riusciva più a dare una spiegazione razionale alla struttura economica che andava disintegrandosi, per esempio, e quindi in molti (come Imelda, ndr) cercavano risposte altrove, per esempio nel folklore».
Tra fate dispettose e mondi invisibili
C’è una parte del romanzo, infatti, che unisce una scrittura tipica di Joyce a storie di fate e folletti, ed è una delle più belle. Non si arriva mai a una trama fantasy, ma si toccano temi propri del realismo magico: «Io non sono superstizioso», ha chiarito l’autore, «ma è interessante come prima dell’arrivo della Chiesa Cattolica nel nostro Paese la realtà si spiegasse anche con l’aiuto di spiriti e magia».
Il folklore irlandese non è molto noto al di fuori del Paese, se non per riferimenti vaghi a leprecauni e calderoni pieni d’oro ai piedi dell’arcobaleno. Murray dedica invece pagine alle Shees (o Banshees), fate dispettose della mitologia celtica che, se disturbate da viaggiatori incoscienti, possono essere molto pericolose.
«Le storie che si tramandano raccontano di un mondo invisibile a cui si accede tramite punti di contatto, possono essere tombe, tumuli o posti specifici e noi irlandesi, anche se non ci crediamo più, ci guardiamo bene dall’avvicinarci. Le fate che abitano i luoghi delle leggende sono esserini molto strani che non hanno il senso della gravità. Per fare uno scherzo possono uccidere bestiame, far ammalare bambini o attaccarci le orecchie in testa al contrario!».
La scrittura come ribellione
La lettura di un libro del genere non può che generare curiosità non solo verso le origini della storia, ma anche della penna. Ecco perché per gran parte dell’incontro Murray ha descritto i suoi primi passi nel mondo della letteratura: figlio di un professore universitario, ha vissuto circondato dai libri sin dall’infanzia. E ha cominciato a scrivere le prime storie giovanissimo, già ai tempi delle elementari.
I primi racconti a cui ha davvero dedicato impegno erano divertenti vignette sugli insegnanti, che scriveva per sopperire alla noia delle lezioni. «Non ho cominciato a scrivere con una vera ambizione, anche perché i libri erano il mondo di mio padre e non mi attraevano granché. L’ho fatto per me stesso e credo sia il modo migliore: solo così la scrittura diventa il nostro mondo, e nessuno può togliercelo».

Potrebbe sembrare il contrario, ma la vera miccia per la sua futura carriera è stata la voglia di ribellarsi al padre. «Anche se era un professore, non approvava la mia decisione di cominciare a scrivere. Il giorno prima che ricevessi la mail che mi ha cambiato la vita (inviata dall’editor di Ali Smith, che da Londra chiedeva di inviarle i primi capitoli del suo romanzo, ndr) lui mi ha dato un ultimatum. Da lì è cominciato tutto», ha concluso lo scrittore.
Il padre temeva infatti che potesse diventare alcolizzato o depresso come molti degli scrittori che conosceva. O, peggio, che potesse seguire troppo le orme del suo idolo: Nick Cave. A vederlo, così composto e sereno, non avrei mai pensato a un suo passato punk. Touché, anche io ho commesso il suo stesso errore: mi sono scordata del finale.